Innegabile prendere atto del clima di assopimento civile e politico che attraversa Siracusa. Una condizione di passività, di “spegnimento” di ogni istanza trasformatrice, uno sentimento di vera e propria “impotenza”, effetto di una frattura che è andata approfondendosi sempre più tra Istituzioni (di cui il Comune è “capofila”) e la società –, dovendo estendere inevitabilmente tale frattura anche ai Comuni dell’intera provincia siracusana, all’intero tessuto sociale siciliano e alla nostra “comunità nazionale”. Siamo di fronte ad una fenomenologia socio-politica di frammentazione individualistica che, lungo questi ultimi anni, s’è andata estendendo.
Nel 2022, la vittoria del centrodestra, a trazione Giorgia Meloni, ha ulteriormente approfondito ed esteso questa deriva di passività, riuscendo a conferire, sin da subito, al suo Governo i connotati e i tratti operativi di una “rivoluzione passiva”. Il centrodestra governa la gran parte delle regioni del paese, immettendo alla guida di Istituzioni e negli apparati di potere una nuova classe dirigente che non sembra possedere requisiti di alto spessore.
Come noto, l’espressione, “rivoluzione passiva” – apparentemente un ossimoro, visto che accosta un processo di radicale mutamento (“rivoluzione”) ad uno atteggiamento sociale di subalternità/assenza (“passiva”) –, venne coniata da Antonio Gramsci il quale, cento anni fa, intendeva indicare con tale categoria quel contesto socio-politico segnato da un incremento di azioni, interventi e riforme “dall’alto”, da parte del potere istituzionale e delle classi dominanti, lasciando stazionare le classi subalterne in una condizione di passività.
Col governo di destra-centro siamo di fronte ad un armamentario di (pseudo) riforme e di “iniziative strategiche” che la Meloni porta avanti da tre anni, senza che venga intaccato il suo consenso. Dalla riforma della magistratura – limitandone poteri e funzioni – al Premierato, accrescendo la logica del “potere personale”; dalla “Autonomia differenziata”, che acuisce la distanza tra Nord e Sud del paese, ad un (opportunistico) “atlantismo politico” subordinandosi (oggi, ancor più) a Trump, mentre alimenta divisioni e fratture in ambito U.E., per assecondare il suo “sovranismo regressivo”; dal restringimento dei diritti civili e norme restrittive in tema di libertà di stampa, sino a far prevalere narrazioni politicamente reattive, finalizzate ad accrescere i consensi nelle fasce subalterne: ad esempio, “l’immigrazione” come “capro espiatorio” del malessere sociale e materiale del paese, ecc.
La demagogica – seppur abile – strategia politica della Meloni ha un doppio effetto: da una parte, quello di incidere e di “pesare” in negativo sulla condizione “materiale” delle classi sociali popolari e subalterne, alimentandone lo stato di impotenza, senza che ciò intacchi la “bolla” dei consensi a favore della Premier. Mentre, dall’altra, si diffonde una “perdita di senso” della partecipazione politica (l’astensionismo ne è la cifra più evidente), che scaturisce dalla percezione soggettiva che il “futuro” è fuori dall’orbita, facendo prevalere il torpore mentre si smarrisce il “senso” di ogni forma d’agire. Si tratta di stati d’animo che appaiono speculari al preoccupante “vuoto” derivante dall’assenza di un’ampia “controffensiva democratica” di forze sociali e politiche della sinistra che, pur contestando la propaganda del ceto politico e di governo di questa destra di basso profilo, non sono ancora in grado di aprire e dare visibilità ad una prospettiva chiara e credibile di un “governo di alternativa”.
Se a questo quadro aggiungiamo il contesto globale, segnato dai turbamenti collettivi generati dai due conflitti in corso: quello russo-ucraino e quello tra Israele e Hamas – i cui esiti sono resi, paradossalmente, ancora più incerti con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca –, appare chiaro che le tonalità emotive dell’opinione pubblica si staglino lungo un crinale di inquietudine, di insicurezza e di “impotenza” rispetto sia al destino dei due scenari di guerra, che all’incertezza di un futuro che appare sempre più opaco e imprevedibile.
Credo che anche all’interno di questa fenomenologia socio-politica dovremmo provare a leggere il senso, il “peso” e la consistenza delle due manifestazioni che, nel giro di due giorni, si sono svolte a Siracusa città. Mi riferisco al presidio, composto da non più di una decina di persone – nella mattinata di sabato 12 aprile – che hanno stazionato sul nuovo ponte pedonale nell’ex piazzale della Posta, come forma di protesta contro Francesco Italia, di cui si sono invocate a gran voce le dimissioni da Sindaco, già da diverse settimane – dai social a interventi/interviste su organi di stampa web e cartacei, da parte degli organizzatori. Un’occasione “minore”, quella di sabato, che intendeva anticipare e far da preludio alla manifestazione più corposa prevista per il giorno dopo, a piazza Duomo.
Ma anche la manifestazione di domenica 13, pur pensata e costruita con una regia più ampia ed amplificata in modo più sostenuto da diverse settimane, coinvolgendo alcuni segmenti sociali che in questi mesi hanno espresso iniziative di protesta e manifestazioni di contestazione nei confronti del Sindaco Italia – dai cittadini già scesi in piazza più volte, contestando la costruzione del CCR a Grottasanta, ad altri gruppi – ha mostrato, pur con la presenza di alcune decine di persone, la sua scarsa consistenza. Innanzitutto, l’obiettivo che questi gruppi si erano prefissi: la richiesta di dimissioni del Sindaco era una proposta che appariva, già di suo, ineffettuale – di là dal giudizio sull’attività del Sindaco, della sua Giunta e sulla pochezza dell’intera azione amministrativa.
Così come va aggiunta la scarsa consistenza, politica, organizzativa, sociale, ecc., attorno a cui si erano mossi i gruppi promotori di tale iniziativa. Questa sorta di “rivolta” contro il Sindaco che queste iniziative esprimevano non poteva affatto bastare a determinare la partecipazione di centinaia, se non di un migliaio, di cittadini, per chiederne le dimissioni. Non basta mettere nei social o in alcune chat WhatsApp l’invito a partecipare a qualche manifestazione di protesta o solidarietà, augurandosi di avere l’adesione di 500 o 1.000 persone in piazza.
Proprio per il “clima” di torpore politico-sociale che prevale nel nostro tempo, l’idea che il “lancio” di un obiettivo così dirompente potesse, di per sé, catalizzare la convinta partecipazione di mille o due mila cittadini a piazza Duomo per chiedere le dimissioni del Sindaco, rischia di far naufragare la costruzione di ogni iniziativa che tenda a rimettere in campo una nuova soggettività politica, sociale e civile attorno a battaglie di più ampia consistenza – su Siracusa, come sul paese.
Ma per far questo serve una maggiore capacità di aggregazione, la costruzione di obiettivi mirati, credibili e contendibili, attivando il coinvolgimento reale e organizzativo di gruppi, movimenti, partiti, sindacati, associazioni, corpi sociali ecc., che facciano breccia nell’opinione pubblica. In generale, la realtà siracusana è connotata da una scarsa propensione a “fare rete” in ogni campo. Detto ciò, rimane un giudizio diffuso quello dell’inconsistenza amministrativa, del “vuoto” di azione concreta, l’assenza di visibilità strategica che questa Amministrazione Italia e i suoi Assessori esprimono: come anche la strafottenza con cui mostrano, in varie occasioni, il volto dell’insipienza e di una arroganza di potere, oltre che la loro evidente incapacità politica.
Ben altro effetto ha avuto, nel pomeriggio di giovedì 10 aprile, la manifestazione promossa dalle associazioni di donne – da Centro Ipazia ad altre decine di associazioni femminili e gruppi di donne –, mossi dalla tragica fine della giovane Sara Campanella, studentessa universitaria, uccisa da un suo collega di Università. Una manifestazione contro i femminicidi che ha visto scendere in piazza circa un migliaio di persone, prevalentemente donne, giovani ragazze, studentesse e universitarie. Una presenza fortemente sentita in cui si avvertiva l’esigenza di un’ampia mobilitazione, decisa pochi giorni dopo dal brutale omicidio. Surreale che di fronte ad una manifestazione come quella – con al centro temi di forte valenza sociale, politica ed educativa – non vi fosse presente né il Sindaco, né alcun Assessore dell’attuale Amministrazione. Il fatto che la principale Istituzione della città fosse assente nella manifestazione contro i femminicidi – questione che ha risvolti di carattere culturale, formativo, oltre che politico –, la dice lunga sulla mancata percezione culturale oltre che politico di un tema come questo.
Solo se si rimette in campo una diffusa cultura democratica, uno spirito di partecipazione civile, dinamiche di “messa in rete” gruppi attorno a finalità e obiettivi comuni, costruendo percorsi di condivisione, sarà possibile dar vita ad una inversione di tendenza al clima di torpore politico che pervade la città.

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