Nell’articolo su “Medea…l’estraneità che ci appartiene”, adattamento dell’opera di Euripide messo in scena da studenti e docenti del liceo Gargallo di Siracusa il 6 giugno all’Ara di Ierone https://www.lacivettapress.it/2022/06/07/spettacolo-di-teatro-musica-danza-con-gli-studenti-del-liceo-gargallo-ieri-sera-allara-di-ierone/ abbiamo accennato alla presenza, negli ultimi minuti dello spettacolo, di Luciana Savignano. Ossia di un’artista tra le più note e interessanti della danza italiana, formatasi presso la Scuola di ballo del Teatro alla Scala di Milano – di cui è stata nominata prima ballerina nel 1972 ed étoile nel ‘75 – protagonista di una carriera prestigiosa a livello internazionale. L’abbiamo intervistata un paio di giorni prima della rappresentazione, in un incontro al quale hanno partecipato anche la professoressa Anna Desirée Coppola – che di questa rivisitazione ed elaborazione scenica della Medea ha curato l’adattamento del testo e la regia – e la professoressa Antonella Bruno, autrice delle coreografie assieme alla collega Agata Grasso.
Signora Savignano, vederla qui a Siracusa partecipare a uno spettacolo allestito da una scuola non stupisce ma certo incuriosisce.
Non è la prima volta che lavoro con dei ragazzi. Mi piace molto. Ho avuto ad esempio esperienze a Milano con gli allievi della Scala e con gli allievi di un’altra compagnia con la quale collaboro spesso. Lavorare coi giovani è uno scambio. Io trasmetto loro qualche cosa e loro, automaticamente, trasmettono qualcosa a me. Mi piace questo sistema perché è anche un modo per donare esperienza. Alcuni la danno insegnando, ognuno ha un proprio modo e questo è il mio. Ho una vita abbastanza movimentata, non la sto a raccontare ma mi divido fra Milano e Torino perché mio marito è di Torino. Non ho quindi il tempo d’insegnare e allora in questa maniera mi sembra di contribuire.
Nel corso della sua carriera si è imbattuta a livello artistico nella figura di Medea?
Mi era stato proposto un lavoro su Medea un po’ di anni fa, ma allora non era evidentemente il momento giusto. Ecco perché quando la professoressa Antonella Bruno, con la quale ci conosciamo da anni, mi ha chiesto di partecipare a questo spettacolo a Siracusa, oltre che per l’affetto che mi lega a lei ho accettato perché mi ha incuriosito fare qualcosa di nuovo.
Non ho visto le prove dello spettacolo, come s’inserisce il suo ruolo nel contesto generale?
Non le nascondo che speravo di fare qualcosa di più, perché quando comincio un’attività poi ne rimango presa. Però mi rendo anche conto che ormai l’impostazione dello spettacolo era stata definita. C’è molta prosa, c’è pure danza. Io ho un piccolo cameo sul finale e cercherò di essere all’altezza. Tra l’altro, la studentessa che fa Medea è bravissima.
So che continuano a non mancarle gli impegni artistici. Cosa sta facendo in questo periodo?
Cerco sempre di sperimentare qualcosa di nuovo, che mi stimoli anche a capire che l’artista è sempre in evoluzione. Ho finito quindici giorni fa uno spettacolo a me dedicato intitolato “Magia di una stella”. E lì abbiamo raccolto un po’ di cose mie già fatte, un po’ di filmati, un’intervista durante lo spettacolo nella quale mi raccontavo. Perché mi piace molto che il pubblico comprenda pure la persona, non solo l’artista che vede sul palcoscenico.
Quindi uno spettacolo multimediale?
Esatto. È stato molto bello farlo e lo riprenderemo più avanti. Adesso farò uno spettacolo sul femminicidio, altro tema molto attuale.
Mi pare di capire che la sua curiosità è stimolata anche da contaminazioni di generi diversi. È così?
Certo. E a proposito di contaminazioni, a ottobre riprenderò uno spettacolo sul tango. Come vede amo spaziare.
Ritornando allo spettacolo in scena all’Ara di Ierone, chiedo alla professoressa Antonella Bruno: come stanno reagendo i ragazzi alla presenza di Luciana Savignano?
Con Luciana, che ritengo una grande artista, ci siamo ritrovate per la prima volta a respirare quest’atmosfera e a trasmetterla ai ragazzi in un contesto magico, in un lavoro nel quale loro si sentono molto coinvolti. La parte coreutica è stata messa bene in risalto. Anche perché attraverso il linguaggio del corpo si evidenzia ancor di più la gestualità, l’espressione, tutto quello che ci circonda a prescindere dalla recitazione o dal canto. Quindi l’unione di queste arti è stata interessantissima e molto importante. Spero che dopo questa prima volta ci siano altre occasioni di lavorare insieme.
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Immagino che questa valutazione positiva sia condivisa dalla professoressa Anna Coppola, cui si deve la rivisitazione del testo e la regia di questa “Medea…l’estraneità che ci appartiene”.
Quando Antonella Bruno mi ha proposto d’invitare Luciana Savignano e di coinvolgerla in quest’iniziativa, mi ha per così dire ispirato. Conoscevo solo l’icona Savignano, quello che conoscono tutti, ma ho intuito che lei ha questa passione di trasmettere valori in tutte le modalità. L’ho trovata una persona eclettica e quando ci siamo confrontate mi sono detta: ok è lei la donna del passaggio, che può fare da tramite con le nuove generazioni, raccontare l’importanza dei valori, la fragilità e la forza delle donne. Questo lavoro parla di giovani donne, ragazze che si sperimentano. Il suo intervento sulla scena è minimo perché minimi sono stati i tempi. Sarebbe stato certo ben diverso se avessimo potuto averla con noi dal 21 aprile, quando è cominciata questa nostra storia. E sarebbe stato un piacere costruire tutto il percorso assieme a lei. Ma, appena è arrivata, è comunque riuscita a dare il giusto tono al tema, alle posizioni, alle immagini, all’energia. Luciana è riuscita a dire: io sono la donna del passato, del presente e del futuro, ma non sono l’estranea di allora, di oggi e di domani. Ho questa peculiarità, questa diversità che appartiene a tutte le donne.
Penso che questo messaggio sia arrivato alle ragazze, che sono riuscite ad entrare in quel discorso di come la donna di allora, di oggi è, sì, la donna che ha vissuto le difficoltà ma le può superare. Per farlo ci dev’essere la passione mai l’irruenza. Una cosa che hanno notato tutti di Luciana Savignano è sempre l’estrema eleganza nel porsi, anche nel parlare, non solo nel suo talento. E sono rimasti incantati. Sono contenta che le ragazze, se pure per pochissimo tempo, hanno avuto questa possibilità di vedere come ci sono altri modi per esprimersi nel contesto sociale, nel contesto storico, senza per forza la grinta e l’irruenza.
Il mito di Medea è quello di un personaggio complesso con cui lungo i secoli si sono cimentati in tanti. Anche in chiave femminista e diversamente dalla figura estremamente crudele creata da Euripide, della donna e madre che, pur di vendicarsi e di punire Giàsone del suo tradimento, uccide non solo la rivale ma persino i propri figli. Come avete affrontato questo aspetto?
Abbiamo cercato di non insistere sul gesto del figlicidio e di andare oltre, di puntare sulle scelte delle donne. Medea è sì la donna dell’inferno ma è anche la donna del paradiso e diventa luce. Quindi è una donna che ha delle prospettive future, altre, non resta nella nube nera. Il suo diventare una dea non è qualcosa che toglie alle donne, è qualcosa invece che le valorizza. Vuol dire che le donne possono rivendicare i loro diritti, possono osare di più. Non per forza devono restare delle estranee e possono essere accolte. Quindi il nostro messaggio ultimo è positivo e non negativo.
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Lo spettacolo verrà riproposto il 17 giugno prossimo nel cortile del Palazzo della Provincia

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