XXII edizione all’insegna del talento femminile, questa del Premio letterario nazionale intitolato ad Elio Vittorini nella sua Siracusa: ad aggiudicarsi la vittoria, nella splendida cornice del teatro comunale a due passi dalla Parasanghea de “Il garofano rosso”, Maria Grazia Calandrone con il suo “Dove non mi hai portata” (Einaudi), mentre la menzione speciale è andata a Veronica Tomassini con “L’inganno” (La Nave di Teseo); il premio per l’editoria indipendente intitolato ad Arnaldo Lombardi – editore che è stato una delle anime del premio, ricordato durante la serata – è stato assegnato alla casa editrice ragusana Le Fate di Alina Catrinoiu.
Finalisti Giuseppe Lupo e Matteo Nucci con “Tabacco Clan” (Marsilio) e “Sono difficili le cose belle” (HarperCollins).
Ad aprire le cerimonie, il presidente dell’associazione Vittorini-Quasimodo, il professor Enzo Papa, che ha tracciato le linee del premio letterario, che si pone tra i più importanti del panorama nazionale insieme allo Strega e al Campiello.
Segretario del premio il giornalista Aldo Mantineo, presidente di giuria il professor Antonio Di Grado.
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Se c’è qualcosa che accomuna i testi presentati, tutti di genere e stile diverso, forse è la riflessione sulla vita e sulla morte, sulle illusioni, gli inganni e le consapevolezze.
Maria Grazia Calandrone, con la sua storia di ricerca delle proprie radici tanti anni dopo un abbandono, ha filtrato poeticamente le stagioni italiane del femminismo, dei cambiamenti socioculturali del nostro paese, sintonizzandosi serendipicamente con gli ultimi fatti di cronaca e prendendo coraggiosamente posizione – ad esempio, sul politically correct che rischia di edulcorare tramite le parole, le definizioni, che sono appunto etimologicamente de-finizioni, schemi, gabbie, il dolore di chi è stato abbandonato parlando di “affidamento” più che della lacerazione subita da chi ne è stato protagonista, strappo che forse solo la scrittura e la memoria possono ricucire e lenire.
Giuseppe Lupo – aficionado del Premio: ricordiamo “L’ultima sposa di Palmira” del 2011 – ha affermato la necessità di fare “clan” – la parola polisemica del titolo che oltre a richiamare al gruppo rievoca una (pessima) marca di tabacco, appunto –, di condividere, di tornare alle relazioni concrete, ai rapporti non solo virtuali, la forza vera dei protagonisti del suo romanzo.
Matteo Nucci, innamorato della grecità appassionato di miti, ha trasformato un testo nato per un solo destinatario, la nipotina orfana della nonna cui spiegare fiabescamente come chi ci lascia fisicamente persista dentro di noi, in un libro destinato a tutti, in cui il titolo che richiama a Platone esprime la necessità di attraversare il dolore e le difficoltà come gli eroi omerici, non semidei ma uomini di carne e sangue, che spesso sono sconfitti, piangono, muoiono eppure lasciano il segno, divenendo paradigmi per gli altri. Evocativo il concetto di memoria inconsapevole, quella che ci spinge a parlare agire perfino gesticolare come chi ci ha preceduto: un libro sulla continuità del percorso della vita.
Veronica Tomassini, assente per via dell’impegno concomitante con Il Fatto Quotidiano, riceve un riconoscimento dalla propria città (che ha narrato per “La Sicilia”, in tanti racconti, nei libri precedenti) per questo romanzo – e diremmo anche per il suo percorso di scrittura che la spinge ai limiti del dicibile, del raccontabile – in cui l’amore è l’estremo inganno (leopardiano, verrebbe da commentare) e la scrittura una restituzione del senso segreto del dolore.
Intensa la settimana vittoriniana, ricca di eventi e incontri: aperta presso la Biblioteca Museo Vittorini di via Roma il 6 settembre con la “Conversazione in… Ortigia” sul ruolo dell’intellettuale (moderatore Carmelo Maiorca, che ha introdotto la discussione tra Franzo Bruno, Roberto Fai, Fabio Granata, Anselmo Madeddu, Maria Lucia Riccioli e Daniela Sessa: visioni diverse, suggestioni interessanti su impegno, politica e letteratura, utopia e radicalità), proseguita all’Urban Center il 7 settembre con il processo a Vittorini tra fascismo e Resistenza – accusa Edoardo Esposito, difesa Domenica Perrone, giuria popolare guidata da Anselmo Madeddu e sentenza di assoluzione emessa da Pucci Piccione – e l’8 settembre con le interviste agli autori (Mimmo Contestabile ha introdotto e coordinato i dialoghi di Lupo, Calandrone, Nucci e Tomassini rispettivamente con Monica Cartia, Elvira Seminara, Edda Cancelliere e Giuseppe Costa), ha avuto il suo coronamento con la cerimonia finale, per la regia di Vittorio Muscia, presentata da Sebastiano Barisoni – stringente, ironico, avvezzo al medium radiofonico dato il suo ruolo di caporedattore e vicedirettore a Radio24, forse meno alle modalità e ai tempi “teatrali”, complessi e ricchi di imprevisti logistici, di una premiazione letteraria; doverosa e sentita la rievocazione di Fabrizio Frizzi e delle edizioni da lui condotte al Teatro greco.
Gli interventi musicali sono stati un omaggio ai nuovi talenti e alla sicilianità: il soprano Piera Bivona, accompagnata dalla pianista Annalisa Mangano, ha interpretato infatti “Casta diva” dalla “Norma” di Vincenzo Bellini e la celeberrima “E vui durmiti ancora” di Giovanni Formisano e Gaetano Emanuel Calì; due giovani allievi della classe di canto della professoressa Mirella Furnari, Cristiana Mallia e Luigi Troina, soprano e baritono, alunni del Liceo musicale “T. M. Gargallo”, hanno eseguito invece il duetto “Là ci darem la mano” dal “Don Giovanni” di Mozart.
Intense le letture dei brani tratti dai romanzi in concorso e dagli scritti di Vittorini ad opera di Attilio Ierna, attore, conduttore, speaker e docente di dizione e lettura espressiva all’Accademia del Dramma antico di Siracusa: la voce e la gestualità di Ierna hanno la capacità di far “entrare” immediatamente nella pagina l’ascoltatore e lo spettatore.
Significativo il premio a Frank Samaraweera per la cittadinanza attiva: un “nuovo Italiano” dà l’esempio ai siracusani di cosa voglia dire sensibilizzare sul rispetto ambientale, creando installazioni e pulendo in prima persona interi tratti di territorio.
Ospite d’onore Alessandro Quasimodo, che ha rievocato l’ingombrante figura paterna – il rischio è di porre in ombra la carriera pluridecennale dell’attore, regista e poeta – tra pubblico e privato.
Stefano Vittorini, nipote di Elio, salendo sul palco ha simbolicamente riunito Gaetano Quasimodo e Sebastiano Vittorini, siciliani, ferrovieri entrambi, che hanno probabilmente trasmesso ai figli il daimon del viaggio, così presente nella loro scrittura.
A bocce ferme, un plauso va a chi si è impegnato a far risorgere il Premio – ricordiamo le edizioni dal 1996 al 2013 che vedevano come partner istituzionale la Provincia regionale di Siracusa, gli anni di silenzio e poi la ricerca di nuovi interlocutori dell’associazione culturale Vittorini-Quasimodo”, nata nel 2013, con l’Amministrazione comunale di Siracusa, la Regione Sicilia, la Confindustria Siracusa, l’ANCE di Siracusa, oltre che con The Italian Academy, la Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Siracusa, la Fondazione Inda e la Società Dante Alighieri di Siracusa.
Auspichiamo per le edizioni future collegamenti in streaming, registrazioni audio video degli incontri, maggiore movimento sui social (account del Premio su piattaforme frequentate dai giovani, ad esempio), un sempre maggiore coinvolgimento delle scuole, delle periferie – è forse un’utopia quella di educare alla cittadinanza tramite la Bellezza? «È la più bella città che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta nelle città che sono belle…» (Le città del mondo).

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