Dallo Stretto di Messina a Starlink: cinquant’anni dopo

Giungendo in Sicilia, anni fa, il treno scivolava lento, quasi esitante, lungo quella lingua di ferro che si spegneva dolcemente al cospetto del mare. Al traghetto, il vento di salsedine e i colori vividi del Mediterraneo accoglievano il viaggiatore in un abbraccio viscerale, come un dipinto animato che sprigionava calore e identità. Fu allora che sperimentai, per la prima volta, la consapevolezza di essere giunto su un’isola nel marcato senso geografico del termine. Una constatazione geografica, un risveglio sensoriale e intellettuale, una percezione profonda di distacco e al contempo di appartenenza e un luogo che si sottrae alle regole ordinarie dello spazio e del tempo.

Oggi, a Siracusa, questa sensazione si rinnova e si intensifica. Il caso Starlink, con le sue costellazioni satellitari che promettono di annullare le distanze, paradossalmente non fa che amplificare il senso di separazione. L’isola, connessa al mondo come mai prima d’ora, sembra ancor di più un microcosmo, un teatro dove le tracce di un passato lontano si mescolano ai simboli di una modernità fulminea e ubiqua.

In questo contesto, leggere dei post sul trafugamento del Gesù alla Balza di Akradina evoca immagini quasi metafisiche: personaggi che sembrano usciti da un presepe immobile nel tempo, un’iconografia che risale agli anni ’40 e che, nella sua immobilità, si contrappone alla frenesia contemporanea. Ma qui, i colori vividi del presepe appaiono sbiaditi, intrappolati in una nostalgia che non riesce a dialogare con la realtà.

 

Questi personaggi, radicati in una memoria che rispolvera simboli ormai sbiaditi, sembrano mossi da un impulso anacronistico. Essi puntano alla riesumazione di un passato che giace nelle pieghe del loro DNA politico, come se antichi partiti politici e antichi movimenti d’opinione, ormai sepolti dalla storia, potessero offrire risposte alle sfide del presente. Una visione che, invece di guardare al futuro, si rifugia in un’illusione di stabilità che non ha più ragione d’essere. E intanto, i giovani, quelli sotto i quarant’anni, fuggono dalla Sicilia. Ed è lo stesso concetto di stabilità che uccide l’ascensore sociale lasciando al suo posto “quei ciascuno” e “quegli ognuno” il cui anacronismo non serve ad altro che a fornirgli argomentazione delle quali sono all’altezza di disquisire che Starlink non è nelle loro competenze, non per contenuto tecnologico, ma per ampiezza di servizi , piuttosto che dare luogo allo sviluppo industriale e culturale che induce i nostri ragazzi a recarsi comunque altrove, vuoi che sia nel Nord Italia, vuoi che sia all’estero. Scelgono di partire per motivi di studio e di lavoro, incapaci di intravedere opportunità in una terra dove le fila del discorso pubblico sono ancora tenute saldamente

da questi “personaggi del presepe”. Essi non solo si rifiutano di fare un passo indietro, ma ancor più tutti quelli necessari per lasciare spazio a chi possiede le competenze, le skill e la visione per affrontare le complessità della cosa pubblica negli anni 2030-2050.

L’immobilismo di questi protagonisti della nostalgia si staglia in netto contrasto con l’impellente necessità di affidare la direzione della storia a chi ha le capacità e le competenze per farlo. È urgente, ormai, fondare il governo delle cose sulla meritocrazia, seppellendo definitivamente la nostalgia di un tempo che non tornerà più.

È come se l’isola, pur immersa nel flusso ininterrotto di dati e segnali, si rifugiasse in un’essenza primordiale, un’identità che non cede alle lusinghe di una modernità troppo veloce. E così, mentre il cielo sopra Siracusa si popola di orbite artificiali, la terra conserva i suoi miti, le sue reliquie, la sua memoria stratificata.

Ma non si tratta di un contrasto sterile o meramente oppositivo. La sfida che emerge è quella di conciliare l’istantaneità tecnologica con la densità culturale, di riconoscere nella tradizione non un fardello ma un fondamento su cui costruire un futuro consapevole e sostenibile. L’insularità non deve ridursi a una categoria limitante, ma trasformarsi in una chiave interpretativa che, anziché isolare, invita a una riflessione universale.

In fondo, ogni isola è una metafora: uno spazio fisico e simbolico dove il passato e il presente dialogano incessantemente, dove il mare non è barriera, ma ponte, una distesa che invita non a separare, ma a unire.

Così, osservando Siracusa attraverso la lente di Starlink e del presepe trafugato, possiamo intravedere un’opportunità: quella di ridefinire il concetto stesso di modernità, restituendole profondità e umanità, senza mai rinunciare alla ricchezza della memoria.

Non dimentichiamo mai di fare la cosa giusta insieme, il network che non conosce più piramidi ma punti di riferimento, ciascuno per le sue competenze, la pianura dei migliori o la squadra di calcio che vince il campionato, usate l’immagine che preferite.

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