Il 7 Febbraio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è tenuto l’incontro di presentazione dei risultati dello studio sulla decarbonizzazione e la competitività del Polo Industriale di Siracusa, alla presenza del Ministro Adolfo Urso, dei rappresentanti di Confindustria Siracusa, e dei principali attori industriali del Polo e di Teha Group. In sintesi si tratta di un piano con 10 proposte da sviluppare in tre fasi:
Fase 1, interventi immediati: salvaguardare la continuità produttiva del Polo e il processo di trasformazione in atto, accelerando gli investimenti già programmati, garantendo l’accesso competitivo all’energia e assicurando tempi autorizzativi certi.
Fase 2, interventi a breve termine: assicurare l’accesso a sistemi di decarbonizzazione competitivi, come cattura del carbonio CCS (vedi scheda 1) e idrogeno blu (vedi scheda 2), e incentivare la riconversione industriale verso filiere di economia circolare, quali recupero e riutilizzo, e/o basate sull’utilizzo delle biomasse.
Fase 3, interventi a medio termine: rendere il Polo di Siracusa un punto di riferimento e catalizzazione per l’innovazione industriale, incentivando la produzione di materiali e vettori di energia ecocompatibili per supportare la crescita di filiere produttive sostenibili.
Sin qui le dichiarazioni ufficiali.
Sebbene l’iniziativa delle aziende del polo industriale sia lodevole e da apprezzare e costituisce finalmente un punto di partenza, a mio avviso il solo fatto che la terza e ultima fase sia “a medio termine” manifesta una debolezza intrinseca. D’altro canto la quarta fase mancante non può che essere oggetto di proposte per le quali è la parte politica che dovrebbe fare la parte del leone, riguardando scelte a carattere strategico nazionale.
In sintesi, e da quanto si evince dai comunicati stampa, gli interventi proposti dalle aziende sono sostanzialmente mirati alla riduzione dei costi dell’energia e del sistema ETS (scheda 3). Gli attori attuali, che siano Sonatrach, Versalis, Eni, Isab, Buzzi Unicem, devono sopravvivere e, oltre a chiedere di fare di tutto per accelerare gli investimenti programmati, propongono interventi congruenti col loro tessuto produttivo e il loro DNA. Infatti, volere l’idrogeno blu significa poterlo produrre con gli attuali processi aggiungendo solo la cattura della CO2. Ma l’idrogeno blu non è considerato rinnovabile e, per l’Unione Europea, è utilizzabile solo per aziende “hard to abate” (scheda 4), cosa che non sono certamente le raffinerie in quanto producono combustibili fossili che in futuro non si utilizzeranno più.
Sono invece “hard to abate” le cementerie ed alcuni impianti chimici per i quali la emissione di CO2 è inevitabile in quanto intrinseca nel processo.
Quale è quindi il problema? Con questo piano il Polo industriale sta lanciando il suo grido di allarme e propone soluzioni perché gli impianti esistenti non siano costretti a chiudere nell’immediato, con grossi problemi occupazionali. Ma, anche se al meglio si dovesse riuscire a tamponare per il medio termine, il rischio a lungo termine sarebbe comunque quello di un forte ridimensionamento o chiusura, visto che ben tre impianti esistenti, le raffinerie, hanno come scopo la produzione di combustibili fossili destinati a scomparire o ad assumere un ruolo marginale.
E, per ritornare all’idrogeno blu, questo abbatterebbe le emissioni di CO2 per la produzione di idrogeno che verrebbe utilizzato in loco, quindi sino a che gli impianti di raffinazione continuassero ad esistere. Ma se viceversa volessimo produrre tanto idrogeno da esportarlo fuori dalla provincia, questo dovrebbe essere verde rinnovabile (scheda 2) generato con processi industriali diversi. In conclusione il respiro degli interventi proposti è ipotizzabile al massimo sino al 2040 – 2045.
È questo quello che serve al siracusano? In verità per la sua sicurezza servono risposte a lungo termine che può dare principalmente la politica. Sono le risposte a questa domanda: “Cosa serve all’Italia per fronteggiare gli sviluppi futuri prevedibili, e come può il siracusano contribuire perché ciò possa avvenire al meglio?” E le risposte potrebbero non piacere agli attuali attori sul territorio, soprattutto le raffinerie; ma ciò che conta realmente non è chi rimane, ma la salvaguardia del lavoro nel suo complesso, anche con nuovi sviluppi industriali.
Siamo lontani dal passato, quando era l’economia a muovere tutto. Nel 1950 Angelo Moratti poteva trovare conveniente impiantare una raffineria ad Augusta e lo faceva. L’economia portava i privati ad investire per la loro convenienza, e questo era congruente con lo sviluppo socio economico del territorio. Oggi che i meccanismi di sviluppo non sono più associati così strettamente al profitto, dovendo cogliere anche obiettivi ambientali sostenibili, solo la buona politica con scelte coraggiose e LUNGIMIRANTI potrà garantirci un futuro; e la politica dovrà garantire il passaggio meno doloroso possibile dagli attuali processi a quelli futuri.
Con ciò non si vuole dire che le aziende sul territorio non possano fare proposte per il lungo termine, ma che sarebbe auspicabile che lo Stato definisse delle linee guida per il territorio o in alternativa accettasse dalle aziende un piano verificandone la consistenza con le necessità nazionali.
Quello che è certo è che lo Stato non può più chiamarsi fuori dalle scelte strategiche, limitandosi solo ad agevolare progetti proposti dai privati già operanti in loco.
Sono svariate le possibilità di sviluppo industriale che il green deal porta con sé. Dalla produzione dei biofuels (che comunque da sola non potrà mai garantire gli elevati livelli occupazionali garantiti dalle attuali raffinerie), alla produzione degli efuel e dei combustibili per aviazione, alla produzione di energia verde rinnovabile nelle sue varie forme, all’accumulo di energia con vari sistemi tra cui principalmente le batterie, alla costruzione e a allo sviluppo di nuove tecnologie per le batterie, alla produzione dei semiconduttori, alla costruzione di pompe di calore, allo sviluppo della tecnologia nucleare di quarta generazione, al teleriscaldamento, al recupero delle biomasse da rifiuti, alla produzione di idrogeno e ammoniaca verdi, alle tecnologie per i trasporti leggeri e pesanti, alla nuova cantieristica verde, alla raffinazione dei materiali base per l’elettronica, ai nuovi processi per la chimica, all’economia circolare con recupero e riutilizzo dei rifiuti, alla gestione delle acque e dei reflui.
È una totalità di sbocchi che i soli attori attuali sul territorio, pur col massimo della buona volontà, non potranno né proporre né coprire. La scelta di cosa fare, tra le tante disponibilità, e di dove allocarlo sul territorio nazionale è responsabilità della politica che dovrà operare tenendo certamente conto della vocazione del territorio e della specializzazione delle sue maestranze; e qui giocoforza rientrerebbe il fortissimo contributo delle aziende locali che dovrebbero comunque essere prioritariamente ascoltate e favorite.
Tuttavia, quanto oggi proposto dalle industrie è almeno, comunque, un primo passo concreto e necessario, non fosse altro perché qualunque prospettiva a lungo termine passa per la fase 1 di salvaguardia della continuità produttiva del “Polo”.
A margine vale la pena ricordare che il sacco dei regali della transizione per la provincia di Siracusa, ad oggi praticamente quasi vuoto, contiene una perla bianca e un pezzo di carbone.
La perla bianca è il cantiere che si vuole realizzare a Punta Cugno per la costruzione delle piattaforme eoliche offshore, con potenziali crescite legate al possibile sviluppo di industrie chimico/meccaniche che siano in grado di costruire in loco le pale e i generatori elettrici (oggi non previsti).
Il pezzo di carbone è il depuratore IAS che, in piena contraddizione con quanto previsto dal green deal sulla gestione dei sistemi di trattamento e recupero acque reflue centralizzati, potrebbe procedere verso la chiusura una volta che le aziende realizzassero i propri depuratori autonomi; mettendo quindi definitivamente una pietra sopra verso possibili o potenziali recuperi di grandi quantità di acqua.
SCHEDA 1
Il CCS è un sistema che prevede la cattura dell’anidride carbonica emessa dai processi e dai camini di impianti produttivi quali centrali termoelettriche a combustibile, o l’industria pesante.
Una volta catturata e compressa per trasformarla in un fluido, si procede al suo trasporto, mediante condutture e/o trasporto stradale o navale in siti per lo stoccaggio definitivo che possono essere formazioni rocciose in profondità o il mare stesso (vedi processo sperimentale Limenet sotto test nel porto di Augusta).
SCHEDA 2
L’idrogeno grigio è quello oggi prodotto da impianti tradizionali denominati “steam reforming”, ottenuto dalla reazione tra vapore d’acqua e metano fossile. Non emette CO2 durante l’utilizzo ma lo emette nel corso della sua produzione, e provenendo da fonti fossili non può essere considerato rinnovabile.
L’idrogeno blu si ottiene con la stessa modalità del grigio, ma la CO2 emessa durante la produzione viene con il CCS catturata parzialmente per conservarla in via definitiva o riutilizzarla. Essendoci comunque durante la produzione una qualche emissione di gas serra in atmosfera, l’idrogeno blu deve essere considerato a impatto ambientale basso, ed oggi viene visto come prodotto utile alla transizione energetica (ma non rinnovabile se il gas di partenza è fossile) solo sino alla finale affermazione dell’idrogeno verde.
L’idrogeno verde si ottiene per elettrolisi dell’acqua con uso di energia elettrica; se l’energia elettrica proviene da fonte rinnovabile allora anche l’idrogeno è rinnovabile ed il suo utilizzo non comporta alcuna emissione di gas serra. Secondo il green deal l’Idrogeno verde diverrà a lungo termine l’unico ad essere prodotto.
SCHEDA 3
Il sistema ETS (Emission Trading System) fissa un tetto massimo alle emissioni di gas serra per gli impianti considerati emettitori. Sulla base di questo limite, le imprese possono acquistare o vendere quote di emissione in base alle loro esigenze. Una azienda virtuosa, che emette meno gas serra del previsto, potrà vendere le quote inutilizzate, mentre una azienda che supera il limite dovrà acquistare e quindi pagare le quote di emissione aggiuntive sostenendo coì un costo economico. In questo modo, il sistema funziona sia come incentivo per le aziende sostenibili sia come penalizzazione per quelle più inquinanti
SCHEDA 4
Le industrie Hard to Abate sono quei settori in cui la riduzione delle emissioni di gas serra è particolarmente complessa, perché le emissioni derivano non solo dall’uso di combustibili fossili, ma anche da reazioni chimiche intrinseche alla produzione che generano CO2 come sottoprodotto inevitabile; mancano per esse alternative tecnologicamente mature e sostenibili per la decarbonizzazione. Un esempio tipico è l’industria del cemento, dove la CO₂ viene rilasciata durante la trasformazione del carbonato di calcio in clinker, un passaggio essenziale e attualmente insostituibile. Al contrario, le raffinerie di petrolio non rientrano tra i settori Hard to Abate, perché il loro prodotto finale (i combustibili fossili) è destinato a essere eliminato con la transizione energetica, rendendo l’industria stessa superflua nel lungo periodo.

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