NON È STATA UNA MAREGGIATA. È CAMBIATO IL MEDITERRANEO

Danni, silenzi e ritardi nella percezione di un evento che non può essere archiviato come emergenza

Ci siamo finalmente accorti che la costa orientale siciliana è stata devastata? Non un piccolo tratto, ma una buona parte del litorale tra Messina e Marzamemi.

Non è una domanda peregrina, perché accorgersi di qualcosa significa averne compreso la portata, averne discusso pubblicamente e averne individuato le cause profonde. Parliamo di circa centosettanta chilometri di costa colpiti dal ciclone Harry tra il 19 e il 21 gennaio di quest’anno, senza contare quanto di analogo avvenuto in Calabria e Sardegna. Chi scrive, in sessantotto anni di vita, non ricorda di aver mai assistito a nulla di simile.

I telegiornali nazionali hanno faticato a restituire la reale dimensione dell’evento, relegando la notizia in secondo piano dietro l’attualità internazionale, i rituali appuntamenti economici e la consueta cronaca nera. Scelte editoriali che non vogliamo discutere, ma che mostrano quanto ciò che stava accadendo nel Mezzogiorno sia stato inizialmente sottovalutato. A questo ha probabilmente contribuito l’assenza di vittime e feriti: un risultato tutt’altro che scontato, da attribuire alla tempestività degli “allerta” diffusi dalla Protezione civile, che hanno consentito ai territori di prepararsi in tempo.

Nel frattempo i social e i quotidiani online, più rapidi dei media nazionali nel cogliere la gravità dell’evento, iniziavano a mostrare immagini di devastazione: alberi sradicati, recinzioni abbattute, muri crollati, detriti che invadevano strade ormai impraticabili. Il tutto spesso accompagnato dalla formula ricorrente della “natura che presenta il suo conto”, con un riferimento quasi automatico a ciò che è stato costruito troppo vicino al mare, tra abusivismo e autorizzazioni concesse senza una reale tutela del patrimonio costiero.

Tutto vero, sacrosanto e condivisibile. Ma c’è un “però”: raccontata in questo modo, la notizia ha rischiato di nascondere la causa principale del disastro, quella legata al cambiamento climatico e a un negazionismo di ritorno che, persino di fronte a eventi di tale portata, continua a ripetere che “tutto è normale”.

Ma niente è normale in quanto accaduto. Il ciclone Harry ha flagellato le coste per tre giorni, presentandosi con una carta di identità precisa: la sua eccezionale altezza d’onda che a largo di Portopalo ha raggiunto i 16,66 metri. Un valore qualitativamente paragonabile, per intensità e capacità distruttiva, a quello dei fenomeni che accompagnano gli uragani di categoria 1 nell’oceano Atlantico, caratterizzati da venti fino a 154 km/h. Con una differenza sostanziale: nell’oceano onde di questa energia si sviluppano grazie alle grandi distanze disponibili, mentre nel Mediterraneo si concentrano in uno spazio ristretto e liberano la loro forza in prossimità delle coste. Non è più il nostro mare tradizionalmente placido, ma un oceano chiuso, capace di effetti altrettanto violenti.

La causa è il progressivo riscaldamento del Mediterraneo, che trasforma le vecchie perturbazioni invernali in sistemi ciclonici sempre più intensi. Le temperature superficiali risultano oggi superiori di circa 1,5–2 gradi rispetto agli anni Novanta. Ma non è qui il luogo per discutere le origini di questo riscaldamento; è sufficiente constatarne l’esistenza, misurabile, e i suoi effetti sempre più distruttivi.

Quanto sin qui precisato è doveroso per comprendere gli effetti del ciclone sulla costa di nord – est della regione. Attribuire anche questa volta i danni alla presunta inclinazione dei Siciliani a costruire dove non dovrebbero, nei torrenti o sulle spiagge, appare quanto meno ingiusto, se non pretestuoso.

Il grosso dei danni si è concentrato nel tratto compreso tra Messina e Catania, dove tra Messina e Taormina i centri abitati si susseguono senza soluzione di continuità, mentre più a sud si alternano con la campagna. Scaletta, Alì, Nizza, Roccalumera, Furci, Santa Teresa e Letoianni sono finiti all’onore della cronaca per i gravi danni subiti.

Si tratta di paesi nati come borghi di pescatori, poi divenuti località di villeggiatura per l’area messinese. Un turismo prevalentemente locale che non ne ha stravolto l’impianto urbanistico: un ampio litorale sabbioso, una strada sul mare sopraelevata rispetto alla spiaggia e, più arretrate, le abitazioni con alle spalle la montagna. Sulla spiaggia si trovano talvolta strutture provvisorie legate più che altro a lidi estivi o, nel taorminese a Letoianni, qualche ristorante che pone la sua veranda per i tavoli sulla spiaggia.

Le case, in questo assetto, risultavano storicamente protette. In passato i timori erano legati soprattutto alle mareggiate invernali, capaci di erodere la battigia, generalmente ricostruita dalla natura nelle stagioni successive. Anche nei casi più intensi, il mare arrivava con la sua risacca a lambire il muro di sostegno della strada, senza mai oltrepassarlo. I paesi, oggi come allora, restano lì: compressi tra il mare e la montagna, semplicemente non spostabili.

Furci Siculo, immagine da Google Earth

Diverso è il caso dei paesi compresi tra Taormina e Catania quali Aci Castello, Acitrezza, Capo Mulini, Santa Tecla, il mondo dei Malavoglia di padron ’Ntoni. Anche questi sono borghi di pescatori, ma costruiti sulla lava, a ridosso del mare: qui le barche non si possono trascinare sulla sciara, e la casa nasce accanto all’imbarcazione, pronta a essere varata a braccia con pochi metri di slancio.

Sono paesi intoccabili, ma per ragioni diverse: il mondo di Verga, un vero museo all’aperto della cultura marinara e letteraria siciliana, più che semplici centri abitati.

Proprio queste differenze strutturali hanno prodotto effetti diversi. Tra Messina e Taormina sono state distrutte soprattutto le strade sul mare, che con la loro presenza hanno finito per proteggere le abitazioni retrostanti. Nel comprensorio di Letoianni, Taormina e Naxos alcune strutture balneari e alcune abitazioni hanno invece subito danni diretti, in particolare dove la fascia di spiaggia è più ridotta.

Nei borghi del Catanese, infine, l’uragano ha sollevato e scagliato sulle strade grandi blocchi lavici, trasformando il litorale in un fronte di impatto violento.

Questo non significa negare l’esistenza di abusi edilizi in alcune aree, ma appare evidente come essi non abbiano avuto un ruolo determinante nella massa complessiva dei danni.

Scorcio lungomare di Santa Teresa,  da Google Earth, prima dell’uragano                                    
Lungo mare S. Teresa Foto: Danilo Lo Giudice (Facebook), 21/01/2026
Acitrezza Foto: Sicra Press (Facebook), 22/01 /2026

A Catania i danni appaiono più discontinui e concentrati in punti critici, come le aree depresse dell’area industriale del Simeto e alcune infrastrutture vulnerabili, in particolare i porti turistici.

Porto Rossi – Immagine tratta da TGR Sicilia 23/01/2026 Maurizio Di Lucchio

Lungo la fascia di Ognina l’impatto diretto del mare sembra essere stato in parte mitigato dalla scogliera lavica, ma non sono mancati episodi di forte danneggiamento, come nel caso di un ristorante a San Giovanni Licudi e dei natanti presenti nel porticciolo di Porto Rossi.

I media nazionali hanno dedicato forse scarsa attenzione al tratto costiero compreso tra Catania e Marzamemi, pur duramente colpito. Ciò è legato in larga parte alla minore densità abitativa dell’area, caratterizzata dalla presenza di soli due grandi centri marittimi, Augusta e Siracusa, e dall’assenza di quella continuità urbana che contraddistingue il litorale tra Messina e Catania.

Nel complesso, tra la foce del Simeto e il Siracusano, l’impatto dell’evento è apparso meno continuo ma non assente: mare in tempesta, infrastrutture portuali danneggiate ed evacuazioni preventive, come quella di Marzamemi, confermano come l’intera fascia ionica sia stata coinvolta, seppur con effetti differenti.

La Civetta di Minerva ha già documentato la situazione nel Siracusano con l’articolo di Fabio Morreale del 21 gennaio 2026 (https://www.lacivettapress.it/2026/01/21/la-furia-diel-ciclone-harry-il-conto-salato-dellabusivismo/) e con il successivo intervento della direttrice Marina De Michele del 22 gennaio (https://www.lacivettapress.it/2026/01/22/stazione-elettrica-palazzolo-arriva-il-ciclone-harry-e-santo-lio-si-allaga-quando-la-natura-dice-no/).

È stato dichiarato lo stato di crisi e di emergenza regionale, deciso dalla Giunta siciliana su proposta del presidente Renato Schifani, insieme alla richiesta di riconoscimento dello stato di emergenza nazionale. Dal punto di vista procedurale non si possono muovere rilievi; colpisce semmai il silenzio politico che ha accompagnato i primi giorni successivi al ciclone: nessuna dichiarazione, nessun segnale pubblico, nessuna assunzione di responsabilità nazionale di fronte a un evento che ha interessato l’intera fascia ionica. La prima presenza sul territorio di un esponente del governo si è registrata solo il 24 gennaio, con la visita del ministro Nello Musumeci.

Secondo una prima ricognizione della Protezione civile, i danni ammonterebbero preliminarmente a circa 740 milioni di euro, ai quali andranno aggiunti i mancati redditi delle attività produttive, per un totale che supererà il miliardo. Sommando Calabria e Sardegna, la stima complessiva potrebbe avvicinarsi ai due miliardi. Un disastro!

Resta ora da capire come gestire gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di sostegno alle attività produttive. È ragionevole immaginare una strategia in due tempi: nell’immediato il ripristino dell’esistente, indispensabile per consentire l’avvio della stagione turistica estiva; successivamente la realizzazione di opere di protezione costiera innovative e non impattanti, fondate su criteri scientifici e non su soluzioni improvvisate. Tutto ciò spinti da un sano pragmatismo, nella consapevolezza che i paesi non si possono spostare.

Un commissario straordinario, affiancato da procedure autorizzative emergenziali e semplificate, sembra apparire oggi una scelta obbligata. Ma perché questi interventi non restino semplici rattoppi, dovranno essere inquadrati all’interno delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici previste dalla tassonomia europea e dal Green Deal, condizione ormai necessaria per l’accesso ai finanziamenti dell’Unione. Il rischio, altrimenti, è quello di spendere risorse pubbliche per ricostruire ciò che il prossimo evento estremo è destinato nuovamente a distruggere.

Immagine di copertina: Ognina (Siracusa) 24/01/2026

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