Come ogni giorno, di buon mattino, Sara e Cesare escono di casa. Sono sempre insieme, quei due. E anche a vederli da lontano si capisce dai loro sguardi che l’una non può fare a meno dell’altro, e viceversa. Lei lo tiene al guinzaglio, per evitare che scappi via come una furia, appena il muso oltrepassa il portoncino d’ingresso. Fa così, sempre, perché fuori dalle mura di casa, lui impazzisce. Gli si apre un mondo sconfinato nel quale vorrebbe solo correre, annusare, abbaiare. E potrebbe anche farlo, se non fosse che agli altri mette paura. Cesare è un cagnone di grossa taglia, dal pelo corto, frutto di chissà quali strani incroci fra razze. Quando Sara lo prese con sé era un cuccioletto smarrito, che non faceva certo presagire un futuro da pesi massimi. Glielo avevano portato sino a casa, dopo che lei aveva risposto ad una richiesta d’aiuto che circolava in rete. “Perché no?”, s’era detta, “mi farà compagnia”. E la compagnia durava ormai da cinque anni. Cinque anni di vicissitudini. Di felicità sperata, di infelicità vissuta.
La strada a quell’ora è semideserta. Qualche podista saltella da un marciapiede all’altro, mentre poche autovetture scorrono via prima che l’ingorgo esploda puntuale. Quando incrociano un’altra coppia cane-padrone, la sosta è d’obbligo. E mentre Cesare esplora col suo nasone ogni anfratto del quadrupede, anche il bipede, rivolgendo a Sara uno sguardo esploratore, sembra quasi che voglia annusarla. Superata la doppia fila di case che soffocano la via, d’improvviso il respiro si slarga e appare il mare. La luce è tenue: in questo mattino di settembre il cielo velato ammorbidisce i colori. Anche il vento dà tregua. C’è silenzio d’intorno.
Abbandonata la strada, i due si incamminano nel taglio di roccia scavato dalla vecchia ferrovia. La pista di terra battuta costeggia la scogliera per un lungo tratto. E’ l’ora giusta per lasciare che Cesare corra libero e felice. Così lui fila avanti e torna indietro un’infinità di volte, irrigidendosi di colpo, se qualcosa ( una lucertola un fiore un insetto) gli si para davanti. Osservando Cesare immobile in quella posa , a Sara viene in mente il gioco che da bambina la impegnava nei pomeriggi insieme a Margherita, alle altre amichette e a qualche bambino catturato faticosamente:
Le belle statuine
d’oro e d’argento
del millecinquecento
eccole qua…
Fosse stata allora capace di rimanere ferma imbalsamata come adesso Cesare dinanzi a quel groviglio di spine, non sarebbe mai finita al muro.
Ma ora è meglio uscire dalla pista e procedere più in basso, cercando di indovinare il sentiero che affiora qua e là tra gli arbusti e le rocce della campagna che si affaccia a dirupo sulla scogliera. Solo qui Cesare può ancora muoversi in libertà, senza infastidire chi cammina, corre o pedala sul tracciato soprastante. Il cielo e il mare riempiono d’azzurro lo sguardo, che a fatica ne distingue il confine.
È tempo di rimettere a Cesare il guinzaglio, per tornare sulla strada che a distanza manda a tratti il suo primo frastuono.
Chi non vive in questa parte di città non ci viene volentieri. Enormi palazzoni disposti a semicerchio o in lunghe file parallele si alternano separati da scampoli di terreno, lasciati in abbandono. Ai margini dei grandi condomini sorgono baracche di lamiera, buone per immagazzinare l’impensabile, mentre proprio sotto i balconi, eserciti di motorini malandati si dispongono a raggiera attorno a moto di grossa cilindrata, che col loro abbagliante luccichio hanno già ristabilito le gerarchie.
C’è ancora poca gente in giro. Ma non dipende dall’ora. Anche in pieno giorno sono in pochi a camminare per queste strade. Se cerchi un bar, un negozio o un’officina sei nel posto sbagliato. Solo il vocìo che dalle finestre spalancate si riversa all’esterno è un segnale che dice vita.
Sara e Cesare avanzano in silenzio, passando sotto i balconi imbrigliati nelle reti che straripano di calcinacci. La loro meta è a due passi da lì.
Il giorno in cui ricevette la chiamata sprizzava felicità. Aveva tanto sperato che arrivasse un lavoro, ma non pensava certo a quel lavoro. Occuparsi dei bambini era sempre stato un suo desiderio, ma che quel desiderio si realizzasse accanto a Margherita, grazie a Margherita, era al di là d’ogni immaginabile speranza. Non fosse stato per lei, di certo non l’avrebbero presa. S’era fatta garante con i gestori dell’asilo, assicurando che quella ragazza coi bambini ci sapeva proprio fare e che per l’orario di lavoro non avrebbe fatto problemi: non sarebbe stata lì a contare la mezz’ora in più o in meno, perché lei, Sara, quel lavoro lo voleva veramente. Ne aveva anche bisogno, per poter finalmente pagare un affitto e andare a vivere per conto proprio. Coi suoi ci stava bene. Ma era tempo di levare le tende. Di avere uno spazio proprio, una vita propria. La libertà di essere se stessa. Ed ecco che si presentava l’occasione giusta. Una meravigliosa doppia occasione: lavorare e farlo accanto a Margherita. Non sarebbe stato più necessario inseguirla, per strapparle un po’ di tempo da trascorrere insieme, come da piccole. L’avrebbe avuta lì, con lei, ogni giorno, a condividere la fatica e la gioia di accudire dei bimbi, giocando con loro.
Da principio il lavoro s’era rivelato più faticoso del previsto. Prendersi cura dei piccoli non è un mestiere facile. Bisogna imparare a conoscerli uno ad uno, capire qual è il modo giusto per piegarli ai ritmi innaturali imposti dalla vita degli adulti: quindi, si mangia tutti alla stessa ora e alla stessa ora si fa il riposino, anche se in quel momento non hai fame o sonno. È solo così, dicono, che i bambini si regolarizzano, si abituano a stare con gli altri, a rispettare gli orari, a vivere insieme. Ma poi con loro è tutto un gioco. Un gioco terribilmente serio, in cui il confine tra il riso e il pianto è più sfumato di quello tra mare e cielo. Le mamme avevano fiducia in lei; dapprima la guardavano con sospetto, ma in poco tempo aveva saputo conquistarle. Le consegnavano i figli ripetendo ogni volta le solite raccomandazioni, ma con un sorriso sulle labbra, che adesso stemperava il loro timore. Erano donne giovani. Vivevano con le loro famiglie in quei palazzoni che facevano corona al giardinetto comunale, entro cui sorgeva l’edificio adibito ad asilo. Lì portavano i figli solo quelli delle case popolari. I bimbi delle “cooperative” che sorgono sul costone dall’altra parte della strada raramente finivano nelle scuole del quartiere; di solito preferivano altre destinazioni: più scomode, perché distanti, ma più “sicure”, perché ai figli “bisogna dare il meglio”, e lì, di “meglio” ce n’era ben poco. Questa parte di città è così. O forse, tutta la città è così: piena di confini invisibili, sottili come l’aria, ma invalicabili come muri di cemento. Sara li aveva oltrepassati senza timore, ma ne era stata ricacciata fuori.
Adesso sono dentro il giardinetto. Hanno oltrepassato il cancello semidivelto che si regge a malapena sulla colonnina di cemento in cui era stato incardinato. Non c’è nessuno intorno. Sara toglie il guinzaglio a Cesare, che riparte a fulmine verso un cespuglio in cui si muove qualcosa. Poi si ferma immobile, come una bella statuina. Sara siede sulla panchina, lo sguardo fisso davanti a sé. Brandelli di giocattoli sono disseminati sulle aiuole, alcuni banchetti squarciati hanno accanto delle sedioline ischeletrite, gettate capovolte sul terreno. In fondo al cortile, sul lato interno lontano dalla strada, c’è il portone d’ingresso dell’asilo comunale. Il sole si riflette sui cocci di vetro disseminati a terra, sullo scivolo d’asfalto.
Da due anni è tornata coi suoi. All’inizio aveva tentato di resistere, ma non poteva più permettersi di pagare un affitto e tutto il resto, senza un lavoro sicuro. Qualche ora da babysitter non bastava a coprire le spese. Così, alla fine, aveva dovuto cedere. Quando le avevano detto che quello avrebbe potuto essere il suo ultimo giorno di lavoro, non si era scoraggiata; aveva pensato che una soluzione si sarebbe trovata; che non sarebbe stato possibile chiudere l’asilo proprio lì, in un quartiere senza alternative. Ma dopo il primo anno trascorso a sperare in una riapertura, aveva cominciato a capire che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Delle mattine si ritrovava insieme a Margherita e alle altre colleghe nel giardinetto comunale, pensando di incontrare le mamme, di rivedere i bambini. L’idea era anche quella di organizzare una protesta, di smuovere qualcosa per tentare di trovare uno spiraglio, di tornare a sperare. Nei primi mesi sembrava che qualcosa stesse per accadere; poi il silenzio. Margherita era andata via. Diceva di non voler più rimanere ad aspettare un miracolo che non arriva. C’era solo da preparare i bagagli e dire addio alle illusioni. Niente da attendere, niente da sperare. L’aveva lasciata così, senza voltarsi indietro.
Se stai ferma al muro e ti volti, stavolta, dietro te, non c’è più nessuno.
Sara non vuole avvicinarsi. Anche a quella distanza si vede che il portone dell’asilo è sfondato e i suoi vetri sono sparsi per terra, in frantumi. Cesare ha ripreso a girare intorno all’impazzata, felice di quella libertà senza limiti. Sara non lo segue più con lo sguardo. Rimane seduta in quel punto. Non ha voglia di muoversi né di guardare intorno. Ogni cosa in quel momento è sospesa. E lei sta lì, ancora un po’, immobile e in silenzio.

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