Nordio, “l’incredibile”. La separazione delle carriere è una finta

Fino a pochi anni fa sulla separazione delle carriere tra i magistrati molti esponenti del partito della presidente del consiglio pensavano diversamente su ciò che dicono oggi. C’era Ignazio La Russa che nel 2018 affermava: “sulla separazione c’è il rischio di delegittimare i magistrati e recare danno ai cittadini, Alfredo Mantovano che nel 2002: “senza strappi sulla separazione delle carriere dei magistrati, perché bisogna evitare passaggi traumatici”. E così via altri politici di Fratelli d’Italia, compreso il ministro Nordio. Ma allora cosa è successo? Oggi il partito è al potere e non vuole magistrati tra le scatole. Lo dicono loro stessi nelle dichiarazioni. A primavera del 2026 gli italiani dovranno andare a confermare con il Si questa scelta governativa con un referendum (il No significherà non vogliamo la separazione). Per chiarirci le idee ne discutiamo con Sergio Bagnasco che l’anno scorso è stato il promotore della raccolta firme per il referendum in quel caso si voleva superare il Rosatellum, la legge elettorale incostituzionale che ha poi portato al governo questa minoranza del Paese reale.

Bagnasco lei si è fatta un’idea del ministro alla giustizia Carlo Nordio e lo chiama l’incredibile, come mai?

Non è ingenuo né stupido. Ma recita una parte che non sa sostenere.

A cosa si riferisce?

Nordio afferma che “i pubblici ministeri, i pubblici accusatori danno i voti ai giudici, giudicano i giudici” omette di dire che anche i giudici giudicano i procuratori; omette anche di ricordare che nel CSM i consiglieri della magistratura giudicante sono 13 mentre quelli della magistratura requirente sono 5; chi pesa di più nel giudizio? Nordio ci sei o ci fai? Certamente è un discorso fazioso il suo. In ogni caso non va bene che un Ministro della Repubblica per sostenere una propria proposta rappresenti in modo capzioso la realtà.

È perché non ha argomenti logici e ragionevoli e deve stare in linea con il governo Meloni?

Afferma Nordio “Non è possibile che il PM domani possa diventare giudice e viceversa, perché questo vulnera il principio della terzietà e dell’imparzialità”. Ammesso che la sua conclusione sia corretta – e non lo è – se il problema è quello indicato da Nordio cosa vieta di eliminare del tutto il passaggio da una funzione ad altra modificando la legge ordinaria? Il passaggio da una funzione ad altra può essere fatto una sola volta, nei primi 10 anni di professione e cambiando regione; riguarda ogni anno mediamente circa lo 0,5% dei magistrati, un numero irrilevante che non ha alcun peso sul funzionamento della magistratura.

Perché è prevista questa possibilità?

Perché l’ordinamento prevede un solo percorso per accedere alla magistratura. Se una persona ambisce a diventare giudice, vince il concorso per entrare in magistratura, ma in base al punteggio conseguito e ad altri parametri potrebbe succedere che può solo assumere le funzioni di PM. Che fa? Rinuncia? No, accetta e poi cerca di cambiare.

È un male che un giudice passi alla procura o viceversa?

Alle condizioni attuali non credo sia un male, anzi. Chi accede alla funzione di PM avendo l’esperienza di giudice, o viceversa, acquisisce una maggiore sensibilità che gli potrebbe consentire di vedere ogni situazione processuale con ottica diversa. Ottica che manca per esempio al GIP che deve decidere sulle proposte del PM sulla base dell’unica prospettazione offerta dal PM e senza avere particolare preparazione su tecniche investigative e conduzione delle indagini. L’attuale ostinazione sulla separazione delle carriere si riduce, pertanto, a una questione formale, di bandiera e nulla più!

Impedire il passaggio da una funzione ad altra non rende più terzo il giudice?

Ma anche con la riforma resterebbe un magistrato collega del PM col quale deve condividere la funzione giurisdizionale. Se un giudice non è terzo, pur avendo funzioni distinte dal PM, non sarà terzo anche se oltre ad avere funzioni diverse dal PM avrà anche una carriera diversa … perché per quanto diversi restano colleghi magistrati.

Nordio in una intervista rilasciata a Gaia Tortora afferma che il “processo penale è modellato sul sistema accusatorio nato dove sono nate le democrazie… Gran Bretagna, Stati Uniti” …

Appunto, “modellato”, cioè il nostro sistema penale si ispira al modello accusatorio ma non lo replica, come riconosceva lo stesso Vassalli che riteneva scorretto definire “accusatorio” il nuovo processo perché “il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice”. Per separazione delle carriere, formula sintetica per esprimere concetti complessi, s’intende in realtà separazione delle professioni, come avviene in USA, UK … ma se i PM restano una parte della magistratura ordinaria che insieme ai giudici deve svolgere la funzione giurisdizionale … allora la separazione delle carriere è solo un formalismo che rischia di creare nuovi problemi.

Allora cosa servirebbe?

Basterebbe prevedere un percorso formativo differente per i vincitori del concorso per entrare in magistratura; percorso differenziato in base alle funzioni che il vincitore di concorso assumerà. E ciò si può fare anche con la normativa vigente. Nordio assume posizioni politiche ma si sforza – con risultati poco apprezzabili – di giustificarle come conseguenze logiche di argomentazioni giuridiche che però sono totalmente assenti nei suoi ragionamenti. Nordio afferma che la separazione delle carriere è un passaggio necessario per l’attuazione dell’art. 111 Cost., vale a dire il “giusto processo”.

Questa riforma non interviene sui tempi del processo?

Affatto, le modifiche introdotte non realizzano la terzietà del giudice rispetto a difesa e accusa, perché la terzietà non si ottiene per incanto con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura che nel processo non mette becco. Lo sdoppiamento del CSM, previsto dalla riforma, semplicemente impedisce che i giudici abbiano voce in capitolo sui PM (e viceversa) su assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e promozioni. Mentre i provvedimenti disciplinari, che adesso competono al CSM, sarebbero affidati alla nuova Alta Corte composta da 15 membri di cui 6 giudici, 3 procuratori, 3 membri di nomina spettante al Presidente della Repubblica e 3 sorteggiati da un elenco approvato dal Parlamento.

La conclusione finale?

È una finta separazione perché nulla più dell’azione disciplinare influisce sulla carriera di un magistrato. Quindi, se le interferenze ci sono, continueranno a esserci. Se un giudice può avere voce in capitolo sull’azione disciplinare riguardante un procuratore, perché non deve potersi esprimere sulla sua eventuale promozione visto che il PM appartiene pur sempre alla stessa magistratura ordinaria di cui fa parte anche il giudice?

Tutto ciò non aiuta nemmeno il Giudice delle Indagini Preliminari a essere meno soggiogato dal PM?

È un altro argomento speso dai sostenitori di questa riforma a cui si può facilmente rispondere. Possiamo affermare che se oggi il GIP accoglie la quasi totalità delle richieste del PM non è perché ha la stessa carriera del PM, ma perché decide e deciderà esclusivamente sulla base degli elementi offerti dal PM, che ovviamente sono a sostegno delle proprie richieste. Ancora una volta i giocolieri che sostengono questa riforma utilizzano dati reali in modo capzioso. Evidente che lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione dell’Alta Corte non poggiano su ragionamenti giuridici, non servono agli obiettivi pubblicamente dichiarati, ma ad altri fini.

C’è anche un altro inganno in questa riforma il cui vero unico obiettivo è annullare il potere del Consiglio Superiore della Magistratura. Vengono previsti due distinti organi di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente (per il pubblico ministero), i cui componenti saranno estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e tra i magistrati requirenti. Quindi, l’elenco lo prepara la politica, il sorteggio lo governa la politica, le regole le scrive la politica. Si metteranno così le mani su un meccanismo che dovrebbe controllare, non servirla. Per i cittadini non cambierà nulla: i processi civili dureranno anni come prima, i tribunali resteranno a corto di personale e fondi. L’unico risultato sarà una giustizia più controllabile dalla politica. Perché il problema non è destra o sinistra, ma è che quando la politica entra in organi come la magistratura (e domani, chissà, anche in quella contabile, nella Corte dei Conti), nasce il condizionamento, nasce la corruzione, si sprecano i soldi degli italiani. E questo, loro lo sanno benissimo.

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