Ci siamo spesso occupati di Sebastiano Burgaretta, docente, poeta e scrittore, etnoantropologo e molto altro e le presentazioni non sono certo necessarie.
“Uomini e santi”, pubblicato da Le Fate editore (casa editrice indipendente fondata da Alina Catrinoiu e che è stata insignita tra l’altro del premio Arnaldo Lombardi nell’ambito del Premio Vittorini), rappresenta – come ben nota Ignazio E. Buttitta nella dotta prefazione – “una logica sintesi dell’antropologia burgarettiana” e forse soprattutto la linea avanzata di quegli studi di demo-psicoantropologia nati grazie a Giuseppe Pitrè, medico e quindi tutt’altro che accademico, ma fondamentali per chiunque voglia studiare con rigore documentario e metodologico “la storia culturale e la visione del mondo e della vita dei siciliani.
I dieci saggi del volume trattano di vari argomenti: si spazia dai pani e dai dolci della festa nella tradizione avolese e nei giochi dei bambini alla storia dei “cuntastorie” – ci si perdoni il bisticcio, ma è davvero fondamentale fissare la storia di ciò che è nato ed è continuato per tra-dizione (non scrivo così a caso ma etimologicamente ricordo il senso di affidamento, tras-missione, consegna della parola, delle parole e delle storie) auro-orale: Burgaretta, come altri insieme e prima di lui, fissa ciò che potrebbe scomparire se affidato solo alle memorie dei contemporanei e traccia la linea accidentata ma riconoscibile dell’arte del “cunto” orale nelle sue trasformazioni ed evoluzioni –, dalle vicende e dal culto di Corrado Confalonieri ad Avola alla ri-scoperta del beato Antonio Etiope, “profeta dell’accoglienza” (oh, quanto storia e memoria potrebbero fare per spazzare via ignoranza e pregiudizio!), una delle perle del rosario dei santi neri di Sicilia, dalla settimana “grande” in Grecia e in Sicilia (la Pasqua, settimana delle settimane, paradigma del tempo) alla ricerca di somiglianze e differenze tra celebrazioni e consuetudini per poi confrontarle con le tradizioni spagnole, più umane che sante in verità – quanto sfarzo, quanta esibizione, quanta teatralità… Quanto tutto questo è offerta al Divino e quanto è vanità umana?
E ancora: la “santa allegria” in chiesa, più bacchica che altro a dire il vero (il fare “baldoria” che riecheggia la stratificazione di religioni e culti in Sicilia e che sembra lontano dalla letizia e gioia cristiane pur sovrapponendosi e confondendosi con esse: molto ci sarebbe da dire sullo spazio riservato alla sessualità nella Chiesa); lo studio di una zucca peruviana, piccola enciclopedia di una cultura lontana eppure familiare.
Particolarmente significative le “storii” del Carnevale di Avola, con le disfide e le concioni poetiche tra attualità e satira, anche politico-sociale, e lo studio della corrispondenza tra Giuseppe Pitrè e gli studiosi di area siracusana Giuseppe Bianca e Mattia Di Martino.
Lo sguardo di Burgaretta è volto sia alla ricostruzione memoriale (anche delle proprie memorie personali e familiari, amicali e di paese) che alla loro sistemazione “scientifica” nell’ambito degli studi etnoantropologici. Non solo: lo studioso tenta di cogliere nei fenomeni indagati (e vissuti, spesso sperimentati personalmente da poeta, scrittore, intervistatore, devoto che agisce e contemporaneamente riflette sui propri atti di culto e omaggio ai santi, a Dio e alla Vergine, “testimone” e quindi “pubblico” di feste religiose tra sacro e profano) un senso non solo più profondo ma anche “segno”, segnale indicatore per il presente, per l’umanità così a corto di radici, di identità, di valori, di speranze e prospettive eppure spesso legata a tradizioni non sempre praticate e vissute consapevolmente.
“Uomini e santi”, dunque, i devoti descritti da Burgaretta, che nella tensione verso la santità non dimenticano di essere umani e quindi terreni: la spiritualità e la carnalità, l’alto e il basso (Bachtin docet), Cielo e fango si toccano, giostrano, a volte confliggono. O danzano.
Il libro è arricchito da un ricco apparato iconografico, oltre che di numerosi testi originali trascritti e commentati.


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