Dopo aver ottenuto dall’Ue il 28% europeo (209 miliardi), fra aiuti e prestiti, sul totale del recovery europeo, il piano nazionale di resilienza e resistenza, già trascritto dal governo Conte, passando in mano a un banchiere, dipinto: “il migliore”, è stato cambiato. Termini quali turismo, salute, patrimonio, giovani, donne e sud hanno perso la centralità. Ciò ricorda un altro “migliore” chiamato anch’esso a salvare l’Italia, Mario Monti amico di Draghi, che alla fine della sua esperienza di governo lacrime, sangue con denaro dato a banche, portò a un ulteriore aumento del debito pubblico impoverendo il Paese e non assolvendo al compito principale: salvare la nazione dal baratro. Qualcuno disse: è stata una grande farsa servita per prendere denaro agli italiani e sovranità al Paese.
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Oggi con Draghi abbiamo: un parlamento quasi zittito, leggi su beni comuni e principali diritti costituzionali posti a latere, ministri politici a cui, un’ora prima della riunione del consiglio, Draghi presenta le sue decisioni mentre gli altri ministri tecnici fanno a pezzi leggi da Paese civile su giustizia, diritti dei lavoratori, trivellazioni, semplificazioni su ambiente e paesaggio, ecc. Inoltre, Draghi sta esercitando da solo la sua attività di banchiere (1 miliardo alla MPS, richiamo a sé di persone fidate che l’hanno già aiutato in privatizzazioni negli anni passati, ecc.). È sua abitudine da ex governatore BCE iperliberista accentrare tutto. Il suo ministero della transizione ecologica è più consono agli interessi delle lobby che al titolo. In molti si chiedono: continuando così davanti a una nazione ammutolita, anche per l’emergenza covid, non ci ritroveremo in pochi anni più poveri, sfruttati e con minori spazi di democrazia?
La lettura del Pnrr inviato a Bruxelles lo conferma: minori investimenti per le rinnovabili, la decisione di dare il 40% lordo ai progetti per il sud che al netto diventano il 20% dichiarandolo favoloso, ma non spiegandone il perché. Ciò a fronte della richiesta dell’Ue di predisporre il 65-70% delle risorse del recovery per il sud, che rappresenta il 34% del paese, questo perché è l’area col più alto picco di disoccupati, povera d’infrastrutture, la quale se scenderà sempre più giù trascinerà innegabilmente anche il resto del paese con gravi conseguenze. È da tenere presente che oggi il centronord vive d’assistenza, la sua potenza industriale è parecchio scemata. Per cui occorre un nuovo modello di sviluppo, una forte discussione culturale che faccia dei beni comuni la base per le generazioni future.
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Oggi, davanti a questa mancanza di visione generale, qualcuno pensa a leader carismatici come fu De Gasperi che seppe coniugare l’importanza di tutta la nazione intuendo le potenzialità del sud che economicamente fece salti da giganti. Ma esiste la quasi nullità della politica (ultime proiezioni danno come partito quasi assoluto quello dell’astensione). Abbiamo leggi incostituzionali (autonomia differenziata) che impoveriscono ogni anno il sud, danneggiando il centronord, ma nessuno fra partiti e istituzioni sembra interessarsene. Mentre investire al sud conviene, dichiarano economisti. La discesa dei consumi da parte del sud per i prodotti del nord (80 miliardi l’anno) diventerà letale per il nord. Il sud ha beni culturali e un territorio sempre più vilipeso, i giovani vanno via, la popolazione invecchia e col diminuire della povertà vengono a mancare i pilastri del vivere civile. Inoltre, al sud esiste la grande possibilità d’estrazione d’energia rinnovabile fra sole, vento, geotermia, vi sono grandi spazi per investire e quando qualcuno, forse straniero, deciderà di farlo esso decollerà e ci potrà essere una divisione fra centronord e sud economica anziché politica o territoriale.
Anche la Sicilia necessiterebbe di un nuovo modello di sviluppo di cui si sente una grande mancanza. Eppure, con grande meraviglia troviamo che nelle ultime settimane il governo regionale riammette l’assessore Razza al suo posto, “non sono forcaiolo” – afferma Musumeci – che firma a Siracusa il protocollo per il SIN di “area di crisi complessa” che sottende all’inizio d’abbandono delle raffinerie in perdita. È la richiesta al governo nazionale di specifici ammortizzatori sociali per i 7.500 lavoratori del polo (un’operazione già eseguita a Gela). Continua con un bando per la costruzione di un inceneritore e a chi chiede dove si dovrà realizzare dichiara: “lo decideranno loro, i competenti…la soluzione è creare altre dieci o quindici discariche, o allinearci alle altre grandi regioni che con le macchine mangia rifiuti producono denaro e ricchezza”. Questo è il piano rifiuti che si aspettava da anni. un vero insulto a tutti i siciliani. Incalza legambiente regionale: sanno che è un investimento oneroso pagato con costi di conferimento di 200€/t, che ci vorranno non meno di 7-10 anni; Musumeci fa finta di non sapere che gli inceneritori sono un problema non la soluzione per gestire il ciclo dei rifiuti.
Qui, nella nostra provincia, possiamo affermare che il capoluogo e molti Comuni hanno raggiunto importanti livelli nella raccolta differenziata invece sono le grandi città di Palermo e Catania che maggiormente ne soffrono. Poi, la regione, non contenta, ha dato l’autorizzazione alla costruzione di un parco di pannelli fotovoltaici su un terreno agricolo di oltre 100 ettari, in località Cavadonna nei territori dei Comuni di Siracusa, Canicattini e Noto. Tanto si modificherebbe con un aumento di almeno 6/10 gradi della temperatura, la conformazione vegetale e la biodiversità che domina gli Iblei cioè la macchia mediterranea. Inoltre, la realizzazione inciderebbe negativamente ai fini dell’impatto paesaggistico e visivo dell’intera zona deturpando l’alto piano ibleo. Eppure, vi sono altre ampie zone in cui fare l’impianto, perché non prenderle in considerazione?
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Un’altra tappa da “distrazione di massa” cui giungere insieme alla regione Calabria è quella del ponte. Le due Regioni si sono spinte addirittura all’ipotesi di finanziare l’opera con fondi propri invece di pensare a bonifiche e ad altri grandi problemi siciliani: “Sicilia e Calabria – ha dichiarato Musumeci – sono stanche di essere considerate periferia d’Europa e per diventare centrali nell’area del Mediterraneo uno dei requisiti essenziali è il collegamento stabile tra le due sponde. Diciamo basta a un dibattito ultrasecolare, fatto di relazioni e contro relazioni, con il solito obiettivo di rinviare la decisione alle calende greche. Questa telenovela ha stancato tutti”. È il colmo dell’incapacità. Il presidente si getta in affermazioni assurde: “nel frattempo i grossi problemi veicolari verranno risolti”. Ma chi gli dà questa certezza e con quali risorse e tempi? Invece si sa di sicuro che il ponte verrebbe chiuso vari giorni all’anno per gli esistenti forti venti in zona, Messina verrebbe spaccata in due, la costruzione di chilometri di gallerie, l’esproprio di ampi terreni che porterebbe disagio a centinaia d’abitanti, l’allungamento di almeno 20 chilometri di tragitto per le varie bretelle, un ecosistema (paesaggistico, faunistico, fondali marini, archeologico) distrutto dall’impatto, la presenza della mafia in appalti e cemento (pensiamo a quello impoverito). Tutto ciò al di là del rischio sismico. Con tutti questi “pesi” il ponte potrebbe diventare un’altra grande incompiuta pagata miliardi dai cittadini perché se i costi dichiarati sono di 7 miliardi certamente lieviteranno di parecchio e se anche si giungesse alla fine dell’opera altro denaro pubblico continuerebbe a essere speso per la costante manutenzione. Difatti, tutte le altre grandi opere nel mondo sono in grave perdita. Quanto dovrebbe costare un biglietto e quanto tempo di percorrenza con eventuale fila si perderebbe rispetto a oggi? Tutto ciò favorirebbe solo le lobby del cemento insieme alla mafia. Invece, allo stato attuale si sono intensificati i viaggi low cost, navi container sempre più grandi solcano i mari, stanno partendo traghetti più grandi e veloci alimentati a Gnl, un domani a idrogeno che faranno sempre più concorrenza per i prezzi e tempi a quelli del ponte.
A fronte di questo disegno restauratore si può rimanere fermi? Il covid ci ha “ovattati”, non c’è il bisogno di scendere in piazza, prendere aria, presentare manifestazioni, assemblee, dibattiti, insomma rimuovere la nebbia pesante esistente?

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