Le tradizioni religiose, con relativo indottrinamento adattato a tutte le età, accompagnano i popoli dalle epoche più remote. Con uno sguardo attento ai grafici delle religioni più praticate in rapporto alla popolazione mondiale la percentuale più alta la detiene la religione cristiana quindi la Chiesa cattolica, patriarca d’occidente fino all’annuario pontificio del 2006; la Chiesa ortodossa, patriarca d’oriente e il protestantesimo, che con Lutero e Calvino toccano vette altissime di misoginia.
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A seguire la religione islamica, che ricompensa gli uomini credenti dopo la vita con 72 vergini mentre le donne avranno un solo uomo e saranno soddisfatte solo con lui. Al quarto posto troviamo la religione induista, dove in caso la donna restasse vedova è obbligata a immolarsi sulla Pira non avendo più un uomo da servire. Questo non accade più, ci si augura, ma la sottomissione all’uomo, padre, marito o figlio rimane. Poi troviamo il buddismo, con il suo patriarca supremo. Infine la religione ebraica, che vede nel chassidismo un’osservanza dei precetti talmudici asfissiante al limite del patologico per le donne che fanno parte del movimento.
Per rendersi conto di quanto sia radicato il patriarcato con tutte le sue diverse ramificazioni nelle nostre società è utile quindi approfondire anche la teologia delle gerarchie religiose che hanno mantenuto e legittimato per secoli un potere politico che, nella pratica, di riflesso divino non contiene nulla. Ma la fisionomia patriarcale emerge come potere di influenza in tutte le ramificazioni sociali, non solo nelle religioni ed è un aspetto antropologico che vive in uno stato di perenne autoproclamazione. È una distorsione del sistema talmente radicata da diventare nel tempo perfino accolta da una parte del femminile che accetta di diventarne strumento in cambio di una misera partecipazione sociale.
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In politica ma non solo, questa distopia sociale è seriamente preoccupante. Il patriarcato si alimenta con la paura e la paura è accerchiata dagli stereotipi. È una setta che si moltiplica in un sistema di vite parallele dove però le fluttuazioni quantiche non trovano infinite possibilità: se esci dallo spazio femminile, se non ti conformi, sei fuori dal sistema sociale. Immaginando un salto temporale, sei letteralmente messa al rogo, nel presente sei una femminista. Che ben venga allora una forma di femminismo che lotti contro ogni prevaricazione, contro ogni ostruzionismo sulla scala sociale. Annaffiamolo questo papavero che resiste e colora i campi di rosso, quel rosso che per troppo tempo si è depositato sui corpi esanimi delle donne. Finché la cultura maschilista e patriarcale esisterà avrà al fianco una spina che farà male: le società fondate sull’intolleranza e sui valori patriarcali sono destinate a scomparire. Sarà il femminismo a creare unità nella diversità, tassello dopo tassello, senza che un genere, qualunque genere, predomini sull’altro. E i frammenti si stanno ricomponendo, maneggiati con cautela e protetti come reliquie.
Recente e storica la sentenza della Corte costituzionale che scardina “le regole costruite dal padre”, significato della parola patriarcato. Creare organizzazioni familiari patriarcali per discendenza maschile attribuendo automaticamente il cognome del padre è stato ritenuto discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio. Abbiamo annullato i corpi attraverso i nomi per troppo tempo, anche questo è un importante tassello verso l’uguaglianza tra uomo e donna, verso un’armonica perfezione dello Yin e dello Yang. La longevità del patriarca Matusalemme, presagio di angoscia per l’universo femminile, inizia, forse, a preoccuparci meno.

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