Si moltiplicano i progetti per installare grandi impianti fotovoltaici nella provincia di Siracusa. Se ne ricaverebbe un enorme surplus di energia a beneficio di imprese straniere, ma a danno di territori e popolazioni
Nella nostra provincia sono ben 46 le imprese che intendono realizzare impianti fotovoltaici (oltre 380 per l’intera Sicilia), società quasi tutte a responsabilità limitata e con capitali sociali minimi (10/20.000 €) rispetto agli investimenti da progetto che vorrebbero effettuare, inoltre nate appena qualche anno fa (2019/20) e costituite da pochissimi soci (3/5), molti dei quali stranieri.
Le aree interessate sono sparse su tutta la provincia: dai Comuni a nord (Lentini, Carlentini, Melilli, Augusta Buccheri e Francofonte) a quelli a sud (Rosolini, Noto e Pachino) insieme a Siracusa e Canicattini dove la discussa Lindo ha proposto un “mega” impianto da 67 MW. Ma per capacità di produzione c’è ben altro: la Nexta Bel a Lentini per 185 mega watt e la Bigh fish, nel territorio Lentini-Catania, per 260 mega watt. Con un’ovvia distribuzione su un’area molto più vasta.
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Da un calcolo approssimativo si arriva, con i 46 impianti, a un potenziale di oltre 2.150 megawatt e ciò significa soddisfare una richiesta di oltre un milione di famiglie. Eppure, secondo l’Istat sono circa 160mila le famiglie nella nostra provincia. Si capisce così che il surplus di energia ricavata dai nostri terreni, molti dei quali agricoli (produttivi), da immettere nella rete di distribuzione e i profitti di queste impresa andrà fuori provincia. Questi capitali che giungerebbero avrebbero limitate ricadute positive per noi ma molti effetti negativi.
Costatiamo che, al di là delle promesse per l’occupazione fatte dalle imprese, al più credibili solo per quanto riguarda la fase della costruzione degli impianti, la manutenzione verrebbe gestita da pochi operatori specializzati e lavoratori stagionali per le pulizie.
Negativo sarebbe l’impatto sul territorio dove si interromperebbe il ciclo economico agricolo della produzione locale per avere una dipendenza, da fuori provincia ed estero, di molti prodotti, anche quelli a km 0, che porterebbe di gran lunga in alto l’asta della disoccupazione con la perdita di ettari di terreno produttivo e/o paesaggistico. Ma il forte impatto negativo cadrebbe sull’intero ciclo ambientale, su flora e fauna: le api già da anni sono in rotta di estinzione e la piccola fauna patirebbe le recinzioni elettrificate poste vicino alle strutture per proteggere i cavi. Né convince la rassicurazione del taglio d’erba o la libertà di pascolo per eliminarlo al di sotto o attorno ai pannelli. È più probabile immaginare l’uso di un’apprezzabile quantità di diserbante sui terreni. La conseguenza logica è che col tempo avremo l’inquinamento delle falde e il bestiame che si ciba di glifosato entrando così nel ciclo alimentare. Saremmo dentro ad uno sconvolgimento di un intero ecosistema vivendo un’altra colonizzazione che ci lascerebbe ancora più malati.
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Invece con una gestione corretta come quella d’impiantare gli impianti su terreni industriali potrebbe portare anche a ulteriori impianti d’elettrolisi industriale che dall’energia elettrica ricavata dai pannelli solari s’otterrebbe idrogeno verde, il prossimo oro energetico. Tutti, dalla giunta regionale che dà i permessi alle imprese non possono ignorare che il Paesaggio è tutelato dalla Costituzione Italiana ed è uno dei principi immodificabili della Repubblica.
Quanto incidono sull’aggressione in atto su Paesaggio e terreni produttivi il ritardo e le omissioni della Regione Siciliana nell’adozione del Piano Energetico? A tal proposito la maggioranza delle associazioni ambientaliste siciliane ha elaborato una proposta presentata al governo Musumeci dove si chiede la loro corretta gestione. Sull’Isola sono stati censiti i luoghi idonei alla collocazione di tali impianti, così come grazie al Piano Paesistico Regionale sono stati indicate le aree non idonee e le relative zone di salvaguardia. Per cui sorge il sospetto, alcuni pensano certezza, che il silenzio della Regione sia finalizzato a favorire l’assalto speculativo dei terreni agricoli lasciati pretestuosamente al di fuori di ogni regola e tutela. Inoltre, un inaccettabile equivoco è posto alla base di alcune norme che portano alla elusione del cambio di destinazione d’uso dei terreni agricoli che vengono utilizzati per la produzione industriale di energia elettrica, elusione che comporta l’aggiramento delle procedure di quella partecipazione popolare voluta dalla Convenzione di Aarhus e ratificata nel nostro Paese con legge 108/2001.
La cittadinanza attiva siciliana riunita nelle assemblee si è espressa con chiarezza a favore della corretta gestione del fotovoltaico sulle aree ritenute idonee, l’istituzione di task force per la diffusione delle comunità energetiche e per lo scambio dell’energia prodotta nelle aree rurali, lo sviluppo dei sistemi di risparmio e di efficientamento, il sostegno ad una ricerca libera da condizionamenti sono tutte azioni che possono portare alla installazione corretta degli impianti fotovoltaici e all’indispensabile abbandono della “società” del petrolio.
La Regione Siciliana, che ha preteso l’esclusiva sui Beni culturali e paesaggistici, ha ora l’obbligo di difenderli da questa nuova colonizzazione. 70 anni fa, ai tempi degli impianti petrolchimici, non si riuscì a dire no allo sviluppo industriale basato sulla raffinazione del petrolio: anche quello un passaggio obbligato che doveva essere gestito meglio. Il fare di quell’epoca si può giustificare con l’allora realtà socioeconomica che usciva dal conflitto mondiale, ma oggi conosciamo i risultati di quella colonizzazione che portò alla degenerazione di un territorio e della sua popolazione. Dopo quell’epopea si è rimasti più poveri di prima rispetto ai tanti che gridavano festosi “viva lo sviluppo sicuro ed eterno” col pensiero che il miracolo della madonnina volesse significare: “è questa la strada giusta”, ma forse lei piangeva pensando alla stupidità di un’intera popolazione. Osservava l’inquinamento mentale che venne fuori con una esaltazione di massa. Oggi dovremmo aver capito quell’esperienza e dovremmo comportarci diversamente pretendendo dalla regione, dagl’enti locali, ecc. più rispetto

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