Noa è bella. L’ovale perfetto del viso incornicia due occhi grandi, scuri e allungati. È la copia della madre, giapponese di nascita, ma da papà Pietro ha ereditato la pelle chiara e lentigginosa dei Normanni. Noa, come “Speranza” in Giapponese. È nata a Priolo nel novembre 1990, appartiene alla generazione dei millennials: consapevoli, creativi e digitali, ma anche ansiosi e frammentati. Alla nascita, però, di Noa non si poteva dire nulla se non che fosse curiosa.
E proprio il 30 novembre 1990 il territorio di Priolo–Augusta–Melilli fu dichiarato Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale (AERCA) con delibera del Consiglio dei Ministri.
Solo cinque anni dopo, con DPR del 17 gennaio 1995, venne approvato un “Piano di disinquinamento e risanamento ambientale”, rimasto però senza effetti per l’assenza di una normativa nazionale sulle bonifiche. Noa aveva quattro anni e si preparava alla scuola elementare.
Il 5 febbraio 1997 fu pubblicato il Decreto Ronchi (D.Lgs. 22/97), che introdusse in Italia la normativa sui rifiuti armonizzata con quella europea e, per la prima volta, disciplinò la bonifica dei siti contaminati. Ma per attuarla concretamente sui suoli, si dovette attendere il D.M. 471 del 25 ottobre 1999, che ne definiva criteri e modalità, come previsto dall’art. 17 del Ronchi (scheda 1). La norma doveva arrivare in tre mesi, ne passarono trentadue; un ritardo enorme, uno dei tanti in questa storia. Intanto, la legge 426/1998 aveva già istituito i primi 15 SIN (Siti di Interesse Nazionale) per la loro elevata contaminazione, tra cui Priolo.
Pietro, all’epoca, lavorava nell’ industria ma era anche un ambientalista, e come molti viveva il conflitto tra il dono del lavoro e lo sfruttamento del territorio. Era però fiducioso: nonostante i ritardi accumulati dal 1990, il D.M. 471/99 gli dava speranza che industria e ambiente potessero convivere. E poi c’era Noa, nove anni e già un fiore: in quarta elementare le avevano spiegato che viveva in un’AERCA, diventata SIN. Inquieta, era corsa dal padre a chiedere spiegazioni.
Il D.M. 471/99 stabiliva i criteri per la messa in sicurezza e la bonifica dei siti contaminati. La procedura preliminare alla bonifica prevedeva tre fasi: piano di caratterizzazione, progetto preliminare e progetto definitivo. In pratica, si analizzavano suolo e falda tramite campionamenti e analisi di laboratorio, si presentava un progetto e si procedeva con la messa in sicurezza o la bonifica.
Il decreto fu poi superato dal Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006), poi aggiornato con il D.Lgs. 4/2008 e successivi. La novità principale fu la nuova definizione di sito contaminato: da allora, un sito è tale solo se i valori delle concentrazioni soglia di rischio (CSR), calcolati con un’analisi di rischio sui dati di caratterizzazione, risultano superati. Si abbandonava così il sistema dei limiti tabellari (CSC), uguali per tutto il territorio nazionale, introducendo limiti CSR specifici per ciascun sito e spesso più elevati.
Questo approccio, basato sul rischio reale e sull’uso effettivo del suolo (schede 2 e 9), mirava a evitare interventi inutili laddove non ci fossero pericoli per salute e ambiente. Una svolta necessaria, visto che il vecchio modello aveva bloccato molte bonifiche, con costi elevati e pochi risultati. L’obiettivo era rendere gli interventi più efficaci, mirati e sostenibili.
Le caratterizzazioni condotte da soggetti pubblici e privati avevano rilevato nel SIN di Priolo vari contaminanti. Nei suoli prevalevano idrocarburi, composti aromatici e clorurati alifatici, BTEX, diossine, amianto, metalli pesanti e cenere di pirite lungo la costa. Nelle acque sotterranee (falda) si riscontravano cloruri e idrocarburi surnatanti, mentre le acque della rada risultavano contaminate da idrocarburi, metalli pesanti (mercurio, piombo, rame, zinco), esaclorobenzene e diossine.
Con il nuovo Testo Unico Ambientale, il termine per l’approvazione del progetto di bonifica è salito a 18 mesi, contro i 16 precedenti, ma la legge continua a non fissare scadenze per la successiva esecuzione degli interventi su suolo e falda.
Nell’aprile 2006 Noa ha 16 anni, frequenta la terza liceo e, su suggerimento di Pietro che si offre di aiutarla, sceglie come tema della tesina la storia degli interventi ambientali nel SIN di Priolo. Scopre con sorpresa che, nonostante anni di discussioni, sul terreno si era fatto poco: si parlava solo della attivazione della messa in sicurezza d’emergenza dell’ex Eternit (scheda 3) e dei primi piani di caratterizzazione e messa in sicurezza di emergenza per varie discariche. Le grandi aziende avevano avviato le caratterizzazioni e presentato i progetti, ma le bonifiche definitive vere e proprie non erano ancora iniziate.
Tra il 2005 e il 2006, le conferenze di servizio approvarono diversi piani ma imposero campionamenti più fitti (maglia 50×50 metri) mentre molte aziende chiesero l’adeguamento degli studi alle nuove norme del D.Lgs. 152/2006 per includere l’analisi di rischio. Questo rallentò ulteriormente l’iter, prolungando il passaggio dalla messa in sicurezza d’emergenza a quella operativa, con completamenti delle caratterizzazioni anche oltre il 2010-2015 in alcune aree residue. Era evidente che i 18 mesi previsti per passare dalla fase progettuale preliminare alla bonifica vera e propria, venivano sistematicamente superati.
Noa voleva capire ed appassionatasi all’argomento, nel 2008, a 18 anni, si iscrisse a Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio a Roma. Capì presto che uno dei problemi principali della normativa era la rigidità procedurale: ogni fase, messa in sicurezza d’emergenza, indagini, caratterizzazione, analisi di rischio, progetto di bonifica, era scandita da conferenze dei servizi in cui i vari enti esprimevano osservazioni (scheda 9). Ma più che semplificare, queste conferenze diventavano trappole burocratiche: ogni ente imponeva richieste, le aziende replicavano, presentavano ricorsi, e i progetti si moltiplicavano in versioni sempre nuove, mai approvate in via definitiva. Intanto, le messe in sicurezza e le bonifiche si trascinavano a colpi di modifiche e aggiustamenti continui.
Nella mente di Noa diventava sempre più chiaro quello che, forse, era l’equivoco più diffuso tra chi viveva nel territorio: l’idea che la bonifica avrebbe riportato suoli e falde allo stato originario.
In realtà, le grandi aziende del SIN potevano continuare a operare adottando una “messa in sicurezza operativa”: tecnologie come barriere idrauliche, sistemi di pompaggio e monitoraggio continuo impedivano agli inquinanti di uscire dai confini aziendali, tutelando falda, suolo, lavoratori e cittadini. Non era una bonifica vera e propria, ma una soluzione accettabile per siti industriali ancora attivi, dove la bonifica totale era tecnicamente e logisticamente quasi impossibile.
Il quadro che si delineava offriva quindi tre strade: 1) dopo la caratterizzazione, ottenere l’approvazione della messa in sicurezza operativa e continuare a gestire gli impianti senza limiti di tempo; 2) fermare gli impianti e mettere il sito in sicurezza permanente; 3) fermare, smantellare e bonificare gli impianti per riconvertire l’area ad altri usi, industriali, logistici o pubblici. Naturalmente, i costi e le complessità aumentavano passando dalla prima alla terza opzione
Nel frattempo Noa conosce Niven, scozzese, e se ne innamora. Condividono le origini da madri straniere e la passione per l’ambiente, anche se lui, il cui nome significa “Verità”, è più attratto dalle sfide del cambiamento climatico, sempre più al centro del dibattito dopo Kyoto e Doha. Nel 2013, a 23 anni, Noa si laurea e trova lavoro nella stessa multinazionale di Niven, specializzata in progetti per ambiente ed energia. Appena assunta, chiede e ottiene il trasferimento a Priolo per occuparsi della sua terra. All’inizio è entusiasta: partecipa a studi e progetti concreti su suoli e falda, ma presto capisce che il sogno di una rigenerazione vera si scontra con ostacoli enormi. Noa ormai aveva chiaro il quadro: una burocrazia complessa ritardava i progetti; la legge non prevedeva sanzioni per chi superava i tempi previsti per l’approvazione delle bonifiche, né le scadenze per i lavori successivi; infine, finché le grandi aziende restavano operative, si sarebbe proceduto solo con messe in sicurezza, salvo rare bonifiche in caso di nuovi impianti da costruire (come nel caso TAF Syndial o l’area destinata a impianti idrogeno Erg Nord, o il CR40 di Erg Nord).
A complicare tutto c’era anche la difficoltà, in alcuni casi, di individuare il vero responsabile dell’inquinamento pregresso, come per il mercurio scaricato in rada dal cloro-soda (scheda 4) o le ceneri di pirite sulla penisola Magnisi (scheda 5); l’incertezza sulla responsabilità rendeva necessario l’intervento dell’autorità pubblica. In questi casi, lo Stato ha tentato di intervenire direttamente attraverso Accordi di Programma, strumenti pensati per avviare bonifiche pubbliche su aree senza un responsabile certo (scheda 6).
Ulteriore criticità era la stretta connessione tra bonifiche e gestione dei rifiuti, poiché le prime generano inevitabilmente i secondi, e su questo fronte è noto il rischio di infiltrazioni criminali. Dal 2013 varie commissioni parlamentari hanno lanciato allarmi, ma senza risultati concreti (scheda 7).
Nel 2020 Noa compie trent’anni. Partecipa il 21 luglio a un seminario ARPA dal titolo “Lo stato dell’arte dei procedimenti di bonifica nel SIN di Priolo”. Dopo anni di lavoro su singoli progetti, è la prima volta che riesce a cogliere il quadro complessivo del territorio.
All’epoca il SIN si estendeva per 5.814 ettari: 2.134 ettari industriali già completamente caratterizzati; nei restanti 3.680, in gran parte di piccoli proprietari o pubblici, solo 624 erano stati indagati. Restavano quindi circa 3.000 ettari, oltre il 60%, ancora senza analisi. Le indagini avevano individuato 394 ettari contaminati.
Cinque anni dopo nel 2025 Noa, ormai trentacinquenne, lascia Priolo, convinta da Niven e da una crescente sfiducia in un cambiamento reale. Dal 2022 i dati ministeriali sono sempre uguali a se stessi: 129 ettari bonificati, 425 non contaminati e 1.595 ettari tra contaminati (oltre i CSR) e potenzialmente contaminati (oltre i CSC); analoga la situazione della falda. Nel 2024 inoltre riprendono i campionamenti sulla rada (scheda 8), segno che sull’argomento si è ancora al punto di partenza. Intanto, una recente riperimetrazione ha ridotto l’estensione del SIN (esclusa la rada) da 5.814 a 5.075 ettari, senza modificare la sostanza delle cose.
Il problema non è la mancanza di progetti: le grandi aziende hanno bonificato le aree dove volevano costruire nuovi impianti, mentre altrove hanno deciso di mettere in sicurezza le zone in esercizio. Una scelta legittima.
Le bonifiche complete, quelle che ripristinano i suoli originali, saranno possibili solo cambiando l’uso del territorio. Servono nuove attività produttive, compatibili con la transizione energetica. Il Testo Unico Ambientale prevede che ogni cambio di destinazione imponga la revisione delle soglie di rischio (CSR): scenari legati alla green economy comporterebbero limiti più severi, e quindi bonifiche più profonde. Un nuovo sviluppo industriale diventerebbe così non solo un’opportunità economica, ma l’unica via per risanare davvero il territorio.
Ma Niven – “Verità” – lo ha detto chiaramente a Noa – “Speranza”: oggi a Priolo non si intravedono grandi progetti legati alla transizione, salvo qualche bioraffineria, che resterebbe pur sempre industria pesante. Manca una visione politica forte, mancano incentivi concreti per attrarre gli investimenti della green economy capaci anche di rigenerare i suoli. Sono passati trentacinque anni da quando Noa è nata, e Priolo fu dichiarata “area ad elevato rischio di crisi ambientale”. Ma il cambiamento non sembra ancora cominciato.
SCHEDA 1
-) D.Lgs. 22/97: art. 17 punto 1. “Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto il Ministro dell’ambiente avvalendosi dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA), di concerto con i Ministri dell’industria, del commercio e dell’artigianato e della sanità, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, definisce:
- a) i limiti di accettabilità della contaminazione dei suoli, delle acque superficiali e delle acque sotterranee in relazione alla specifica destinazione d’uso dei siti;
- b) le procedure di riferimento per il prelievo e l’analisi dei campioni;
- c) i criteri generali per la messa in sicurezza, la bonifica ed il ripristino ambientale dei siti inquinati, nonché per la redazione dei progetti di bonifica […]
SCHEDA 2
Tratto dal documento: “Il miraggio della bonifica dei siti contaminati redatto da Anna Abita (Arpa Sicilia), Maria Cristina Pellerito (Arpa Sicilia), Giovanni Di Salvo (ingegnere ambientale), Onofrio Purpura (geologo):
“L’art. 242 del D.Lgs. 152/06 prescrive al soggetto responsabile, al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, l’adozione di misure di prevenzione ed una indagine preliminare sulle matrici ambientali potenzialmente contaminate, al fine di valutare se vi sia stato il superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) (tabella 1 e 2 dell’allegato 5 parte IV del D.Lgs. 152/06). Tali limiti corrispondono ai valori tabellari del D.M. 471/99. Soltanto in caso di superamento delle CSC si avvierà una procedura [scheda 9 NDR] che si articolerà prima nell’elaborazione di un piano di caratterizzazione e poi nella redazione dell’analisi di rischio. Qualora gli esiti della procedura dell’analisi di rischio dimostrino che la concentrazione dei contaminanti presenti nel sito è superiore [“anche” NDR] ai valori di concentrazione soglia di rischio (CSR), occorrerà predisporre un progetto definitivo di bonifica”.
SCHEDA 3
Stabilimento Ex eternit. Nel seguito, stralci di documenti pubblici da cui si evince come le attività iniziate nel 2005 fossero ancora in corso nel 2015.
Da – Atti parlamentari, Camera del 15 dicembre 2005. Nel verbale della “Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti”, emerge chiaramente che: (pag 37) “Stabilimento ex ETERNIT (MISE)… sono state attivate le procedure per la messa in sicurezza d’emergenza dello stabilimento ex Eternit”.
Da – “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati. Resoconto stenografico missione in Sicilia seduta di Venerdì 17 Aprile 2015. Audizione di rappresentanti del Libero consorzio comunale di Siracusa […]”
“[…] Un sito di particolare interesse è il sito ex Eternit in Contrada Targia che, come sappiamo, era una vecchia fabbrica in cui si produceva eternit, dismessa parecchio tempo fa. Con i fondi affidati al commissario delegato all’emergenza bonifiche è stata fatta la messa in sicurezza con lo smantellamento dell’intero impianto, quindi con tutto l’amianto che era sia all’interno dello stabilimento che in aree esterne. Si sta procedendo alla caratterizzazione post- messa in sicurezza per emergenza[…]. L’eternit è stato rimosso, c’è solamente lo scheletro dell’impianto e si sta procedendo al piano di caratterizzazione dell’area. È stato rimosso l’eternit sopra terra, ma si ha contezza che negli anni nello stabilimento sono stati interrati anche rifiuti contenenti eternit, che sono evidenziati dai piani di caratterizzazione.”
SCHEDA 4
Da Legambiente 09/04/ 2014 – Bonifiche dei siti inquinati; chimera o realtà.
“Per quanto riguarda l’inquinamento dei fondali dell’area marina, l’indagine della magistratura siracusana denominata “Operazione Mar Rosso” del gennaio 2003, […] che vide l’arresto di 17 dirigenti e operatori dell’impianto ex Enichem (ora Syndial) con l’accusa di aver sversato direttamente in mare attraverso la rete fognaria il mercurio delle lavorazioni industriali che avvenivano nel famigerato impianto Cloro-Soda, si è risolta con un nulla di fatto e con l’archiviazione del caso da parte del GIP nel 2006. [Infatti, NDR] un’indagine giudiziaria di poco successiva a quella del 2003, riguardante la Montedison (proprietaria dell’area prima dell’Enichem), sospettata di aver sversato a mare oltre 500 tonnellate di mercurio tra il 1958 e il 1991, aveva […] determinato il venir meno delle accuse di -associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio- nei confronti degli imputati dell’ex Enichem. A ciò si aggiunga che la ragionevole incertezza sulla individuazione dei responsabili dell’inquinamento delle acque e dei fondali marini, con le conseguenti diverse sentenze del Tar che sancivano l’impossibilità di stabilire in maniera inequivocabile chi avesse inquinato e in che proporzione, e pertanto di ripartire correttamente gli oneri dei costi della bonifica, ha vanificato i tentativi […] del Ministero dell’ambiente di prescrivere le opere di bonifica a carico delle aziende”, […].
[Nota del redattore: le sentenze del TAR citate non riguardano direttamente il caso “Mar Rosso”, ma confermano l’impossibilità, in casi simili, di attribuire con chiarezza le responsabilità ambientali.]
SCHEDA 5
Il caso della Penisola Magnisi è uno degli esempi più emblematici di ritardi e stalli nella bonifica del SIN di Priolo. A partire dagli anni ’50, l’area fu utilizzata per lo stoccaggio a cielo aperto delle ceneri di pirite, residui dell’attività di produzione di acido solforico degli impianti chimici Montedison, poi Enichem.
Nel 2004 la Regione Sicilia affidò a “Sviluppo Italia Aree Produttive” un progetto di messa in sicurezza d’emergenza (MISE), ma i lavori, avviati nel 2005, si bloccarono quasi subito per un contenzioso tecnico legato alla classificazione dei materiali come rifiuti pericolosi. L’area fu sequestrata dalla magistratura e l’intervento mai completato.
Non fu mai possibile individuare con certezza un responsabile dell’inquinamento: le aziende si erano succedute, il tempo trascorso era troppo, e le prove documentali insufficienti. In assenza di un soggetto privato obbligato, l’onere passò alla pubblica amministrazione, secondo quanto previsto dall’art. 250 del D.Lgs. 152/2006.
Solo nel 2021, dopo oltre 15 anni, la Regione ha incaricato il Comune di Priolo Gargallo come soggetto attuatore per una messa in sicurezza permanente (MISP), che prevede la tombatura delle ceneri contaminanti. Il progetto è stato formalizzato con Decreto Dirigenziale n. 1099 del 30 agosto 2023 e sarà eseguito nel rispetto dei vincoli della Riserva Naturale delle Saline di Priolo, di cui l’area oggi fa parte.
Tra gli effetti più paradossali di questa storia, va segnalato anche l’utilizzo improprio delle ceneri di pirite come sottofondo per campi da calcio nella zona urbana, poi sequestrati per rischio ambientale.
Questo caso rappresenta in modo chiaro le difficoltà a individuare i responsabili storici dell’inquinamento e come, in assenza di soggetti privati obbligati, sia la pubblica amministrazione a dover intervenire. con fondi pubblici.
SCHEDA 6
Di seguito, una sintesi dei principali Accordi di Programma sottoscritti nel SIN di Priolo, estratto da Legambiente, 11 Febbraio 2025 “Ecogiustizia subito – Priolo Gargallo”.
“Nel giugno del 2004 è stato siglato l’Accordo di Programma Quadro per il risanamento delle aree contaminate nel SIN di Priolo. Nel 2005 si è giunti alla sottoscrizione del primo atto integrativo all’APQ precedente. Sono stati stanziati in totale 64 milioni di euro di cui, al 2013, quasi il 90% risultavano erogati: questi soldi sono serviti in particolare per i piani di caratterizzazione della Rada di Augusta, la bonifica dell’ex Eternit, della penisola Magnisi e dei porti Grande e Piccolo di Siracusa.
Nel novembre 2008 è stato siglato un altro Accordo di Programma Quadro che prevedeva in una prima fase la messa in sicurezza della falda acquifera e la bonifica della Rada di Augusta e del Porto Piccolo e Grande di Siracusa per un totale di 106.800.000 euro. […]
Nel 2015 è stato sottoscritto un Accordo di Programma Quadro per l’attuazione del “Progetto di risanamento delle aree contaminate finalizzato allo sviluppo sostenibile nel Sito di Interesse Nazionale di Priolo” tra l’Agenzia per la Coesione Territoriale, il MATTM, il MASE e la Regione Sicilia.
Nel 2020 è invece stato sottoscritto l’Accordo di Programma per la definizione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle aree comprese nel Sito di Interesse Nazionale di “Priolo” tra il MATTM e la Regione Siciliana. Nel 2021 viene nominato il comune di Priolo Gargallo come Soggetto Attuatore per la realizzazione dell’intervento di “Messa in sicurezza permanente (MISP) della Penisola Magnisi per la sub area Thapsos” […], e gli viene richiesta la valutazione propedeutica all’applicabilità della metodologia di MISP attraverso la “tombatura” del sedimento, […]. A maggio 2024 viene sottoscritto l’Accordo di Programma Quadro “Messa in sicurezza d’emergenza (MISE) della discarica Ogliastro sita nel Comune di Augusta C.da Ogliastro” che prevede lo stanziamento di circa 1.483.000 euro per l’attuazione del “Progetto di risanamento delle aree contaminate […]”
SCHEDA 7
Fin dal 1997, con la XIII legislatura, è stata istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e le attività illecite ad esso connesse, che ha continuato a operare in ogni legislatura. A partire dal 2013, con la XVII legislatura, il suo mandato è stato ampliato per includere anche i reati ambientali e i ritardi nelle bonifiche, evolvendosi nell’attuale Commissione Ecomafie, ancora attiva oggi. Purtroppo, almeno per quanto riguarda i SIN, non si sono visti grossi risultati. Le loro segnalazioni non sono mai state collegate a sanzioni dirette o a interventi acceleratori efficaci, e molti dei problemi sollevati, come i ritardi, l’opacità nelle procedure, o la gestione dei rifiuti derivanti da bonifica, restano irrisolti ancora oggi. Nella relazione intermedia della XVII legislatura (2016), la Commissione scrive: “Il sito di Priolo presenta, a distanza di oltre vent’anni dalla sua perimetrazione, una situazione di sostanziale immobilismo, con un numero estremamente ridotto di aree bonificate, e con persistenti incertezze sulla definizione delle responsabilità.” E aggiunge: “La gestione pubblica della bonifica non ha garantito né rapidità né efficacia, anche a causa della complessità normativa e del conflitto tra enti locali, regionali e nazionali.”
SCHEDA 8
Nel 2006 l’ICRAM elaborò un piano di bonifica integrale dei fondali della Rada di Augusta. Il progetto, approvato nel 2008, prevedeva il dragaggio di milioni di metri cubi di sedimenti contaminati. Ma il piano si arenò presto: numerose aziende fecero ricorso, sostenendo che il dragaggio avrebbe potuto peggiorare la situazione ambientale risospendendo il mercurio nei fondali. Il TAR accolse i ricorsi e nel 2012 annullò il progetto. Da allora, il Ministero ha abbandonato l’idea di una bonifica estesa, optando per interventi localizzati solo sulle aree più contaminate. Nel 2021, ISPRA ha ricevuto l’incarico di aggiornare i dati ambientali e i valori soglia di intervento. Le campagne di indagine sono riprese nel 2024, ma hanno riacceso la tensione con le aziende.
Nel 2023, infatti, diverse imprese hanno nuovamente fatto ricorso, temendo di essere individuate come responsabili dell’inquinamento e quindi obbligate a sostenere i costi delle bonifiche puntuali. Il TAR ha respinto il ricorso nel dicembre 2023, confermando la legittimità del procedimento. Tuttavia, la questione della responsabilità è ancora aperta: le aziende non sono state formalmente obbligate a pagare, ma rimangono esposte a possibili futuri oneri economici.
Il risultato è che, a oltre vent’anni dalla perimetrazione del SIN, la Rada non è ancora stata bonificata e si procede a rilento, tra incertezze tecniche e giuridiche, in un clima di cautela e contenzioso.
SCHEDA 9
Tratto dal documento: “Il miraggio della bonifica dei siti contaminati redatto da Anna Abita (Arpa Sicilia), Maria Cristina Pellerito (Arpa Sicilia), Giovanni Di Salvo (ingegnere ambientale), Onofrio Purpura (geologo).
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