La figlia dell’avvelenatrice

“La Civetta di Minerva” si è occupata già in passato di Vito Catalano (ad esempio qui: https://www.lacivettapress.it/2019/11/29/lo-scrittore-vito-catalano-e-l-impronta-genetica-di-sciascia/ e qui: https://www.lacivettapress.it/2021/11/20/il-conte-di-racalmuto-di-vito-catalano-la-nostra-recensione/); l’occasione per riparlare della sua produzione è l’uscita del romanzo “La figlia dell’avvelenatrice” per i tipi della Vallecchi, l’antica e prestigiosa casa editrice fiorentina.

Catalano torna a tuffarsi nella Sicilia del passato con una storia che sembra venir fuori da un romanzo di cappa e spada – colpi di scena, atmosfera settecentesca, “gotica” e a tratti picaresca, duelli, insidie, rapimenti, monili preziosi, una storia d’amore, segreti inconfessabili… – e che pure gioca con i luoghi comuni del genere e le attese del lettore.

1763.

Emanuele Rinaldi, poco più che ventenne studioso di scienze naturali, viene invitato da un misterioso amico del padre a trascorrere un soggiorno di ricerca presso la sua dimora, un palazzo nel cuore dell’isola, immerso in una natura rigogliosa, lussureggiante, che vive di vita propria, con i suoi ritmi e le sue melodie da decifrare, i suoi codici misteriosi, le ombre e le luci di forre e seminati.

Chi ha rapito la bella figlia del suo ospite? Chi sono i doppiogiochisti all’interno del palazzo? In quale lontano passato si incista la tristezza malinconiosa del conte Paruta?

Queste e molte altre le domande cui rispondere leggendo “La figlia dell’avvelenatrice”.

Ci sono i riferimenti storici, in questo romanzo. Catalano evoca il botanico Francesco Cupani (Mirto, 21 gennaio 1657 – Palermo, 19 gennaio 1710), anticipatore della nomenclatura binomiale poi fissata da Linneo, autore del Catalogus plantarum sicularum noviter adinventarum, Palermo, 1692, del Syllabus plantarum Siciliae nuper detectarum, Palermo, 1694, di Hortus Catholicus, Napoli, 1696 e del Pamphyton siculum, pubblicato postumo nel 1713; lo studioso ispira il giovane Emanuele Rinaldi, che però dovrà andare alla raccolta non più di piante o alla caccia non più di animali da classificare e studiare, ma di banditi e gioielli e di verità annidate in un passato che oscilla tra razionalità e magia, amori e veleni, astuzie contadine, anfratti di pastori, tranelli di locande.

E c’è anche, di straforo, il viceré Carlo Antonio Spinola, tra galere e sanguinose pesche di tonni, rivolte soffocate e baluginii di nobiltà palermitana.

Ma in questa Sicilia interna, lontana dal mare e dalla città, il protagonista avrà a che fare con la dialettica tra servi fedeli e infidi – riuscito il personaggio di Domenico –, amori casti e scellerati – Bianca ed Elisabetta, Rosa, Alice e le altre donne del racconto, la mavàra-gatta… –, apparenza e realtà, doppiezza e sincerità: il tema del doppio è ricorrente, così come i topoi del romanzo d’avventura o gotico del XVIII-XIX secolo.

Gioca con le aspettative di chi legge, Vito Catalano. Si è portati a cercare la verità in questa natura che parla attraverso il volo degli uccelli e i loro versi, tramite i fruscii di cespugli e rami spostati da conigli e lepri, e quindi ecco le apparizioni – quasi ierofanie – dell’avvoltoio degli agnelli, dell’aquila fasciata, di poiane e chiù, sotto un cielo stellato che nasconde e rivela insieme i suoi arcani, nel cuore oscuro della Sicilia – e Giuliana, il monte Genuardo, sembrano nomi di fiaba più che luoghi reali, perché lo spaziotempo si rapprende ed Emanuele Rinaldi-Rinaldo appare più come un cavaliere antico sperso in una selva tradimentosa o uno spadaccino del più romantico Settecento.

La verità, che si scoprirà solo alle ultime, serrate pagine del libro, privo di fronzoli stilistici, dalla scrittura pulita e funzionale alla trama, è nascosta – come quasi sempre accade – nel cuore umano, nelle sue ascese e nelle sue cadute.

Il merito di questo lavoro di Catalano è quello di essere una storia intrigante, ritmata, scorrevole, evocatrice, oltre a quello di aver reso fondale e quasi personaggio del libro la Sicilia meno battuta dalle sicule lettere, Sicilia di lecci e querce, di vipere e picchi, di asfodeli, ferule e ginestre, di leggende e antichi miti che la modernità e la ragione scalfiscono appena.

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