Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie? Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino, nella religione nel divino. E la risposta della religione fu che esistevano due divinità, una buona, ed era il Dio Creatore, quello della Vita, del Benessere e una divinità malvagia: il Dio della Morte, della Malattia, della Povertà.
Questa spiegazione era molto semplice, cosa ci dice frate Alberto Maggi?
Certo, i problemi cominciarono a sorgere in Israele quando questo popolo arrivò alla concezione di un unico Dio, JHWH. Eliminata la divinità negativa, tutto, il bene e il male, la vita e la morte, la salute e la malattia, vennero attribuite a questo solo Dio: “Bene e male, vita e morte, tutto proviene da JHWH” (Sir 11,14).
Ma escludendolo come autore del male restava la malattia, la povertà, la morte.
Per risolvere questo problema si creò una figura teologica che tanto ha influito e ancora influisce nella vita dei credenti, quella del peccato inteso come trasgressione alla legge divina. Pertanto non era Dio l’autore del male e delle malattie, ma l’uomo, con il suo peccato, era responsabile del giusto castigo divino. Per discolpare Dio del male, si accusava l’uomo: le malattie diventano così il castigo di Dio per i peccati degli uomini; “Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico” (Sir 38,15).
L’obbedienza a Dio era pertanto garanzia di vita e di salute?
Già, però la realtà mostrava la fragilità di questa teologia, in quanto l’esperienza rivelava che gli empi vivevano lungamente tra agi e ricchezze, mentre le persone pie e buone soffrivano malattie, miseria e morte precoce. Venne corretta, inasprendo però la figura di Dio. Pur di non smentire la dottrina, si arrivò a colpevolizzare l’uomo per colpe e peccati non suoi: il castigo di Dio si estendeva non solo sui colpevoli, ma anche sui loro diretti discendenti, pertanto non c’era scampo alla sua punizione.
Ma non era convincente?
No, in quanto la pratica quotidiana dimostrava il contrario. Pertanto si tornava daccapo: tutto proveniva da Dio, il bene come il male. Questa relazione tra la malattia e la colpa dell’uomo è penetrata mettendo le radici nell’intimo delle persone, e nonostante Gesù abbia smentito categoricamente alcuna relazione tra la malattia e il peccato, questo fa che le persone quando vengono a conoscenza di essere affette da una malattia hanno dapprima una reazione di incredulità (non è possibile), poi di rifiuto/rabbia (perché proprio a me?) e infine il devastante senso di colpa: Che cosa ho fatto di male per meritare questo?
La responsabilità della Chiesa?
Enorme, ha ignorato il messaggio evangelico. Il concetto del castigo divino è stato inculcato generazione dopo generazione fin dalla più tenera età, cominciando dai bambini, che venivano al mondo già gravati da una colpa, il peccato originale, e ai quali veniva fin dalla più tenera età insegnato l’Atto di Dolore: Mi pento con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi… Questa orazione è stata trasmessa inalterata di generazione in generazione.
Quindi la Chiesa è responsabile di aver alimentato il senso di colpa nelle persone?
Basta pensare alla formula liturgica dell’atto penitenziale nella celebrazione eucaristica, il Confiteor, dove il fedele si deve battere il petto accompagnandolo dall’espressione: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa …”. Tutti, giovani e anziani, bambini e persone mature, tutti accomunati dalla grandissima colpa.
Come è stata possibile questa deriva dal messaggio evangelico portatore di gioia e serenità agli uomini?
La frattura è databile tra il terzo e il quarto secolo, quando il cristianesimo da fede perseguitata si trovò a essere religione imposta. Ma non si può imporre nulla con il vangelo, tutto incentrato sull’amore di Dio, e allora si ricorre alla paura del castigo divino che suscita l’idea di una pena eterna, l’inferno. Così la Chiesa ha abbandonato il Vangelo di Gesù e si è orientata verso la Legge di Mosè. Mentre Gesù voleva portare Dio agli uomini attraverso la misericordia, la Chiesa decise di portare gli uomini a Dio, attraverso l’obbedienza alla sua legge. Se Gesù aveva dichiarato “Voglio la misericordia e non il sacrificio”, la Chiesa dimenticò la misericordia e si incentrò tutta sul sacrificio.
La malattia venne vista come necessaria espiazione per le offese recate a Dio?
E il dolore anziché essere alleviato divenne la via maestra per la santificazione, sofferenza che se non era presente nella vita del credente andava ricercata in un crescendo di sadomasochismo mascherato da spiritualità chiamato penitenza, sacrificio, mortificazione¸ vocaboli assenti in Gesù. La malattia era vista come un dono per unirsi ai dolori e alle sofferenze di Gesù nella sua Passione. Infatti, le sofferenze venivano offerte a Dio quale espiazione per le proprie colpe, per la salvezza dei peccatori, e le anime sante del purgatorio. L’espressione di questa deriva è la risposta che Madre Teresa di Calcutta, diede a un malato di cancro che gridava i suoi dolori atroci: “Stai soffrendo come Cristo in croce, di sicuro Gesù ti sta baciando!” e lui che risponde “Per favore digli di smettere di baciarmi”. A giustificare tale delirio, si creò tutto un repertorio di versetti biblici estrapolati dal loro contesto e manipolati, quali: È la volontà di Dio… Non cade foglia senza che Dio non voglia… È la croce del Signore…
Il risultato?
È stato quello di una mistica del dolore, una spiritualità lugubre della quale ancora portiamo le conseguenze. Un esempio è la conosciuta preghiera della Salve Regina: “A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime”. Questa preghiera intravvede una spiritualità che sguazza piamente nella valle di lacrime. Ancora: il poeta del ‘300, Jacopone da Todi scrive “O Signor per cortesia, mandami la malattia”, e chiede di inviargli una cinquantina di malanni elencandoli. Ma non ancora soddisfatto conclude: “Signore mio, non è una espiazione sufficiente questa sofferenza che ho descritto, perché tu mi hai creato per amore, e io ti ho ucciso per la mia folle ingratitudine”. Al tempo di Gesù predomina la spiritualità farisaica, con la dottrina del merito e del castigo, e la malattia viene vista come espressione della punizione divina per il peccato, come insegna il Talmud. Questa dottrina non risparmiava neanche i bambini. La cecità non era considerata un’infermità come le altre ma, impedendo lo studio della Legge, era ritenuta una maledizione divina per le colpe dell’uomo. Gesù esclude alcun collegamento tra infermità e peccato. Gesù non si occupa della dottrina, ma dell’uomo. Esclude in maniera categorica l’idea del castigo divino e soprattutto cambia il concetto del peccato: da offesa a Dio a offesa all’uomo. C’è uno strettissimo legame tra l’annuncio del Regno di Dio, la società alternativa proposta da Gesù, e la guarigione. Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce la falsa immagine di Dio come colui che punisce con la malattia il peccatore. Dio è colui che libera dalle malattie non colui che le invia. Gesù le guarigioni le ha quasi sempre compiute in un giorno proibito curare e visitare i malati, il sabato. Per la Legge era la trasgressione di tutta la Legge, era punita con la morte. Gesù sfida le autorità; il bene dell’uomo è più importante dell’ubbidienza alla legge divina. Per questo i Giudei cominciarono a perseguitarlo. Gesù non invia i discepoli a convertire i peccatori, ma a curare e a guarire, ad alleviare le sofferenze dell’umanità. Va dato atto che gli ospedali nacquero proprio per iniziativa dei cristiani. Fu uno dei primi concili, quello di Nicea (325) a stabilirlo in ogni città dotata di cattedrale perché il culto spirituale a Dio non poteva essere dissociato dalla cura fisica degli uomini.
La sacralità della vita fu quindi elemento centrale nella comunità cristiana?
Si, questa consolidata e indiscussa verità ha iniziato però a scricchiolare dal secolo scorso, quando lo straordinario progresso della medicina, della scienza unita alla tecnologia, ha fatto sì che tante malattie, considerate inevitabilmente mortali, non lo fossero più, restringendo sempre più gli ambiti della mortalità, ma ponendo un problema: fin dove la scienza medica può arrivare? Fin dove la tecnica si può spingere nel sostituire parti malate con elementi artificiali?
È il problema che oggi ci si pone.
Infatti se la persona abbia o no la possibilità di decidere fin dove il rispetto della sacralità e del mistero della vita lo può e deve mantenere vivo, anche se artificialmente, e dove la sua dignità gli permetta di decidere di non prolungare cure e tecniche che protraggono la vita biologica a scapito di profonde sofferenze per l’uomo interiore. Pertanto il dilemma è: se è sacra la vita, questa va difesa e prolungata a oltranza; se è sacro l’individuo, costui ha il diritto di decidere una morte dignitosa.
![]()
La risposta a questo dilemma?
Nessuno la può dare se non la stessa persona. Nessuna legge civile né dottrina religiosa. Nessuna istituzione si può sostituire all’individuo, alle sue convinzioni etiche e religiose. La soluzione ideale è quella dove il conflitto viene superato e si riesce a far coincidere e fondere la sacralità della vita con quella dell’individuo. Ma la complessità della psiche umana, il mutarsi delle circostanze, può far sì che una scelta che era ben chiara e consapevole non lo sia più, che alla fine il desiderio di sopravvivenza sia più forte delle proprie convinzioni e decisioni, e che si preferisca l’incertezza di una vita mantenuta artificialmente alla certezza della morte. Pertanto non resta che accompagnare la persona in ogni suo passo, anche se a volte contraddittorio, qualunque sia la sua scelta.

Commenti recenti