L’ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DEL GOVERNO MADE IN GARBATELLA

L’ESPEDIENTE DEL PREMIER DI RISERVA PER EVITARE LO SCIOGLIMENTO DEL PARLAMENTO

Si può chiamare premierato quello previsto dalla riforma del governo Meloni? Per rispondere è necessario fare riferimento all’unico premierato storicamente conosciuto, quello inglese, che è basato su due partiti rilevanti (i laburisti e i conservatori) e su un sistema elettorale uninominale ad un turno che produce il bipartitismo. Nel premierato della Gran Bretagna diventa premier (o primo ministro) il capo del partito che vince le elezioni dopo che il capo dello Stato, il re, gli dà il via libera alla formazione del governo.

Il premier inglese, oltre al potere di nomina, ha anche quello di revoca dei ministri. Da notare che egli non è inamovibile: se infatti non è più sostenuto dal proprio partito può essere sostituito da un altro premier (ovviamente dello stesso partito) come dimostra il caso dell’attuale primo ministro Sunak, subentrato un anno fa alla premier Liz Truss, dimessasi dopo aver perso l’appoggio dei conservatori.

Quest’ultimo aspetto è importante perché evidenzia il carattere flessibile del premierato inglese. Aggiungo che esso, contrariamente a quanto si dice in ambienti di centrodestra, non è, neanche lontanamente, una forma di presidenzialismo. La caratteristica distintiva del presidenzialismo (modello Washington) è infatti l’elezione diretta del capo dello Stato che è anche capo del governo.

Considerati i tratti fondanti del premierato inglese, si può ora rispondere alla domanda iniziale affermando che il premierato alla Meloni non ha niente, proprio niente, in comune col premierato inglese. Quello proposto dall’attuale maggioranza è una forma di governo sconosciuta nel mondo che prevede l’elezione diretta del capo di governo, il quale, curiosamente, nell’attuale testo di riforma è chiamato “presidente del Consiglio dei ministri” e non premier.

Perché il centrodestra ne sta facendo “la madre di tutte le battaglie”? I motivi addotti sono fondamentalmente tre: rendere stabile il governo, evitare i ribaltoni, cioè i cambi di maggioranza, e i governi tecnici.

La stabilità del governo è un valore solo se si accompagna alla sua efficacia. Tenersi un capo del governo che si dimostra, per le più disparate ragioni, non all’altezza del compito significa ingessare il sistema.

Ciò non vuol dire che il premier eletto dal popolo non possa essere sfiduciato dalla propria maggioranza. In questo caso la leadership del governo passa ad un secondo premier. Chi è questo signore sconosciuto, come figura, al sistema costituzionale? È, secondo la riforma Meloni, un parlamentare della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni, il quale deve impegnarsi al rispetto del programma del primo premier. Teoricamente al premier di riserva, in base all’attuale testo di riforma, non è impedito di cambiare coalizione e pertanto potrebbe pure rendersi promotore di un “ribaltino”, tanto più che due dei partiti dell’attuale centrodestra (Forza Italia e Lega) di cambi di maggioranza se ne intendono.

L’espediente del secondo premier serve ad evitare che l’eventuale sfiducia del premier eletto dal popolo comporti lo scioglimento delle Camere, diversamente da quanto avviene nei comuni dove la sfiducia al sindaco manda a casa anche il consiglio comunale. Dunque definire la riforma come l’elezione del sindaco d’Italia è improprio.

C’è un altro aspetto molto delicato e riguarda il sistema elettorale. Sarà ad un turno, a doppio turno con ballottaggio? Quale sarà la soglia minima per far scattare il premio di maggioranza e in che misura? Tutto è rimandato a una futura legge che dovrà sciogliere questi nodi.

La nostra Costituzione è fatta di pesi e contrappesi per cui, se si modifica un equilibrio, o se ne costruisce un altro o il sistema si inceppa. È quello che può accadere nel rapporto tra capo del governo eletto dal popolo e il capo dello Stato.

Questo è un punto delicatissimo perché, se si toglie al capo dello Stato il potere di affidare l’incarico di formare il governo, di gestire le crisi parlamentari, di sciogliere le Camere in caso di impossibilità a formare un governo, se ne depotenzia il ruolo e si disarticola la Costituzione.

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