Siracusa Capitale della Cultura Europea 2033? Si allarga ancora il dibattito sul tema. Ecco il contributo del prof. Roberto Fai.

Fabio Moschella, in un recente post su Facebook relativo alla notizia delle dieci città concorrenti al titolo di Capitale italiana della cultura, ricordava l’esperienza dell’ampia e, purtroppo, frettolosa, mobilitazione politico-culturale dell’estate del 2013, che vide l’assessore Alessio Lo Giudice, insieme a tanti di noi, mettere su un cabina di regia per predisporre la candidatura a “Capitale europea della Cultura” del Distretto del Sud est siciliano, con capofila il territorio di Siracusa. Dal breve accenno di Moschella – che rilanciava l’idea –, s’è aperta una discussione sui social, poi ripresa da “La Civetta” e su La Sicilia con l’intervento dell’assessore Fabio Granata. Sul tema è ritornato pure Alessio Lo Giudice, offrendo una puntuale ricostruzione su quei tre mesi di ricco e analitico lavoro, chiudendo l’articolo con alcuni rilievi all’assessore Granata, analoghi a quelli che a quest’ultimo ha rivolto Roberto De Benedictis; inoltre, sempre su La Civetta, è intervenuto pure Raffaele Gentile. Detto ciò, se si vuol davvero riprendere e rilanciare l’idea di candidare Siracusa, quale capofila di un “Distretto territoriale” più ampio del Sud-Est, a Capitale Europea della Cultura del 2033, ritengo sia necessario uscire da ogni sguardo retrospettivo a quel brevissimo trimestre estivo del 2013.

Ciò aiuterebbe tutti a stare con i piedi per terra, per comprendere innanzitutto che la possibilità stessa del solo “pensare” all’idea di inaugurare un lavoro complesso e “di sistema”, finalizzato a costruire un “lavoro” che candidi Siracusa a quel riconoscimento europeo, presupporrebbe un cambio radicale del modo in cui, in questi dieci/quindici anni, s’è organizzata, governata e strutturata la politica culturale del Comune di Siracusa, istituzione capofila del territorio. E non perché le espressioni, i luoghi e le forme di creatività culturale di un territorio siano banalmente “incorporate” dentro l’Istituzione del governo del territorio cittadino, quasi a sorvolare a ciò che la Fondazione Inda, da oltre cento anni, rappresenta quale simbolo della “ragione europea”, aggiungendo ad essa quel “general intellect” che compone ed articola il “corpo autonomo”, ricco di espressioni culturali, artistiche ed intellettuali del tessuto sociale, nato ed operante oltre e fuori la ristretta cerchia politica.

Per entrare subito in medias res, deve essere chiaro a tutti che il presupposto decisivo, il cardine centrale – di più: il fondamento! – su cui si reggono i criteri dell’assegnazione del titolo di “Capitale Europea della cultura” risiedono nella capacità strategica con cui la città/territorio concorrente sarà in grado di presentare un “Progetto” che evidenzi che il percorso stesso di elaborazione complessiva della “Candidatura” abbia alle spalle un proficuo lavoro di «tessitura sociale» e di partecipazione diffusa dei cittadini – corpi intermedi, forze sociali, associazioni, Istituzioni, Enti pubblici e privati, Università, mondo della scuola, operatori culturali, volontariato, soggetti imprenditoriali, ecc. –, con un “Progetto” che espliciti un consolidato “punto di giuntura” significativo tra la cittadinanza e le Istituzioni del territorio proponente, ricco di trasparenza e partecipazione collettiva.

E che l’ubi consistam di tale “Progetto” risieda in un apprezzabile quadro sistemico con al centro obiettivi di riqualificazione dell’assetto urbano del territorio, un quadro di interventi urbanistici di “ricucitura” tra centro (storico) urbano e periferie; strumenti sostenibili di mobilità e trasporto interno; rigorose politiche del sistema dei rifiuti; interventi e progetti tesi a costruire una “città intelligente” (smart city), vale a dire, un insieme di strategie di pianificazione urbanistica tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici, in modo da far affermare nel governo urbano una «logica di sistema», sì che l’insieme delle infrastrutture materiali del territorio offrano un legame significativo con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi lo abita, soddisfacendo, grazie all’impiego delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente, dell’efficienza energetica, della socialità e della cultura, la “qualità della vita” e le esigenze dei cittadini. Così che, poi, gli “Eventi culturali” dell’anno di “Capitale europea” ne significhino la dimensione immateriale e il genius loci.

Detto ciò, il 6 novembre del 2019, il primo ad aver posto questo obiettivo a tema decisivo era stato il soprintendente dell’Inda, Antonio Calbi, con un denso articolo su “Repubblica/Palermo”, offrendo l’opportunità di immaginare la candidatura di Siracusa a Capitale Europea della Cultura nella forma di una “utopia possibile” di un potente luogo simbolico della grecità. C’è qualcuno, tra i protagonisti istituzionali, che se ne ricorda? Nessuno, nell’ambito dell’attuale Amministrazione cittadina, ebbe l’intuito e il guizzo di intravvedere in quella intelligente proposta il vettore per dar vita ad un raccordo civico-istituzionale che provasse ad inaugurare la costruzione dell’utopia. Per memoria di tutti, facendo seguito a quell’articolo, Antonio Calbi ed Antonio Gerbino, di “Civita”, opportunamente hanno avviato una “rete civico-culturale” per aprire dal basso una riflessione di metodo e di merito, raccogliendo materiale e documenti tesa ad allargare un tavolo ideativo che s’è interrotto poco prima del marzo 2020: quando il Covid ha imposto questa fase che restringe gli spazi di pensiero e di socialità di tutti noi. Se ne verremo fuori, la domanda è: saremo in grado di uscire dalle strettoie di un agire “politico-culturale”, mortificato dalla concessione dall’alto o della autoreferenzialità “individualistica”?    

Roberto Fai

 

 

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