Riceviamo da uno psicologo dell’equipe multidisciplinare di una delle CTA del nostro territorio queste riflessioni che volentieri pubblichiamo dopo averne accertato la fondatezza:
“Ho letto con interesse l’articolo sulle CTA, struttura in cui opero da psicologo. Un articolo che rappresenta perfettamente la complessa realtà in cui lavoriamo e … rischiamo. Aggiungerei solo che, tra i componenti dell’equipe multidisciplinare, sono i medici quelli più “presi di mira” dalle proiezioni paranoiche dei pazienti perché sono loro a prescrivere i farmaci che, per limitata consapevolezza di malattia e/o per i possibili effetti collaterali, sono spesso rifiutati dai malati e quindi causa di odio verso il medico e, subito dopo, verso l’infermiere che li somministra.
Per descrivere la complessità in cui si opera all’interno di queste comunità terapeutiche, vanno ricordate le tre diverse tipologie di pazienti che vi sono ospitati. I pazienti “delinquenti” o comunque autori di reato (spesso reati al plurale) che arrivano direttamente dal carcere o comunque ad esso sono destinati e che vengono trasferiti in CTA tramite perizie mediche che accertano l’incompatibilità con la detenzione dando una diagnosi psichiatrica (diagnosi come bipolarismo, disturbo di personalità borderline, etc.). I pazienti effettivamente psichiatrici da CTA che si ricoverano o vengono ricoverati in struttura tramite l’obbligo del magistrato per una pericolosità sociale ma che in realtà si trovano ad avere tale obbligo perché diventano “carcerieri” dei loro familiari o perché fanno “danni” più banali come il disturbo alla quiete pubblica per cui vengono a volte denunciati.
E ancora i pazienti tossicodipendenti (alcool e/o sostanze), spesso autori di reato proprio per procurarsi la sostanza e che finiscono all’interno delle CTA per un ulteriore enorme paradosso: non ci sono strutture per loro, perché il carcere è inappropriato per la gestione della loro dipendenza e astinenza, così come d’altra parte la CTA. In realtà esistono delle strutture, quelle ‘a doppia diagnosi’, ma non ci sono nel nostro territorio. Neanche una.
![]()
Questa distinzione serve a dire che è la prima tipologia quella veramente problematica. I secondi sono un po’ vittime di un sistema che, come scritto nell’articolo, pagano il fio di una società che predilige “i sani”, un sistema in cui per loro non c’è posto. Così come i terzi, per cui pare non esserci effettivamente il posto ‘giusto’.
Esiste poi un grosso paradosso, di cui non si “parla”, che ha a che vedere proprio con il tempo di degenza. Mentre per i pazienti volontari esiste il limite dei 72 mesi, gli ospiti autori di reato hanno una degenza “a tempo indeterminato”, o comunque a sconto della loro pena. Anche perché arrivano con la dicitura di collocazione temporanea in attesa che si liberi il posto in REMS, ma con la evidente consapevolezza che, per i problemi già ben descritti nell’articolo, questo passaggio non avverrà mai. Non avviene neanche per i pazienti a tal punto gravi e pericolosi da essere stati (dopo numerose segnalazioni da parte dei direttori sanitari ai magistrati di sorveglianza) “segnalati” come necessitanti di saltare la lista di attesa, ma ancora ad oggi o a piede libero o ricoverati in CTA (dove in teoria dopo 8 giorni di allontanamento spontaneo possono essere dimessi, seppur pare che l’ASL possa decidere di muoversi diversamente in merito).
Correttamente a inizio articolo si parla di “rischio che ci scappi il morto”: in fondo le segnalazioni vengono fatte, ma si nasconde la sabbia sotto il tappeto, finché non succede un disastro (basti pensare al caso di cronaca di quest’ estate della psichiatra Barbara Capovani uccisa a sprangate a Pisa).
In sostanza, tornando al paradosso, i pazienti autori di reato vengono “parcheggiati in CTA” con l’idea (o forse la scusa) di essere comunque da riabilitare (in fondo la REMS stessa si pone tale obiettivo), ma i tempi li detta la loro pena. In pratica per i pazienti davvero riabilitabili viene dato un tempo, per i pazienti autori di reato spesso non riabilitabili no, un tempo che non decide un medico ma un magistrato. Il medico o comunque l’equipe, davvero deputata a poter fare delle valutazioni, viene totalmente spogliata del suo ruolo. Su ciò che dovrebbero/potrebbero decidere loro, decide qualcun altro con minori competenze nell’ambito, parlando in sostanza di “riabilitazione coercitiva” in un luogo che a tale scopo non è deputato.
La situazione denunciata rientra comunque nel più ampio panorama dei servizi territoriali in totale stato di collasso. Le stesse condizioni di pericolo delle CTA si ritrovano negli SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), servizio ospedaliero dove vengono attuati trattamenti psichiatrici volontari ed obbligatori in condizioni di ricovero, e nelle carceri stesse, dove negli ultimi mesi sono aumentate le aggressioni, nonostante la presenza delle guardie carcerarie (sempre in minore presenza e con minore formazione, e quindi non davvero preparate a fronteggiare il problema).
La conseguenza di ciò diventa un “rimpallo” tra i servizi psichiatrici e non, un “passarsi la patata bollente” di questi pazienti che vengono “sballottati” tra una struttura/servizio ad un’altra/o, quasi con l’idea implicita e non dichiarata che “dobbiamo piangerceli” tutti un po’ per uno. Ma ciò, a proposito di effetti su qualità del lavoro svolto, come gli operatori che sono costretti a svolgere male il loro lavoro per mancanza di tempo e burnout, porta ad una “guerra” più o meno fredda tra i servizi, che smettono di collaborare come dovrebbero. Neanche a dirlo questo aspetto aprirebbe un gigantesco dibattito su come il nostro attuale governo e i precedenti hanno gestito i fondi da destinare alla sanità e alla giustizia.
Una soluzione avanzata da molti per sopperire a questa situazione delle CTA è quella di cambiare il loro statuto di base e il loro organigramma inserendovi guardie o comunque un servizio di sicurezza.
Sorvolando sull’enorme difficoltà in cui ci si imbatterebbe, sia per i tempi burocratici di un cambio strutturale sia per i costi non convenienti (ben descritti nell’articolo), il problema più grosso è nuovamente nei confronti dei “poveri” pazienti psichiatrici da riabilitare e a cui spetterebbe di usufruire del servizio. Perché un paziente psichiatrico, per cui la comunità deve essere un luogo riabilitativo, un contenitore “buono”, un “laboratorio” in cui sperimentare la società in modo ovattato (non a caso, credo, il nome di Comunità per queste strutture), deve avere una guardia all’interno della sua “casa sicura”? Perché deve essere sottoposto ad un elemento “estraneo”, “intrusivo” vista anche la sua tendenza per patologia a percepire gli stimoli in modo più intrusivo e impattante?
Facendo infine una considerazione di carattere più prettamente psicologico, esiste un collegamento tra quanto descritto all’inizio dell’articolo (i casi di maltrattamenti nelle strutture da parte del personale) e quanto oggetto di esso (il burnout del personale)?
Fatti come quelli di cronaca che ci troviamo spesso a sentire riguardo a tali abusi di potere fanno evidentemente storcere il naso, e lungi da me pensare che non siano condannabili, anzi. Ma superando un attimo lo sconcerto, che ci porta a pensare che essi dipendano dalla cattiveria e/o patologia umana, quali sono le ragioni che possono portare alla messa in atto di comportamenti così inumani e incondivisibili?
Lo stato di burnout e di conseguente frustrazione del personale è o può essere una risposta. Non capita di rado, ma piuttosto di sovente, che un operatore dopo avere gestito un ospite pericoloso, introiettato tutta l’aggressività di quest’ultimo e soffocato la propria, risponda male o “maltratti” verbalmente un ospite più debole, quasi ad andare a favore di una dinamica totemica in cui vige la legge del più forte e ogni gradino superiore se la prende con quello inferiore.
Ribadisco, totalmente condannabile il comportamento, ma alla gestione di stress, frustrazione ed aggressività del personale chi ci pensa, al di là degli altri colleghi (operatori o equipe) che si trovano così a dovere gestire oltre al carico in più del paziente autore di reato anche il carico dello stress dei colleghi? Un cane che si morde la coda, un burnout che si combatte con altro burnout. Dando per di più per scontato che gli operatori non preparati sulle dinamiche psicologiche (gli ausiliare, gli assistenti sociali, ma nel loro piccolo anche gli infermieri) possano prendersi cura di sé e dei colleghi in una situazione di così forte stress; non a caso d’altronde ciò che accade è che la rabbia più che essere “spenta” venga “accesa” e “fomentata”.
Al netto di tutte le criticità sopra evidenziate, la situazione è questa, ed è presumibile che anche nella distopica idea che già oggi si muovano i primi passi per un cambiamento la situazione resterebbe comunque questa per ancora molto tempo.
Considerato ciò, perché non viene fatto nulla, se non per risolvere almeno per arginare, tale situazione? L’inserimento di figure di protezione nelle strutture (nonostante il critico punto che ho descritto sopra), corsi di formazione per il personale sia di autodifesa che di gestione dello stress, corsi di approfondimento sulla precisa tipologia di paziente, etc.?
Si suppone che in un normale reparto ospedaliero non verrebbe ricoverato un paziente con problematiche che il personale non è in grado di trattare e in cui non ci sono i mezzi per farlo: come mai nella salute mentale ciò avviene, senza che vengano presi per lo meno dei provvedimenti formativi?
Probabilmente la risposta, come già constato nell’articolo, è che non stiamo parlando di persone agli occhi dell’opinione pubblica, ma di persone dimenticate, che è meglio nascondere, o che comunque vogliamo sistemare per non vedere.
La domanda quindi che sorge spontanea è: a parte le condizioni igieniche in cui versavano i vecchi manicomi o OPG e le pratiche utilizzate al loro interno, è davvero cambiato qualcosa (o abbastanza) nell’opinione sanitaria e pubblica dalla legge Basaglia?”

Commenti recenti