In seno all’Assemblea Territoriale Idrica i sindaci della nostra provincia, all’unanimità (ma in assenza di sei componenti) hanno deciso di optare per la gestione mista pubblico-privata del servizio idrico. Ciò comporterà l’intrusione di una società privata nella gestione di un servizio pubblico di primaria importanza come quello della fornitura idrica e della depurazione delle acque reflue. Increduli, ci chiediamo ancora come ciò possa essere accaduto proprio in questa provincia, in cui è ben vivo il ricordo della pessima gestione di SAI8 e dell’impegno civico profuso da tanti Comuni e associazioni e singoli cittadini nelle varie iniziative civiche volte alla liberazione da quel pessimo gestore privato. Ricordiamo che alla grande manifestazione regionale per l’acqua pubblica del 19 novembre 2011 a Siracusa parteciparono quasi tutti i sindaci, prendendo poi la parola sul palco di Piazza Archimede. E ora?
Le conseguenze di questa sciagurata scelta saranno ravvisabili in una crescita delle bollette, poiché la presenza del privato reintroduce necessariamente il lucro: il privato non intende certo gestire l’acqua pubblica per mero spirito di servizio, ma lo fa per guadagnare.
Sull’acqua i guadagni possono essere gonfiati a dismisura attraverso varie strategie facilmente immaginabili: sovrafatturazioni dei lavori affidati a ditte varie; pagamento (fittizio) di lavori non eseguiti o di lavori eccedenti; sversamento dei fanghi di depurazione in mare (per ridurre i costi di smaltimento); lavori di progettazione eseguiti da tecnici interni ma pagati (fintamente) anche a progettisti esterni; consulenze esorbitanti… ed altro ancora. Fantasie? No! Strategie già perpetrate in passato da un noto gestore.
Perché una gestione privata o che includa il privato dovrebbe tornare a tali strategie? Ma è ovvio: per ingigantire i costi di gestione nei bilanci per poi scaricare i costi gonfiati sulle bollette, cioè sui cittadini. Cioè per lucrare di più.
Sindaci, questo dovevate risparmiarcelo! Siete obbligati moralmente ad evitarlo! Dovete fare marcia indietro in tutti i modi legalmente possibili. Trovateli e ci troverete al vostro fianco. O saremo costretti a remare contro di voi e a chiamare a schierarsi contro di voi i cittadini.
Una società interamente pubblica per la gestione dell’acqua è non solo possibile, in base alle norme vigenti, ma anche necessaria e doverosa. Una società interamente pubblica si è costituita nell’agrigentino, dove si spera di mettere fine a troppe speculazioni. A Napoli ABC (Acqua Bene Comune) esiste da circa un decennio. Basterebbe seguire uno di quei modelli. Basterebbe puntare su una Azienda Speciale Consortile. Sull’acqua non deve essere realizzato alcun lucro, come predica la legge regionale 19/2015 all’art. 1 (“l’acqua è un bene comune non assoggettabile a finalità lucrative) e ribadisce all’art. 4 (“la gestione del servizio idrico integrato è realizzata senza finalità lucrative”).
Per non esserci lucro non deve esserci intrusione del privato. Un imprenditore privato mira al lucro, cioè al guadagno. Talvolta non investe nulla di suo ma si limita ad ottenere finanziamenti bancari: in tal caso mette in conto, tra le spese da scaricare sui cittadini, anche gli interessi bancari. Questa non è imprenditoria: è “prenditoria”. I sindaci sono disposti ad appoggiare questo?
Se qualche sindaco è stato abbagliato dalla ventilata prospettiva di puntare a finanziamenti di fonte PNRR, oggi ha già avuto modo di ricredersi: tale prospettiva è già tramontata.
Sostiene qualcuno che i sindaci abbiano fatto questa scelta di aprire le porte al privato perché non saprebbero come combattere il fenomeno del mancato pagamento di molte bollette. È vero che la povertà è in aumento anche a causa di una politica responsabile o corresponsabile del cattivo andamento delle cose e della disuguaglianza crescente tra ricchi, che diventano sempre più ricchi, e poveri, che crescono di numero e in povertà. Ma noi crediamo che le bollette idriche debbano esser pagate da tutti, anche dai poveri, che dovranno essere aiutati in mille modi, ma che non devono sottrarsi a pagare le bollette dell’acqua, così come pagano quelle della luce e del gas e del telefono e il canone tv. Alcuni cittadini che non pagano l’acqua sono solo dei piccoli profittatori, mal educati da grandi evasori come quell’ex campione di evasione fiscale che ancora viene osannato: non pagano perché sanno che sarebbe imbarazzante, per un sindaco, privare dell’acqua una famiglia. Ma potrebbero benissimo pagarla, poiché trovano i soldi per pagare la luce o il carburante dell’auto o la bolletta del telefono…
Questa elementare considerazione potrebbe probabilmente suggerire ai sindaci come fare per indurre tutti i renitenti a pagare. Basterebbe stipulare una convenzione con le ditte che commercializzano l’energia elettrica (purtroppo anch’esse private e non in reale concorrenza tra loro): le bollette idriche non pagate potrebbero essere affidate a tali ditte, incaricate di agire per conto della società idrica interamente pubblica. Ed esse potrebbero indurre a più miti consigli i renitenti, riducendo loro la fornitura dell’energia elettrica. Pagherebbero tutti, poiché nessuno vuole limitarsi a ricevere la luce solo per una modesta illuminazione.
Oppure, in alternativa, i vigili urbani potrebbero applicare le ganasce all’auto di chi non paghi la bolletta idrica. L’effetto di quel congegno, ben visibilmente applicato ad una ruota dell’auto, sarebbe simile a quello cui mira il personaggio Chiàrchiaro della novella La patente di Pirandello (ispiratrice di un noto episodio filmico con Totò) e a quello realmente ottenuto dal personaggio popolare dell’appriccantatu, presente nella memoria storica dei nostri antenati: pur di non subirne l’onta della presenza, presso l’uscio di casa, il debitore non vedeva l’ora di saldare il suo debito. Da tale figura d’altri tempi (l’appriccantatu) Pirandello avrebbe tratto lo spunto per la sua famosa novella, sopra citata. Le ganasce montate per bloccare l’auto oggi potrebbero far leva sullo stesso sentimento di vergogna ed indurre il debitore a pagare la bolletta. Ma ci sarebbero anche altre soluzioni alternative.
Una delle quali sarebbe il distacco dell’utenza morosa dalla rete e l’installazione (al posto della saracinesca a testa quadra) di un rubinettino ad erogazione ridotta, ottenibile solo a pulsante premuto. In tal modo le esigenze minime vitali sarebbero assicurate ma l’utente renitente al pagamento delle bollette sarebbe costretto a subire l’onta di doversi approvvigionare per quantità minime solo prelevando l’acqua fuori dall’uscio di casa, chino a tener premuto il pulsante e a reggere una piccola tanica. Anche in questo caso scatterebbe l’effetto Chiarchiaro: in altri termini il rubinettino installato all’esterno dell’abitazione sortirebbe lo stesso effetto dell’appriccantàtu d’altri tempi. In alcuni condomini (dove ancora non esistono contatori singoli) questo non sarebbe possibile; ma le varie strategie possono essere usate alternativamente. A tutte si può associare l’allerta fiscale.
È presumibile che chiunque si sottragga al pagamento del servizio idrico sia un furbastro piuttosto che un soggetto poverissimo. Nei suoi riguardi può essere avviata un’indagine da parte dell’agenzia delle entrate tramite accesso ai conti bancari e verifiche incrociate sul possesso di auto e sul correlato pagamento di assicurazioni di responsabilità civile. In alternativa si può sempre chiedere al potere politico di autorizzare tali indagini incrociate anche da parte del gestore pubblico del servizio idrico. Sarebbe un buon segno della sincera volontà di combattere l’evasione a tutti i livelli. I sindaci devono esplorare tutto ciò che può essere esperito su questo versante anziché aprire le porte alla gestione privata, lavandosi pilatescamente le mani rispetto alle difficoltà di gestione di un servizio pubblico che deve essere inalienabile. Facciano (i sindaci) pressione sul mondo politico per essere messi in condizione di combattere la renitenza al pagamento delle bollette e considerino i furbetti dei probabilissimi evasori e percettori di redditi in nero contro i quali la lotta deve accomunare il gestore pubblico del pubblico servizio e il fisco. Ciò consentirà (a tutti noi) di strappare la maschera a quei politici (di destra e di sinistra) conniventi con evasori grandi e piccoli. E la lotta alla piccola evasione dei falsi nullatenenti e dei percettori di redditi in nero alimenterà il risentimento sociale contro i grandi evasori e spingerà il potere politico ad azioni più severe e più decisive contro i grandi farabutti, che ora invece sono presi ad esempio ed osannati e privilegiati col voto dai furbi di piccolo e grande cabotaggio.
Noi non difendiamo l’acqua pubblica per favorire i furbastri che non vogliono pagare le bollette. Alcuni (a destra come a sinistra) preferiscono addurre pretesti per lavarsi le mani e per affidare il servizio a grandi profittatori. I sindaci da che parte stanno?
I sindaci (e i loro portavoce) non adducano dunque motivazioni poco valide: se vogliono, possono combattere efficacemente e trasversalmente la renitenza di alcuni al pagamento delle bollette idriche.
In realtà la questione non è circoscrivibile solo al servizio idrico: oggi si preferisce affidare ad altri (anche a persone di malaffare) la gestione di tutto il patrimonio pubblico. I risultati li vediamo. Ecco due esempi: a) ponte Morandi crollato per incuria e mancanza di manutenzione. E per tutta risposta si consente che subentri un altro gestore privato, emanazione di una grande finanziaria multinazionale b) una società di gestione dell’acqua arriva a farsi revocare la concessione per palesi e gravi inadempienze contrattuali; ma poi, attraverso un fallimento strumentale, si sottrae al pagamento dei debiti. E magari, cambiata veste giuridica e sotto altro nome, torna a chiedere affidamenti per spolpare, qui o altrove, i beni comuni.
Si vocifera che la società che ha formulato l’unica offerta sarebbe costretta (date le sue dimensioni) ad associarsi al altri soggetti. Quali? Che garanzie può dare un affidamento ad un soggetto che può essere solo di facciata? Che gara è quella cui partecipi un solo candidato? C’è forse un gioco nell’ombra a cui partecipano vari impresentabili? E tra questi ci saranno forse dei prestanome di organizzazioni mafiose?
La politica (la buona politica) deve mettere tra i primi punti programmatici la corretta gestione pubblica, onesta e trasparente dei beni comuni. La si deve smettere di privatizzare l’acqua, le autostrade, la sanità, la scuola e tutto quanto possa costituire opportunità di arricchimento per pochi a danno di molti. Le concessioni di spiagge sono un altro esempio tra i tanti possibili. E anche la vicenda dei tassisti rientra in questa tematica. Il servizio di taxi non basta? I detentori di licenze si oppongono con ogni mezzi alla concessione di altre licenze: non vogliono spartire una fonte di guadagno. Cosa fanno i politici imbelli e cialtroni? Nicchiano, strizzano l’occhio a chi detiene concessioni e privilegi. E non fanno nulla per potenziare il servizio di trasporto pubblico. E, a conferma della loro insensatezza, continuano ad operare nel senso sbagliato: aprendo le porte ad altri privati per ammetterli alla gestione dell’acqua. Come sta avvenendo qui.
Non se ne può più. Scelgano da che parte stare. O con noi cittadini o coi profittatori.
Sappiano che li sosterremo se sapranno scegliere la giusta strada e se la percorreranno seriamente al fianco dei cittadini; ma che li osteggeremo in ogni modo consentito dalle leggi, se continueranno a schierarsi coi predatori di risorse pubbliche.
Noi valuteremo le scelte operate dai partiti (e dai sindaci) ed i loro programmi futuri anche e soprattutto alla luce di questo criterio: operano a vantaggio di tutti o nell’interesse dei furboni e dei profittatori di oggi e di ieri? Non lasceremo spazio libero a nessuno. Li inchioderemo alle loro responsabilità e alla loro insipienza. Si ritengano avvertiti.
Le destre al potere riflettano: una destra sociale (se vuole esistere) non può essere succube di orientamenti ed interessi iperliberisti di tipo berlusconiano. Non può prostrarsi al servizio di interessi di furbetti piccoli evasori, di grandi evasori impenitenti e spudorati, di “prenditori” famelici, corrotti e corruttori e di quanti ancora oggi osannano i peggiori italiani del passato remoto e recente.

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