Partiamo da questo presupposto: essere annoverato tra i papabili di un fantomatico ‘dream team giovanile’ per un consiglio comunale di centro sinistra è una lusinga a cui è difficile rimanere indifferenti, ma è soprattutto un piacere. È una lusinga perché viene da una persona di esperienza come Aldo Castello, che tante ne ha viste e tante ne ha sentite. È un piacere perché viene dopo anni di impegno più o meno costante (sono sincero) sul territorio.
Solo per questa invocazione in causa, mi permetto di intervenire sul dibattito che si è aperto sulle colonne di questo giornale in merito alla c.d. alternanza tra vecchia e nuova generazione.
Mi sento di mettere in chiaro le cose da subito.
Questa questione rischia di essere un falso problema. Anzitutto rischia di esserlo perché con o senza un formale passaggio di testimone, questa alternanza verrà. La imporrà il tempo, la imporrà la sedimentazione delle nostre vite in questa città; la imporrà la necessaria presa di coscienza che ne deriverà. Ignorando le discussioni sui sistemi macro (crisi dei corpi intermedi, crisi dei partiti o dei sindacati etc.), io mi sento di portare a questo dibattito la mia personale esperienza di ex “spatriato”, per dirla con Mario Desiati.
L’esperienza cioè di uno che – come tanti – a 18 anni ha dovuto abbandonare la sua città d’origine per andare fuori, al Nord, a studiare quando si è fortunati, o a lavorare, direttamente.
Sì, perché mi sento di fare da sponda all’argomento di Luca Castello, quando dice che della ‘nostra generazione’ (sic!) pochissimi sono i giovani che rimangono e ancora meno sono quelli che conosciamo. Mi sembra evidente che le migliori energie della città vengono proiettate in una dimensione ulteriore rispetto a Siracusa. Al nord, all’estero, o chissà dove.
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Il ritorno alla realtà cittadina avviene solo dopo, e allora – non potendo intervenire su questi aspetti di sistema – il dibattito cittadino dovrebbe coinvolgere quei pochi che restano e quelli che rientrano dopo anni di peregrinazioni.
I primi non rientrano nella mia area di competenza, semplicemente perché io non lo sono stato. Per questo, mi permetto di dare un suggerimento sugli ex spatriati, che come me hanno scelto di ritornare. Se, e solo se, ci si può concedere il lusso di tornare, lo si fa dopo gli studi, a 24 o 25 anni nel migliore dei casi. È a questo punto che occorre riconnettersi con una realtà cittadina che si trova invecchiata e più stanca di quanto non si ricordi dai 18 anni.
A mio modestissimo parere, questo esercizio di riconnessione deve essere il punto fondamentale per riavere i giovani alla politica cittadina. Ed è su questo che si deve insistere.
Nella mia esperienza, i luoghi dell’aggregazione sono state le realtà associative, a cominciare dall’Arci, fino a Lealtà & Condivisione. Tutti passaggi che io considero fondamentali nel mio percorso umano e di sviluppo personale. Tutti passaggi, in cui, però, la differenza anagrafica rispetto alla maggior parte dei componenti è stato un elemento non sempre semplice con cui confrontarsi.
Certo, sarebbe stato più facile se le attività organizzate sul territorio fossero state più attrattive. Sarebbe stato più facile coinvolgere i miei coetanei e amici se non li avessi invitati al convegno sulle magagne della giunta; alla discussione sul piano regolatore o ad un altro evento con connotati da addetti ai lavori della politica. Avrei ricevuto forse meno rifiuti (sono stati tanti) se li avessi potuti invitare ad una lezione, alla proiezione di un film con dibattito, ad un altro tipo di evento, anche con connotati ricreativi e non solo direttamente politici; ma che – a mio avviso – della politica costituiscono il sale. Perché, per com’è oggi, la politica dovrebbe essere prima di tutto luogo di incontro, anche con chi si affaccia con occhi giovani sul mondo.
Ma qui veniamo al famoso cane che si morde la coda: solo i giovani che mancano in queste realtà possono organizzare attività attrattive per i loro coetanei. Questo è l’unico elemento su cui mi sento di insistere, mettendo come sempre a disposizione le mie energie.
Ciononostante, una cosa – come Luca – mi sento di puntualizzare. Come sempre, sorrido quando mi si indica come giovane. A trent’anni o poco più, in epoche a noi molto prossime, saremmo stati considerati una persone nel pieno della propria maturità, senza lo sguardo indulgente (o incosciente) di chi ancora ci considera giovinotti bisognosi di fare esperienza, quale – purtroppo – non mi sento.

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