Cara Civetta, ti scrivo
Così mi distraggo un po’.
E di distrarmi per non entrare dentro un vicolo cieco, sento una necessità quasi vitale.
Mi chiedo spesso che significato abbia la parola Ben-Essere: me lo chiedo ogni giorno, a scuola, quando osservo gli sguardi stanchi dei miei colleghi, gli occhi smarriti dei ragazzi, il viso contratto dei genitori. Me lo chiedo tutte le volte che alzo gli occhi e vedo reti di protezione a sostenere crepe nei tetti, pareti scrostate e umide, infissi che fischiano vento, rivoli di pioggia agli angoli dei muri.
Me lo chiedo anche dentro le scuole di questa nostra città dove far rispettare le regole del vivere civile e il senso del bello sembra tanto difficile quanto utopico: eppure sono vive e pulite, risuonano di voci e speranze, hanno spazi colorati e innovativi, trasudano impegno fatica e speranza, nonostante siano edifici che da decenni attendono finanziamenti che si sarebbero già dovuti spendere per riqualificarle.
Me lo chiedo lungo le strade sconnesse, dentro i condomini trasandati e privi di decoro, lungo i marciapiedi sporchi di olio e cibo lasciati da dehors improvvisati di locali nauseabondi, nei cori notturni dentro Roof Bar che incuranti di una città che dorme, o almeno ci prova, continuano a strillare come centrifughe di lavatrici impazzite, senza alcun rispetto di norme e persone.
Me lo chiedo mentre ascolto le notizie dal mondo ed entro in un vicolo cieco, mentre sono sui social e resto in silenzio dentro violente shitstorm che ammorbano l’aria virtuale maleodorante di frustrazione e odio; me lo chiedo di nuovo mentre cammino per la città, tra fiere di Natale tristi e disadorne e negozi deserti, sacchi di spazzatura sparsi ovunque e strade disadorne, dentro il dolore lasciato dal vuoto di vite rubate precocemente, nel pianto di un bambino e nelle urla di una coppia; e di nuovo in un vicolo cieco, me lo chiedo mentre non lontano da qui rombano i motori del capitalismo tecnocrate corrotto e autoritario al potere, che ci spingono dentro questo circo guerrafondaio falso e opprimente che di gaudente non ha niente, squarciato da bombe che dilaniano interi popoli e reprimono con violenza inaudita il desiderio di pace e giustizia.
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Dentro questo vicolo cieco, dov’è la luce? Dentro questa periferia del mondo dove siamo relegati agli ultimi posti della classifica per la qualità della vita, priva di una vita culturale e sociale davvero stimolante, dov’è la speranza, se dentro e fuori da qui, tutto sembra diventare un blog sformato e strabordante di rabbia e impotenza? Se fuori dal vicolo cieco, ciò che rimane è la ricerca di un luogo sempre più simile ad uno spazio protetto fatto di solitudine e difesa, una sorta di comfort zone dove sopravvivere all’invasione litigiosa e impunita di violenza e ipocrisia?
La luce per me è ancora nelle uniche cose che abbia senso ricercare, oggi più di ieri: umanità, solidarietà, bellezza, condivisione, crescita, consapevolezza, a dispetto di che alimenta odio e controllo, nel segno dell’incompetenza bugiarda e dell’ipocrisia al potere.
Perché di una cosa sono certa: non voglio essere spinta dentro un vicolo cieco di silenzi e inciviltà, preferisco le pareti sostenute da reti e i muri scrostati dentro cui fare rete e abbattere muri, nel tentativo di ricostruire insieme il senso di comunità perduto, dentro una società che possa ancora definirsi civile a dispetto di tutto, ogni giorno, oggi e domani, quest’anno che passa e quello che verrà, sempre e comunque: è un nostro diritto di cittadini liberi e consapevoli e un nostro dovere di adulti solidali e responsabili.
Vedi, cara amica, cosa si deve immaginare per continuare a sperare.
Buon 2026, fuori dal vicolo cieco.
Simonetta Arnone, Dirigente Scolastico

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