QUALCUNO MI SPIEGHI DI COSA STIAMO PARLANDO.

Come si spiega l’agricoltura ai cittadini? Sì, perché noi lo sappiamo già: ricordiamo la barbabietola da zucchero, abbiamo un terreno del bisnonno ma è crollata la strada, andiamo ogni tanto in campagna dello zio ad arrostire. Sappiamo quando è tempo di scroccare l’olio buono. Facciamo le escursioni al fiume: sappiamo tutto del territorio! Però dimentichiamo spesso che la vita di un posto accade mentre noi siamo da un’altra parte, del resto niente di interessante accade senza di noi. Senza pensarci, siamo convinti che le Comunità Rurali siano la periferia dell’impero, dove le cose tardano ad arrivare ma ecco il segreto: anche negli entroterra stanno nel 2024, con le stesse tecnologie e le medesime informazioni delle capitali, pure se non sono tutti influencer, ché non hanno tempo da perdere. Al massimo le idee alle volte temporeggiano, le si vede arrivare pian piano, le si guarda un po’ come da fuori.
Perché Campagna si conosce piano essa stessa: giorno per giorno ad osservare di che umore è un albero, ad aspettare una pioggia che non arriva o che arriva sbagliata. È lì che si contano diminuire i frutti anno dopo anno, che si capisce chiaramente: qualcosa nell’ingranaggio si è rotta. Chi lavora la terra ascolta la lingua lenta del paesaggio, si prenderebbe volentieri cura del mondo e, soprattutto, saprebbe farlo: saprebbe coltivare il futuro di una comunità. D’altro canto la frontiera è anche territorio di tempi strettissimi, d’avanguardia, quando da un giorno all’altro cambiano le stagioni, quando si lavora con la vita e i suoi capricci.
Quando le regole della produzione agricola sono al centro della politica ad ogni livello, cambiano in fretta e le scrive qualcuno che di certo non sa manìare la zappa. Ora, siccome è veramente complicato comprendere di che consiste la politica agricola comune e noi cittadini non abbiamo neanche voglia di impegnarci più del dovuto per capire effettivamente di cosa stiamo parlando quando pontifichiamo a favore o contro i trattori; andiamo per le aziende della zona ad origliare qualche commento. Il macellaio, il casaro, il contadino, l’agronomo, il ristoratore, proviamoci davvero: inizio io.
Sapete dell’allevatore che riceve contributi su terreni dove pratica il pascolo abusivo all’insaputa dei proprietari? Che qualcuno segna una data sul calendario e i frutti nati prima o dopo quel giorno sono classificati diversamente sul mercato, anche se raccolti dalla stessa pianta? Una misura in favore degli impollinatori impedisce lo sfalcio delle erbe spontanee su determinate porzioni di suolo, ma lo prescrive fino a tutto agosto, quando a giugno il mondo è già secco, le fioriture finite e gli incendi avanzano: un rischio che nessuno vuole correre, sapendo che può rinaturalizzare il suolo in mille altre maniere più sicure ed efficaci. Come quel contadino che produce in biologico su campi estensivi, affiancando diverse essenze per sfruttarne la biodiversità ma poi si vede negare i contributi perché da satellite riconoscono solo le monoculture e la complessità appare come incolto. E di quello che ha realizzato un laboratorio di trasformazione perfetto che potrebbe servire tutto un settore sul suo territorio ma non gli è consentito l’utilizzo conto terzi e perciò resta chiuso gran parte dell’anno.
Errori sciocchi, occasioni mancate: bastava chiarire con chi le cose sa farle, nei tempi diversi di ogni contrada, senza la presunzione di essere tutti esperti d’agricoltura, interpretrandola come un’industria qualsiasi. Del resto continuiamo a trattare il verde (la vita) come vezzo ornamentale o meccanismo produttivo, senza cogliere la necessità di conciliare bellezza e utilità con il senso della misura, dall’aiuola al bosco. A sentire l’elenco infinito di controsensi grotteschi che si consumano nei campi, diventa immediatamente chiaro come le regole del gioco disegnino una sorta di trappola: un grande giro di parole ottimiste che si infrangono sui faldoni dell’inconcludenza amministrativa. Pare altrettanto chiaro che i princìpi teorici di questi provvedimenti sono, nell’insieme, dettati dal buonsenso: con qualche scatto virtuoso e una serie di vecchi, tristissimi, errori del passato. Ne consegue il sospetto, arbitrario ma legittimo, che politiche corrette vengano recepite nel peggiore dei modi possibili. Perché per un piccolo produttore, un’azienda a conduzione familiare come sono la quasi totalità di quelle che animano il nostro tessuto rurale, fatica a stare nei numeri dei bandi, a fare il passo più lungo della gamba. Una di quelle nate da dinamiche di auto-produzione, che lotta per una fetta di mercato sempre più sottile, con i raccolti che calano e i costi che aumentano.
Una Ferrari ferma con le quattro frecce, mi viene suggerito più volte. La totalità dei provvedimenti è tarata sui produttori in grande scala, enormemente avvantaggiati: mega aziende intensive e ultra-specializzate che abbattono i costi e riforniscono la grande distribuzione. Poco importa se si ammantano di etichette verdi: questi tipi di agricoltura sono uno schiaffo alla tutela del territorio, certamente non ne coltivano il futuro eppure stiamo consegnando loro le chiavi del nostro giardino. Di fatto in Sicilia, ma temo ovunque, si incentiva e si realizza un ritorno al latifondo. Gli altri abbandonano o inseguono replicando la solita miope agricoltura convenzionale, con pesticidi e concimi, che sta tanto stretta ma bisogna campare al ribasso.Oppure piuttosto contare sulle proprie spalle, un passo alla volta ma senza impegni, la strada è lunga ma lo sforzo proporzionato, la voglia di fare le scelte giuste con il mondo contro. Mentre siamo vittime di un dissesto estremo, che forse non si vede dal balcone del condominio, siamo in grado di lamentarci contemporaneamente sia della siccità che delle bombe d’acqua.
Chi lavora la terra ascolta la lingua lenta del paesaggio, si prenderebbe volentieri cura del mondo e, soprattutto, saprebbe farlo. Questo dovrebbe essere lo scheletro della nostra transizione all’agro-ecologia. In un momento in cui è necessario prendersi cura del paesaggio perché le cose funzionino, se proprio volessimo riempirci la bocca di sovranità alimentare e di eccellenza in questi giorni di G7, nessuno ha valutato opportuno inserire dei contrappesi nelle regole di mercato che garantissero una retribuzione dignitosa ai piccoli produttori, gli unici veri custodi del territorio. Nessuno ha messo un freno al mercato delle proprietà agricole drogato dal nuovo colonialismo della turistificazione, che impedisce gli investimenti a chi non ha le spalle più che coperte. Nessuno ha disposto una redistribuzione di tutti quegli ettari ed ettari di incolto che hanno perso memoria dei proprietari, vittime dell’urbanizzazione. Nessuno ha ridisegnato una rete di servizi che risorge supportata come si dovrebbe: dai presìdi sanitari a quelli d’istruzione, dalle infrastrutture al trasporto, dalle comunicazioni alle utenze, alla cultura: una rete capillare, di produzione e vita. Come del resto è sempre stata la comunità rurale che ha modellato i paesaggi prima dell’industrializzazione, tutti contadini del mondo.
Un territorio vissuto e produttivo, brulicante di biodiversità, è un territorio in salute, in equilibrio. Con un suolo ricco che non ha bisogno di apporti esterni, e tanti attori liberi di muoversi nella catena alimentare a contenere le minacce, normalissime presenze nella complessità della bellezza. È un territorio in grado di assorbire e sfruttare correttamente la propria acqua e i propri scarti, un territorio con forti anticorpi contro gli incendi e il pascolo abusivo che impediscono la riforestazione che è anche ricchezza, un territorio di itinerari e specialità che ne animano l’economia. Un Parco, verrebbe da dire ma sembra impensabile, di eterna imminente istituzione. Osteggiato a beneficio di pochi ma con il sostegno di molti. Perché in campagna la vita si è fatta difficile e tutto sembra andare al contrario: è facile convincersi l’un l’altro che esista un colpevole ben preciso e che non sia il mercato. Perché il mercato ammicca, ammalia, promette ma forse chi gli dà voce, consapevole o meno, non sa come cresce il cibo.
Oppure dobbiamo partire con le nostre gambe, un passo alla volta ma senza impegni, la strada è lunga ma lo sforzo proporzionato, la voglia di fare le scelte giuste e contro il mondo delle multinazionali, dei mega impianti; perché quando una cosa è troppo grande c’è qualcosa che non va nel suo rapporto con il territorio, anche se parliamo di biologico o rinnovabili, una monocoltura resta tale. Capire che la nostra esistenza è una questione di produzione e consumo in equilibrio, e ci toccherà andarli a conoscere questi luoghi che ci danno da mangiare, a tutti, per scoprire che spesso potremmo anche restituire. Con il nostro voto, con la nostra pressione, con la nostra spesa, con il nostro tempo, in cambio di cibo, acqua ed energia che la città assorbe senza ritegno. Col nostro sguardo su questo G7 che gioca alla supercazzola quando c’è davvero tanto da fare, e qualcosa sappiamo farla tutti.
Bisogna eliminare la distanza che ci separa dalla campagna, perché abbiamo perso contatto con la misura delle cose e lo soffriamo, anche se non lo vogliamo ammettere. Bisogna portare a spasso le idee, partire dagli animatori di comunità, incontrarci, mangiare, ridere, immaginare. Tanti già lo fanno, altri ne avevano voglia, tutti dovrebbero vederlo. Ci sarebbero tante cose da mettere in discussione se avessimo voglia di sfidare un cambiamento, di reinventare il nostro ruolo nell’ecosistema. Evolvere dall’ambientalismo all’ecologia, quanto sarebbe divertente? Come presa di coscienza collettiva, aprire un confronto su cose vere a cui neanche pensiamo?  Perché alla fine è solo questione di redistribuzione, nell’equilibrio delle risorse e delle possibilità, ché la giustizia ambientale passa dalla giustizia sociale lo sapevamo e l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio. Forse ora dobbiamo imparare che sempre più spesso sembra  necessario invertire il paradigma e la dignità del lavoro senza il rispetto per il creato non è più raggiungibile, perché passa da gesti piccoli in un enorme macro-organismo in cui si lavora fianco a fianco verso una direzione ben chiara a tutti.
Partiamo verso una trasformazione comune e facciamoci tutti contadini del mondo. O quantomeno troviamo il buon senso per cedere il passo a chi sa di cosa stiamo parlando.

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