Neuroscienze, individualismo e comunità – Con la Pandemia è aumentato il disagio di bambini ed adolescenti. è necessario pensare ad un nuovo modello di sviluppo e di relazioni

Un interessante contributo del dr. Francesco Sciuto

La Pandemia sta incidendo in modo imprevedibile sulle nostre vite, con un carico di sofferenza a volte drammatico. Negli ultimi mesi sono uscite diverse ricerche e pubblicazioni riguardanti il disagio dei bambini e degli adolescenti con dati veramente allarmanti per un notevole aumento di situazioni ansiogene, tentato o mancato suicidio, atti di autolesionismo, depressione, attacchi di panico, disturbi alimentari. Non può essere negato un sovraccarico emotivo al quale i nostri bambini dimostrano difficoltà a reagire, con un senso di solitudine e una perdita di autostima.

La situazione diventa ancora più complessa per i bambini in situazione di fragilità.

Davanti al disagio dei bambini siamo soliti chiamare la responsabilità delle agenzie educative, in particolare famiglia e scuola, oppure affermare che a manifestarsi con più acuzie sono le situazioni di fragilità precovid.

A me sembra che questo schema mentale di deresponsabilizzazione (”…è colpa della famiglia e della scuola…”) in questa situazione sia altamente sbagliato e inadeguato e non ci permette una lettura approfondita di ciò che stiamo vivendo.

I dati sui vissuti delle famiglie ci dicono come il “sovraccarico emotivo” investe tutta la dinamica familiare e i singoli componenti. Nel 2020 c’è stato un aumento del 60% delle separazioni in confronto all’anno precedente. I dati sulle violenze ci dicono che nel periodo marzo-ottobre 2020 al numero verde nazionale antiviolenza 1522 sono giunte oltre il 70% in più di telefonate e che le violenze familiari sono aumentate del 107%. Lo stesso discorso vale per la scuola e per i docenti, anch’essi alle prese con le loro dinamiche familiari e con un cambio repentino delle loro modalità di essere docenti. Anche per i docenti il sovraccarico emotivo non è stato indifferente dovendo mettere in discussione molte certezze.

È sempre più evidente che non si tratta di attuare un piccolo rimodellamento degli stili di vita o inserire qualche toppa da mettere nel sistema globale in cui viviamo.

È necessario “pensare il nuovo” perché un’epoca si è conclusa a causa di limiti intrinseci al sistema, quali l’incapacità di integrare in modo armonico l’ecosistema in cui viviamo.

È necessario acquisire una capacità di costruire un nuovo, guardando “un oltre “ che adesso non si conosce, ma che va costruito con criteri completamente diversi da quelli attuali: un nuovo modello di sviluppo da ricercare, un nuovo modello di Persona e relazioni da favorire.

Appare inutile invocare questo cambiamento dalle Istituzioni. Difficilmente queste hanno uno sguardo capace di andare “oltre”, troppo vincolati a schemi rigidi, tanto più in una situazione così complessa e nuova come è la pandemi: la speranza che il “ nuovo” sia realizzato dalle istituzioni è destinata alla delusione.

Davanti a questa situazione c’è bisogno di un nuovo modo di “essere  comunità“ capace di fare rete!

Certamente bisogna fare rete anche con le istituzioni, ma non pensare che senza il supporto della società civile possa accadere qualcosa di nuovo.

Ma ha la società civile le risorse per stimolare questo cambiamento?

Ha la psicobiologia qualcosa da dire sulla possibilità che questa operazione possa avere successo? Ci sono delle condizioni, dei prerequisiti, affinché questo avvenga?

La neurobiologia ha dimostrato che esistono precisi “sistemi neuronali”, in connessione tra di loro e a base genetica, capaci di sviluppare la massima violenza o la massima generosità. Ancora più importante: la ricerca dimostra come il benessere nasce dalla integrazione tra sistemi diversi, in particolare tra cervello, mente e relazione, che sono tra di loro in interconnessione.

Nella neurobiologia interpersonale il ruolo delle relazioni e della qualità di esse diventa fondamentale, senza minimamente trascurare quello legato al cervello, la parte strutturale della triade e quello della mente, legato alla capacità rappresentativa delle informazioni. .

La salute mentale sta proprio nella armonia tra questi tre sistemi tra di loro interconnessi e l’esperienze dei primi anni di vita sono fondamentali nel creare le radici per lo sviluppo evolutivo in un senso o nell’altro , sebbene per tutta la vita è possibile un cambiamento, per l’ormai riconosciuta capacità plastica del cervello.

Le ricerche nel campo delle neuroscienze ci hanno dimostrato da una parte la difficoltà di cambiamenti radicali dopo i primi anni di vita, ma anche che ci sono eventi della vita ad alto contenuto emotivo che possono favorire in qualsiasi momento il cambiamento e modificare la nostra visione della vita.

L’esperienza della pandemia potrebbe essere uno di questi eventi.

Certo c’è un processo evolutivo che riguarda ognuno di noi, ogni persona, ma c’è un lento processo evolutivo che riguarda il sistema sociale ed anche questi – persona e sistema sociale- sono interconnessi.

Per adesso i dati della pandemia ci dicono che c’è stato un grande aumento del malessere, soprattutto degli adolescenti, con un aumento degli atti di autolesionismo e di disregolazione; un aumento delle violenze domestiche; un aumento delle situazioni di ansia e depressione; si prevede , inoltre, che il disagio psicologico aumenterà a conclusione della pandemia o con il prolungarsi di questa.

Perchè mai, a conclusione, di questo drammatico periodo della nostra storia, la sofferenza patita dovrebbe lasciarci migliori, se già in periodi di pandemia giungono messaggi di assoluta  continuità con il passato da parte di chi dovrebbe orientarci al bene comune e non riusciamo a trovare un senso al disagio che stiamo vivendo?

Se Persona e Sistema sociale sono interconnessi il cambiamento può iniziare da uno dei due, indifferentemente!

Se la mente è relazionale e si sviluppa in un contesto di relazioni dobbiamo meglio capire qual è la qualità della relazione che crea benessere.

Il quesito per le neuroscienze è complesso e delicato!

Di fatto siamo sommersi da persone con struttura di personalità narcisistiche e spesso noi stessi lo siamo senza la consapevolezza di esserlo. Spesso le nostre amicizie, le nostre ambizioni e persino i nostri atti di generosità hanno alla base forme di narcisismo, che pur senza giungere a chiare situazioni psicopatologiche, condizionano le nostre relazioni e la nostra visione del mondo. Nè bisogna pensare che il “narcisista” ha come carattere distintivo solo il senso di superiorità. Infatti il narcisismo ha tante maschere, non sempre individuabili considerato la complessità e l’ambiguità dei comportamenti. Il narcisismo si è trasformato da disturbo psicologico a forma mentis di un’intera società. Il narcisismo appare nel momento in cui la società viene considerata senza futuro; acquista così un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie “realizzazioni personali”. Questa “cultura narcisista” avrebbe letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su se stesso”.

La psicologia evolutiva è capace di seguire il tratto narcisistico dai primi anni di vita all’età adulta: già questo ci consentirebbe di modificare radicalmente i nostri sistemi educativi.

La Persona con l’illusione narcisista difficilmente sarà capace di creare nuovi modelli di sviluppo e cooperazione del sistema sociale! Dobbiamo allora rassegnarci a non avere Speranza di cambiamento?

D’altra parte alcuni lavori sulle capacità altruistiche dell’uomo dimostrano che una singola persona che sceglie l’altruismo anche con l’obiettivo di migliorare il mondo è destinato a soccombere e che l’altruismo quindi non può esistere. Queste conclusioni sono certo discutibili, ma le stesse ricerche dimostrano, con metodo  scientifico,  che solo una organizzazione funzionale di un gruppo, che sceglie al suo interno una visione altruistica, può portare ad un mondo migliore. Il ruolo di questi gruppi nel processo evolutivo della società è fondamentale e bisogna aver gratitudine per chi non si stanca di vivere per un mondo migliore.

Quali sono allora le caratteristiche psicocomportamentali che possono favorire lo sviluppo dei sistemi del benessere personale e sociale? Le neuroscienze hanno studiato due modelli funzionali. Il primo è la “ relazione di reciprocità”; il secondo è il “dono”. Queste due caratteristiche, per alcuni autori, appartengono all’ “essere umano”, non trovandosi con la stessa complessità in altri essere viventi.

La reciprocità inizia con la capacità di accoglienza dell’altro, accettando tutta la sua diversità- qualsiasi diversità- e facendosi arricchire da questa. Non vive nutrendosi di preconcetti, di idee fisse e rigide. Questo non significa adesione acritica al mondo dell’altro, ma semplicemente porre le basi per una reciprocità arricchente, nella speranza che l’altro risponda con le stesse aperture mentali. Solo questo crea dialogo, qualità relazionale, stimola i circuiti del benessere e dell’integrazione. Solo la reciprocità crea le condizioni per la conoscenza autentica del mondo dell’altro.

Di fatto la reciprocità ha bisogno di uno stile di vita orientato al “dono”, altro parametro specifico dell’essere umano. I circuiti biologici della “prosocialità” si alimentano nella capacità di ricevere ed essere un dono. Questo significa, innanzitutto, avere l’autostima necessaria che ci rende consapevoli di avere qualcosa di mio da  poter donare all’altro e di poter ricevere qualcosa in dono dall’altro.

Requisito indispensabile per poter parlare di dono è la gratuità!

L’esperienza della gratuità per un bambino è un processo da acquisire, al contrario della reciprocità presente in modo rudimentale fin dalla nascita.

Forse è il tempo di sentire l’urgenza di rivedere alla radice i nostri sistemi educativi, per elaborare modelli più orientati ad una antropologia della prossimità e più vicini  alle ricerche delle neuroscienze.

Nessuno, infatti, diventa umano da solo: ci facciamo umani gli uni con gli altri.

Francesco Sciuto

Neuropsichiatra infantile

 

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