GRAZIE dr. MADEDDU, MA NON CONDIVIDO LE SUE GRANITICHE CERTEZZE – Bronzi di Riace, controreplica dell’archeologo Fabio Caruso

Gentile dott. Madeddu,

la ringrazio per la cortese replica – cortese perlomeno nell’incipit – e per avermi perdonato la battuta sui mobili Ikea (non ho resistito); a mia volta, le perdonerò il brusco invito a leggere meglio articoli scientifici attinenti alla mia professione (e che sono quindi il mio pane quotidiano) e il tentativo di insegnarmi come tradurre una lingua, quella greca antica, che studio e frequento ininterrottamente da quasi cinquanta anni.

Le confesso che mi trovo in grande imbarazzo a controreplicare alle sue osservazioni, e in qualche modo comprendo meglio il rifiuto di tanti miei colleghi ad intervenire nel merito: non si tratta di protervia o di chiusura corporativa, ma della constatazione che, in assenza di linguaggio, conoscenze e metodologie condivise, la comunicazione non può che risultare difettosa. La mia impressione è che non abbia colto in pieno il senso di alcune mie obiezioni, probabilmente perché le ho presentate in modo inadeguato. Proverò quindi a rispondere ai punti principali della sua replica nel modo più sintetico possibile, per non abusare dell’ospitalità della testata che ci ospita e della pazienza di eventuali (ed eroici) lettori, nella speranza che il lavoro imminente sui bronzi da lei preannunciato possa fugare, anche in minima parte, le mie tante perplessità.

Lei afferma: “Non è vero che Holloway lanciò l’ipotesi del ritrovamento dei bronzi in acque siciliane in forma fortemente dubitativa” e “Non è vero che Holloway sconfessò l’ipotesi siracusana”. L’articolo di Holloway si intitola: Gli eroi di Riace sono siciliani? Il punto di domanda già nel titolo credo indichi in modo abbastanza eloquente il proposito di avanzare una possibilità con le necessarie cautele, tanto è vero che alla fine del lavoro appare la frase: Anche la teoria di un’origine siciliana delle statue si basa su delle voci non controllabili. Riguardo la sconfessione dell’origine siracusana, lo stesso archeologo, subito dopo averla avanzata come possibilità, continua: Se mettiamo in evidenza il carattere del monumento da cui gli Eroi sarebbero provenuti, troveremo un motivo per dubitare dell’ipotesi siracusana […] essi potrebbero rappresentare una coppia di ecisti… In generale è buona norma riportare per intero il pensiero di un autore, nella sua conseguenzialità, e non selezionare solo quanto fa gioco alla nostra ipotesi.  Io non ho alcun pregiudizio contro un’eventuale provenienza siciliana dei bronzi: se e quando salteranno fuori documenti e prove fotografiche capaci di dimostrarlo sarò ben felice di prenderne atto. Fino ad allora spero mi sia data la possibilità di non dare ascolto a voci non controllabili, interviste a volto coperto e chiacchiere varie.

Lei afferma: “Non è vero che le fonti non tramandino il ricordo di una statua di Gelone nudo”, e, più sotto: “Ora, che «nudo» significhi «vestito» non si può proprio sentire”. Non si potrà sentire, probabilmente, ma sicuramente si può leggere: sono certo che – da appassionato di greco antico – in casa avrà il buon vecchio Rocci. Provi ad aprirlo alla voce gymnos: non si limiti alle prime righe, legga fino in fondo. Troverà che il termine ha uno spettro semantico estremamente largo, che può indicare fra l’altro, le parti non coperte da armatura, un individuo “inerme” e persino, “coperto del solo chitone”. Adottare questa traduzione nel passo di Eliano (6,11), quindi, non è una mia “soggettiva e personalissima opinione” come lei dice, ma un procedimento adottato dal buon senso poiché più avanti lo stesso autore, parlando della statua di Gelone, afferma che il tiranno era coperto da “un chitone senza cintura” (13, 37). Converrà con me che le fonti vanno lette per intero, evitando di omettere quanto non ci fa comodo. Se non si fida della traduzione di un modesto archeologo di provincia, quale sono, la invito a consultare il testo di Eliano curato da Nigel Wilson per i tipi di Adelphi: troverà che il traduttore per il passo incriminato sceglie il termine “inerme” (etimologicamente: senza armi, che è cosa ben diversa da nudo). Anche il passo di Polieno (1, 27), l’unico ad utilizzare il termine gymnos senza ulteriori specificazioni, nella traduzione inglese curata da Andrew Smith si muove in questa direzione traducendo il termine con unarmed (disarmato). Le consiglierei, in generale, di fidarsi di chi fa il traduttore per professione.

Quanto alla descrizione dei capi di capi di abbigliamento assegnati dalle fonti a Gelone temo lei abbia le idee un po’ confuse, e qui la prego di credermi perché, occupandomi specificamente di iconografia, mi trovo un po’ nel mio campo: con himation si intende il mantello che avvolge interamente il corpo; il mantello più corto di cui parla, fermato da una fibbia, viene normalmente chiamato chlamys (e non viene mai menzionato nelle fonti in esame); non c’è alcuna contraddizione fra i termini chiton e chitoniskos, essendo quest’ultimo il diminutivo dell’altro, così come non è in contraddizione usare in  italiano per lo stesso capo “maglia” e “maglietta”. Il chitone (o tunica) era normalmente indossato legato in vita, ma la cinta non era necessaria per un uomo in armatura completa perché la corazza teneva ferma la veste sottostante: nel racconto di Eliano Gelone si era spogliato delle armi per mostrarsi “inerme”, appunto, ed è per questo che la statua lo ritrae “con il chitone senza cintura”: era un segnale forte che metteva l’accento sulla voluta ed esibita vulnerabilità del tiranno.

Per concludere su questo punto mi permetto di dirle che non è metodologicamente corretto in questo caso specifico fare un uso combinatorio delle fonti letterarie, attribuendo quanto viene detto riguardo l’evento all’iconografia della statua: sono due piani distinti. Lo stratagemma di Gelone è menzionato solo da tre autori: due di essi, Diodoro e Polieno, ricordano solo l’evento (contraddicendosi, peraltro) e non parlano mai di una statua (o perché non la conoscono o perché non hanno interesse a farvi cenno); un autore soltanto, Eliano, come si è detto, parla di una statua e la descrive puntualmente vestita di chitone. Potremmo pensare che la statua sia frutto solo della fantasia di Eliano, dato che gli altri autori non ne parlano, ma se crediamo che la statua sia esistita perché mai non dovremmo dare credito alla descrizione che ne viene data? Poniamo, per assurdo, che in un futuro remoto si perdesse memoria dell’immagine stessa di Parigi ma si conservassero tre testimonianze scritte distinte che parlano dell’Esposizione universale del 1889: tutte e tre descrivono, a modo loro, l’evento, facendo cenno sommariamente a grandiosi edifici in mattoni, metallo e vetro innalzati per l’occasione; una soltanto aggiunge il particolare che all’ingresso della zona espositiva venne eretta una gigantesca torre di ferro. Ci sogneremmo mai di dire che la Tour Eiffel non era di ferro, ma di mattoni, o di marmo, o di vetro?

La verità, gentile dottore, è che nei testi antichi giunti fino a noi non viene mai ricordata una statua di Gelone nudo. Allo stato attuale delle conoscenze si tratta di un parto della sua fantasia, una “verità” tutta sua alla quale ovviamente è liberissimo di credere. Non si stupisca se gli archeologi non la seguono su questa strada.

Riguardo al passo di Favorino di Arelate che ricorda il “processo delle statue dei tiranni” devo dire che il testo appare a me, e ai più, chiarissimo: vengono salvate soltanto una statua di Gelone (non sappiamo quale) e tutte quelle che ritraggono Dionisio il Vecchio nello schema del dio Dioniso. La notizia viene riportata anche da Plutarco nella Vita di Timoleonte (23c) che, dichiarando di utilizzare come fonte Athanas/Atanis, storico siracusano, menziona soltanto la statua di Gelone e tace sulle statue di Dionisio il Vecchio. Non dobbiamo necessariamente pensare ad una tradizione diversa: è facile credere che le statue di Dionisio/Dioniso, che ritraggono un dio con le sembianze di un mortale, proprio in virtù del loro statuto ambiguo vennero considerate statue divine che sarebbe stato sacrilego distruggere.  Non vedo come su questa base si possa correggere il testo di Favorino e concludere che attorno alla statua di Gelone ve ne erano altre.  Attendo con viva curiosità quindi la pubblicazione del suo lavoro su questo punto, che immagino sia alla base della fantasiosa ricostruzione del cosiddetto gruppo dei Dinomenidi che vedo girare in rete. Emendare un testo greco antico non è cosa semplice: poiché lei stesso si definisce appassionato della lingua e nulla di più (al riguardo mi permetto di suggerirle che la corretta traslitterazione della parola che indica la tunica in greco è chiton, non kiton) immagino si sia giovato della collaborazione di un grecista di grande esperienza dal quale, se è il caso, sarò felice di imparare, riservandomi naturalmente la libertà di giudicare.

Riguardo la questione cronologica: poiché fa parte del mio mestiere, conosco bene il dibattito che ha portato progressivamente a stabilire per i Bronzi una forbice cronologica fra il 460 e il 430 a.C., e questo, pensi, senza l’ausilio del radiocarbonio. Nel mio post affermavo che non credo esista oggi uno storico dell’arte greca disposto ad antedatare la creazione delle statue e lo posso solo ribadire. Come ben sa, anche fra gli archeologi esistono campi specifici di specializzazione: alcuni dedicano la loro vita esclusivamente allo studio della progressione delle forme e degli stili, e ovviamente alla loro cronologia. Lei è liberissimo di considerare “aria fritta” il frutto delle loro fatiche che tuttavia, mi creda, vengono tenute in gran conto dalla comunità scientifica. Mi corre l’obbligo di farle notare che nell’elenco di nomi e cronologie da lei riportato si contano diverse imprecisioni. Non è vero, ad esempio, che Ross Holloway data i bronzi al 470-460: lo studioso, proprio nell’articolo dal quale, come lei più volte afferma, prende le mosse la sua ricerca, data le statue al 450 a.C., quando potremmo giurare nella Siracusa “democratica” si pensava a tutt’altro che a celebrare un tiranno: legga meglio l’articolo (p. 24). Che io sappia, inoltre, il dott. Antonio Corso, profondo e raffinatissimo conoscitore della scultura greca, data le statue al 460 a.C., e non nel decennio precedente come da lei riportato (La scuola di bronzistica ad Argo ai tempi dei bronzi di Riace, in NAC 2021, p. 28): qualora negli ultimi tre anni il dott. Corso abbia cambiato opinione e lei ne sia a conoscenza le sarei grato se volesse segnalarmelo.

Riguardo il tempio di Hera Sicula, confesso di non sapere dove mettere le mani di fronte alla macedonia di informazioni errate e approssimative presenti nella sua replica. Tenterò per questo di essere quanto più possibile schematico: A) Il termine “Sicula” non può che essere l’epiclesi della dea, ed è quindi errato tradurre tempio di Hera in Sicilia; B) L’epiclesi, che forse è meglio tradurre, etimologicamente, “soprannome”, serviva ad indicare un aspetto specifico della divinità, facendo riferimento o ad una caratteristica delle sue sembianze, o al suo campo di azione o a una sua sede preferita: in questo caso l’epiclesi Sicula o dei Siculi, fa riferimento non ad un’entità geografica ma ad un’etnia, quella dei Siculi, appunto; C) Ateneo ricorda per Siracusa un tempio di Gea Olimpia, non di Hera Olimpia; in ogni caso seppure volessimo emendare il testo e leggere Hera, questo tempio viene posto inequivocabilmente in Ortigia, non certo nei pressi dell’Olympieion; D) Quando afferma, con una punta di arroganza degna forse di miglior causa che “non è necessario pensare fantasiosamente ad una divinità indigena” mostra di avere poca dimestichezza con la letteratura sull’argomento: questa prospettiva, che lei definisce fantasiosa, è stata inaugurata, e da tempo, da uno studio di Benedetto Bravo, allievo di Pasquali e Pugliese Carratelli e professore emerito dell’Università di Varsavia.  Aggiungerei che è probabile che la scelta di accogliere una divinità “indigena” e dedicarle un tempio identificandola con Hera sia da attribuire proprio a Gelone (il che spiegherebbe perché venne scelto proprio questo santuario per la dedica della statua). È significativo al riguardo, che il fratello Ierone proseguirà sulla stessa strada di inclusione o, se vogliamo di appropriazione dell’universo religioso siculo, quando commissionerà ad Eschilo il dramma Le Etnee per celebrare la rifondazione di Catania come Etna: sappiamo infatti che nel corso del dramma le divinità sicule dei gemelli Palici venivano ricondotte ad una genealogia greca per parte di padre, indicandole come figli di Zeus e di una ninfa locale E) Per concludere, non riesco a comprendere su quali basi lei ponga la tomba di Gelone e della moglie nei pressi dell’Olympieion; il passo di Diodoro cui fa riferimento (14, 63) distingue chiaramente le cose, citando prima la distruzione della tomba e di quelle limitrofe da parte di Imilcone (l’area era quindi cimiteriale, non certo un santuario) e poi parlando delle fortificazioni del Plemmirio, dell’Olympieion e del porto grande. Del resto lo stesso Diodoro, in altro luogo (11, 38), riferisce che le tombe si trovavano in un’area extraurbana chiamata “Le nove torri”, senza fare alcun cenno né alla Polichne, né al tempio di Zeus (né tantomeno al tempio di Hera Sicula di sconosciuta ubicazione).

Riguardo la prassi della saldatura in loco resto della mia opinione trovando ingenua e francamente indifendibile che opere della qualità dei bronzi di Riace venissero spedite a pezzi e assemblate a destinazione per i motivi di cui ho già detto. Lei mi assicura che “tale prassi è abbastanza documentata in letteratura”: sono lieto di apprenderlo e, nel caso di un riscontro effettivo, mi dichiaro pronto a ricredermi. Del resto io non oserei mai definirmi esperto di bronzistica greca, essendo specializzato in tutt’altro settore: le mie obiezioni sono quelle di un archeologo generalista. È quindi possibile che qualche riferimento bibliografico in questa direzione mi sia sfuggito: se vorrà indicarlo nel testo di prossima pubblicazione colmerò questa lacuna, purché non si tratti di paragoni francamente improponibili fra la spedizione via mare di statue in bronzo da una parte e intere chiese prefabbricate in marmo dall’altra.

Per concludere, sulle analisi geochimiche ho ben poco da dire, perché non ho competenze specifiche al riguardo e non ho motivo alcuno di dubitare della correttezza e dell’accuratezza degli esami condotti sui limi dell’Anapo. Occupandomi tuttavia di ceramica greca, mi è capitato spesso di confrontarmi con studiosi e colleghi che si occupano a tempo pieno di archeometria e, specificamente, di analisi delle argille, e da loro ho appreso quanto sia difficile e insidioso stabilire corrispondenze precise fra campioni a fronte di una banca dati che ci si augura quanto più larga e rappresentativa possibile. Accolgo quindi con un certo stupore che sia stato possibile stabilire una corrispondenza biunivoca fra le argille siracusane e le terre di saldatura dei bronzi. Leggo che viene annunciato, imminente, un articolo su una rivista scientifica internazionale, che certamente sarà passato al vaglio di referee del settore: sono certo che non io (che, ribadisco, sono pressoché digiuno dell’argomento), ma l’intera comunità scientifica del settore ne attende con vivo interesse la pubblicazione.

Ciò detto, gentile dott. Madeddu, de hoc satis. Sono consapevole di non avere smosso di un millimetro le sue granitiche certezze che a mio modesto vedere poggiano su basi ben più incoerenti dei limi dell’Anapo. Per evitare che il confronto, già problematico perché basato su approcci dissimili alla materia, scada al livello di battibecco, le preannuncio che non risponderò ad una sua eventuale controreplica nell’immediato.  Proporrei di aspettare la nuova pubblicazione del suo lavoro per riallacciare, solo allora, serenamente e se sembrerà opportuno, un eventuale confronto.

Cordialmente,

Fabio Caruso

 

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