Siracusa, il suo Teatro greco e la politica culturale

Il confronto politico-culturale in città sembra condannato ad un suo eterno immiserimento, ad una sorta di “coazione a ripetere”, anche quando si tratta di temi e questioni che meriterebbero l’acquisizione di “punti fermi”, consolidando orientamenti e decisioni istituzionali in grado di far maturare nell’opinione pubblica una nuova consapevolezza, anziché giocare o alimentare nel corpo sociale dinamiche divisive, a volte strumentalmente. La questione è ancor più grave se tocchiamo il tasto del confronto e dei “punti fermi” su cui delineare una “politica culturale” della città e per la città. È conseguenziale, pertanto, che una città come Siracusa – che pur in tutta fretta s’era pure candidata a “Capitale italiana della cultura per il 2024” –, avendo mancato l’appuntamento in questo ultimo quindicennio per costruire e consolidare una solida “logica di sistema” che definisse con coerenza «quale idea di politica culturale per Siracusa?», si trovi oggi a vivere su più fronti, con scarso costrutto e con cadute banalizzanti la polemica in corso in queste settimane circa l’uso e la concessione del Teatro greco, dopo la conclusione del ciclo delle Rappresentazioni classiche della Fondazione Inda. La conseguenza è proprio quella di assistere ad un impoverimento del confronto cittadino – dalle posizioni degli amministratori a quello delle tifoserie social – come se le opinioni e i pareri dei sostenitori del NO all’uso del Teatro per altre iniziative, oltre quelle dell’Inda, scaturissero dal voler privilegiare una visione aristocratica e snobistica del “luogo greco” contro i legittimi gusti moderni dei giovani (ed anche di adulti!) per la musica o artisti moderni. Quasi che il tema fosse il voler contrapporre “cultura alta” contro “cultura pop”, e via seguitando con questa trita banalizzazione.

L’armamentario linguistico che ha scandito l’intera polemica rischia così di rivoltarsi in una torsione qualunquistica. Questa: «se le “pietre” del teatro si usurano, visto che le tragedie greche si tengono lo stesso, nulla vieta di svolgere anche i concerti musicali». Consolidata questa falsa “ovvietà”, si è così consumato definitivamente, negli orientamenti dell’opinione pubblica, il “delitto” di aver fatto smarrire il senso profondo del genius loci di Siracusa: tanto, Eschilo o Baglioni, oppure Sofocle e Gianna Nannini sono lo stesso. Se si fosse conseguenziali a questa concezione, tanto varrebbe “coprire” la cavea, anzi l’intera struttura teatrale, da aprile a settembre, come se lo sguardo, la visione, la passeggiata sui gradini di quel teatro – “libero”, nella sua panoramica grandiosità che rinvia ad un tempo immaginifico – non fossero anch’essi un’esigenza prioritaria di turisti, visitatori, archeologi, studiosi che da tutto il mondo vengono a visitare il Parco archeologico.

È bene ricordare che nell’aprile 1913, il Conte Mario Tommaso Gargallo, con altre personalità della cultura della città, con straordinaria intuizione, costituendo l’Istituto del Dramma Antico e inaugurando nel 1914 al Teatro greco la prima Rappresentazione delle Tragedie classiche – l’Agamennone di Eschilo –, collocava Siracusa in un circuito di attenzione internazionale,  proponendo l’eterno “trittico” della grecità – mito-tragedia-filosofia – che aveva segnato l’atto d’origine della polis e il momento inaugurale e fondativo del pensiero occidentale. In quei primi decenni del ‘900  – il 1913-1914 segna la vigilia della “grande guerra” –, mentre l’intera cultura europea è attraversata da una contrapposizione valoriale tra Kultur e Zivilisation (semplificando molto: la prima, espressione della salvaguardia comunitaria dei “valori spirituali” del “vecchio mondo” dell’Ottocento in lento ma inesorabile declino; la seconda, espressiva dei processi di “razionalizzazione”, segno vincente di una nuova epoca sempre più esposta a convenzionalità e a formalismo, nell’incipiente scenario di industrializzazione, accelerazione e mercificazione capitalistica), la straordinaria intuizione di Gargallo, se possiamo azzardare un’analogia con l’humus culturale di quel contrasto, fu quella, in un sol colpo, di saper “giocare” il volto più suggestivo e mitico del genius loci di Siracusa, ponendo le basi per fare della città il luogo di riproposizione di una forma di cultura che potesse uscir fuori dalla schematica contrapposizione tra Kultur e Zivilisation.

Siracusa e la Sicilia con quella straordinaria operazione culturale venivano proiettate in un orizzonte in grado di parlare un linguaggio di respiro europeo, e Siracusa – il suo teatro, la sua classicità e la sua storia greca – diventava il vettore potente che mentre affermava e riproponeva alta cultura (attraverso le “domande eterne” dei testi antichi), proiettava la città nel mondo. La potenza evocativa dello spirito greco, rivisitata nell’epoca moderna, nell’inimitabilità del suo luogo fondativo – il Teatro di Siracusa –, faceva sì che la città tornasse ad esibire la domanda permanente sulla condizione di ogni comunità umana, che solo il mito, la filosofia e la tragedia erano in grado di esprimere attraverso le Rappresentazioni classiche. Questa sorta di originario “ritorno al futuro”, che lo scavo genealogico permanente sul mito e sul tragico era in grado di offrire, ambiva così a rappresentare sia il “canone occidentale” più significativo della cultura classica nei primi del ‘900, sia una straordinaria opportunità culturale di Siracusa. Risiedono qui le ragioni di quella eternità inimitabile che dona a Siracusa una sua potenza evocativa, di cui, non sempre, hanno piena consapevolezza le stesse istituzioni politiche della città – e neppure della Regione Sicilia. Il Teatro greco di Siracusa, oltre ad essere un Bene culturale antico, è anche un luogo mitico-simbolico.

Chiedendo scusa per questa lunga digressione, e tenuto conto che è a tutti noto che in questo  decennio le preoccupazioni per l’usura dello stato delle “pietre” del Teatro (cavea e resto) sono state espresse da più parti e a più riprese – da Giuseppe Voza a Mariella Muti, da Calogero Rizzuto ai tanti archeologi, da ambienti della Soprintendenza a studiosi del Cnr –, appare evidente che l’esigenza prioritaria della tutela/salvaguardia/cura dello stato del Teatro va perseguita senza se e senza ma, mentre appare oltremodo superficiale mettere a confronto il senso e il significato delle Rappresentazioni classiche, uguagliandole o “parificandole” banalmente ad altre iniziative di “spettacolo”. E sia pur chiaro: nessuno intende negare il valore culturale degli artisti e cantanti che dovrebbero esibirsi al Teatro greco. Il tema prioritario è quello della tutela reale dello stato del teatro, tema che riguarda tutti: dal Governo regionale, all’Inda, sino al Sindaco, al Governo nazionale. Confesso poi che non mi è del tutto chiara l’articolazione del “potere decisionale” relativo alla concessione del Teatro greco sia per le Rappresentazioni classiche che per altre manifestazioni culturali o di spettacolo. Basta leggere la cronaca di questi giorni per assistere ad un confronto confuso ed incerto.

Peraltro ed innanzitutto, prima ancora dell’intreccio confuso di competenze (ed opinioni personali) tra figure di diverse Istituzioni – Assessore regionale ai Beni culturali, Soprintendenza, Sindaco di Siracusa (che è anche Presidente dell’Inda), Assessore alla cultura della città, ecc. –, questa polemica sull’uso del Teatro attesta proprio il fatto che, in assenza di un quadro chiaro di una “politica culturale” per la città e della città, affiori e prevalga «l’occasionalismo politico» che è il guaio peggiore per ogni confronto pubblico-culturale. Così come, è l’attuale condizione di una “politica culturale” ad esporre il suo tratto “mediocre” e occasionalistico già di suo: mera espressione approssimativa, confusa e intempestiva degli umori di turno; autoreferenziale e non in grado di costruire un reale concorso collaborativo con i “corpi culturali” della città; incapace di “fare rete” vera e condivisa con le migliori espressioni ed energie specialistiche nei vari ambiti e “linguaggi culturali”. Così come occorrerebbe parlare dei “luoghi” e “spazi” di svolgimento della cultura e delle iniziative culturali ed anche di spettacoli musicali e non solo: tema, questo, che meriterebbe un confronto e risposte solide che purtroppo mancano! Non è un caso che in tema di “ideazione culturale”, a parte il respiro internazionale del ciclo classico dell’Inda e il dignitoso e godibile “Ortigia Film Festival” – frutto “autonomo” di creatività e competenze di Istituzioni “autonome” –, anche questa Amministrazione comunale non sia stata in grado di esibire, proporre e costruire una “politica culturale” all’altezza di una città moderna? E purtroppo, anche nell’epilogo di questa esperienza ammnistrativa, quello di una “politica culturale sistemica” mi sembra una questione che da oltre un decennio continua ad essere elusa.

(in copertina foto di Ciccio Bottaro tratta da pagina fb Fondazione Inda)

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