Siamo noi i responsabili del caos del mondo. Da noi la ricerca delle soluzioni possibili

Quando parliamo di Antropocene indichiamo una nuova epoca geologica in cui responsabile di stravolgere gli equilibri climatici, chimici e biologici, non sono più, o non tanto, gli eventi cosmici o geologici quanto, con forza dirompente e immediata, l’attività umana, “l’impatto profondo e sistemico dell’Homo sapiens sul pianeta” come scrive il chimico Paul Crutzen che ha usato per primo questo termine.

Ma l’azione dell’uomo ha tale forza da non alterare solo i processi naturali quanto gli stessi rapporti di forza tra le specie viventi e non viventi e i rapporti sociali tra gli individui. Il clima, come l’economia e l’esistenza stessa della vita, è un sistema complesso il cui cambiamento catastrofico può avvenire per una piccolissima variazione, anche se di natura casuale, in un dato contesto e oggi tutte le premesse a questi cambiamenti sembrano presenti così che il semplice rallentarne l’evoluzione non sembra più sufficiente.

Ciò che viviamo oggi – guerre, pandemie, crisi climatica – non sono episodi casuali. Sono le conseguenze di un’unica storia: l’uomo che usa la sua intelligenza per dominare e sfruttare la natura, ma non per custodirla.

Le guerre nascono dalla sete di possesso di terre fertili, petrolio, terre rare, ecc.…

Le pandemie esplodono quando una specie ne distrugge un’altra, cancellando l’equilibrio naturale.

La crisi climatica ha assunto un andamento esponenziale causato dall’azione antropica, orientata all’accumulazione di ricchezza creata con lo sfruttamento del lavoro, con l’energia e quindi con l’aumento dell’entropia e della CO₂.

Alla radice c’è la stessa illusione: crescere all’infinito in un pianeta che infinito non è. Un’illusione che concentra potere e ricchezza nelle mani di pochi e lascia in eredità agli altri un mondo ferito. la crescita economica illimitata è fisicamente e biologicamente insostenibile.

Ecco perché è urgente riflettere ulteriormente su ciò che accade, capirne insieme l’origine, darne un nome preciso e cercare alternative perché altrimenti, oggi, l’unica soluzione possibile è la DECRESCITA.

Giorno 17 ottobre, al CERCHIO in via Arsenale 40/A, Siracusa, analizzeremo i problemi tecnici, filosofici ed economici delle varie scelte e le conseguenze delle nostre azioni, dalle più piccole alle più generali, dalle pandemie alle guerre, dal clima alle migrazioni, dallo sfruttamento di molti all’arricchimento di pochi.

Individueremo anche le soluzioni proposte da grandi menti, da Freud ad Einstein, fino ai moderni Serge Latouche, Georgescu-Roegen, Saito Koei, Edgar Morin, Carlo Rovelli e Papa Francesco.

Sarà presente Federico Maria Butera che in dibattito con i presenti discuterà dello sviluppo (in)sostenibile.

Ingegnere e docente al Politecnico di Milano, Butera è uno dei pionieri italiani della sostenibilità e da anni studia energia rinnovabile, case ecologiche e città verdi.

La sua idea è chiara: “La causa della crisi ambientale va ricercata nel modello economico e culturale che si è imposto dopo la Rivoluzione Industriale. Il legame fra crisi ambientale e il modello economico che postula la crescita senza limiti del PIL è strettissimo, come stretto è il legame con la disuguaglianza, tanto che la sua riduzione è condizione necessaria per combattere la crisi ambientale. Una società più equa e più sostenibile richiede la liberazione dall’idea della crescita senza limiti e, nei paesi sviluppati, impone la decrescita della estrazione di risorse dall’ambiente, perché sviluppo economico e degrado ambientale sono inevitabilmente l’uno conseguenza dell’altro e viceversa. Questo impone la decrescita economica, nei paesi sviluppati, che non significa decrescita del benessere, al contrario, diritto alla “vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.

Alla domanda che Einstein rivolse a Freud – “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” Perché la guerra? (Oggi potremmo dire: perché tutto questo?)  la risposta fu chiara: la guerra nasce dall’istinto di sopraffazione, ma può essere contenuta solo dal progresso della civiltà, da istituzioni comuni più forti della violenza dei singoli e dei popoli. La “felicità” senza cultura ed etica non esiste.

È questo il cammino che oggi siamo chiamati a percorrere: riconoscere i limiti della nostra specie, coltivare giustizia sociale ed economica, costruire cooperazione autentica, educarci al rispetto della vita e della natura. È un’utopia, ma è una possibile strada per evitare che l’uomo diventi causa della propria catastrofe. La salvezza dell’umanità passa dal riconoscimento di questi meccanismi e dall’attivazione di una “mente globale” un super-organismo giuridico-costituzionale in equilibrio con la biosfera. Superare la visione individualistica e meccanicista, abbracciando una prospettiva sistemica e complessa, è oggi condizione necessaria per affrontare le sfide globali.

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