Di tutto s’è scritto e s’è detto di questa dannata pandemia e delle macerie che si è lasciata alle spalle per questo incredibile e drammatico 2020. Oggi abbiamo raccolto la testimonianza di alcuni rappresentanti di quella categoria che – forse – è stata tra le meno tutelate per quanto riguarda gli appoggi e gli aiuti da parte del governo: la categoria degli artisti dello spettacolo e della musica in particolare. E per far ciò abbiamo raggiunto Alessandro Di Mauro, siracusano di 37 anni, fondatore e chitarrista dei Pink’s One e Andrea Zanti, augustano di 29 anni, altro chitarrista e voce della stessa band.
Alessandro, parlaci di te e di come è nata la tua passione per il rock in generale e per i Pink Floyd in particolare
Il progetto è nato nel 2010 a Siracusa e l’intento era quello di rendere omaggio alla mia band preferita, per l’appunto i Pink Floyd. Ho formato questo gruppo inizialmente contando su amici musicisti con i quali suonavo già in altre formazioni, per poi lavorare successivamente anche con nuove figure. Ho scelto di far conoscere la musica dei Pink Floyd perché sognavo, e sogno ancora oggi, di poter restituire quanto più possibile al pubblico, e prima ancora a me stesso, tutte le emozioni che si provavano durante i loro meravigliosi concerti.
Fammi una cronistoria della band: nascita, crescita e traguardi raggiunti negli anni
Dal 2010 a oggi ci siamo esibiti in centinaia di concerti e in tantissime città. Siamo attivi anche in altre regioni italiane: siamo stati infatti diverse volte in Calabria e abbiamo in programma di toccare nuove realtà. Nelle stagioni estive 2014, 2018 e 2019, abbiamo avuto l’onore di collaborare con Machan Taylor, corista dei Pink Floyd, durante il tour mondiale di A Momentary Lapse Of Reason (1987-1988), esibendoci sui palchi di numerose piazze e arene siciliane e registrando diversi Sold Out. In occasione del 45° anniversario del Live at Pompeii dei Pink Floyd, abbiamo registrato una significativa esecuzione dal vivo della suite Echoes nella cornice del Teatro Greco di Siracusa, producendo un film cortometraggio a perenne ricordo dell’evento.
Qual è stata la molla, cos’è che t’ha spinto a metterti così in gioco in un progetto tanto ambizioso?
Ricordo a quei tempi di aver letteralmente “consumato”, col tanto vederle, le VHS del Live a Venezia e Pompei, e mi sono così reso conto, guardando quei concerti epici, che dovevo cercare di fare qualcosa di importante per omaggiare i miei miti. Oggi credo che ciò che rende davvero uniche le nostre esibizioni, diverse da quelle di altre band, sia il modo in cui affrontiamo il palco e accogliamo il pubblico. Chi viene a vederci e ad ascoltarci si rende conto, prima di tutto, che noi ci divertiamo nel suonare questo tipo di musica. Ci piace anche far vedere che noi “viviamo” i brani che suoniamo, che ci sentiamo dentro ogni singola parola e ogni singola nota di quelle splendide composizioni. Poniamo un’attenzione maniacale ai dettagli, da quelli scenografici a quelli prettamente musicali, anche ai più piccoli. Suonare i Pink Floyd non consiste semplicemente nell’imparare qualche accordo di chitarra: è soprattutto un viaggio attraverso quei suoni, quei testi, il laser show, in cui i Pink Floyd sono stati da sempre i pionieri nei loro concerti e, non per ultimo, far conoscere la storia delle canzoni e della band. Non siamo dei semplici esecutori, ma degli interpreti. Ci riteniamo degli attori che amano calarsi fino in fondo nella loro parte. Di pari passo a quello tecnico, anche l’approccio emotivo è fondamentale e noi crediamo di essere molto preparati da questo punto di vista
E tu Andrea? Ricordi, aneddoti particolari…?
Di ricordi ce ne sarebbero un’infinità! Ne voglio citare semplicemente due, uno bello e uno brutto, anche se su quello brutto ci rido e ci ridiamo sopra ancora oggi. Quello bello è legato a un nome e cognome: Machan Taylor, ex corista ufficiale dei Pink Floyd, ma anche di artisti come Sting, Foreigner, Aretha Franklin e tanti altri. Con lei abbiamo calcato i palchi di tutta la Sicilia e abbiamo vissuto esperienze incredibili. La prima volta che cantò con noi era il 2014 e ci trovavamo a Giarre (CT), in Piazza Duomo. Tenemmo un evento benefico e fu la prima volta che ci trovammo davanti ad un pubblico di migliaia di persone, quasi 5000. Fu una serata magica, la tensione era alle stelle, ma andò tutto a meraviglia. La performance della Taylor in The Great Gig in The Sky di quella sera fu un qualcosa di unico, di irripetibile, che ti sconvolge l’animo. Il pubblico la ascoltava in religioso silenzio, in estasi, e tanti riprendevano con il cellulare quel momento. Ricordo che suonammo quasi come fossimo automi, curando minuziosamente ogni particolare del brano e alla fine qualcuno di noi addirittura pianse per la straordinarietà del momento e per il calore con cui il pubblico approvò l’esibizione.
Il ricordo “brutto” è legato invece al 2018: ci trovavamo a suonare in una piazza di un paesino del siracusano e quella volta purtroppo non potevamo contare sulla presenza del nostro tecnico audio di fiducia. Così dovemmo affidarci al tecnico audio “d’ufficio”, quello cioè messo a disposizione dal service stesso. Un disastro! Un soundcheck infinito che, malgrado le rassicurazioni che ci venivano fatte, ci portò a dover posticipare anche l’inizio dello spettacolo. Il tipo gestì i nostri volumi sul palco e sotto il palco totalmente ubriaco, inebriato dall’alcool. Si lasciava andare a balletti e siparietti vari durante la nostra esibizione e faceva tutto il contrario di quello che gli dicevamo di fare attraverso cenni e gesti vari, suscitando talvolta l’ilarità e talvolta l’indignazione del pubblico. Decidemmo di dimezzare la nostra scaletta per limitare le brutte figure. Eravamo arrabbiatissimi! Fortunatamente il pubblico si rese conto che non dipendeva da noi. Però, passato quel momento, ci capita ogni tanto di riderci sopra ancora adesso, quando ci troviamo in sala prove, o di rievocare le gestualità, anche se da allora stiamo più attenti a valutare meglio i contesti e le circostanze nelle quali ci chiamano a suonare.
Quali sono stati gli ostacoli principali che avete dovuto affrontare, soprattutto durante questo drammatico e difficile periodo di grave emergenza sanitaria?
Sicuramente l’impossibilità di poterci vedere anche solo in sala prove, di relazionarci faccia a faccia e trascorrere qualche ora di musica insieme. Ci è mancata la leggerezza di quei momenti e l’aspetto sociale del ritrovarsi a suonare assieme. Poi, naturalmente, abbiamo dovuto fare i conti con la realtà e mettere da parte tutti i buoni propositi che avevamo avanzato per la stagione estiva. Inizialmente, a febbraio, non avendo ancora un’idea chiara della portata dell’emergenza sanitaria, confidavamo che tutto potesse risolversi per l’inizio dell’estate. Diciamo che vedere sfumato il lavoro di mesi a causa di questa drammatica pandemia ha messo a dura prova il nostro morale, gettandoci non poco nello sconforto. Tuttora non possiamo parlare di una fase propriamente positiva, viste le circostanze e le incertezze, però vogliamo credere comunque che il peggio sia passato.
Lo speriamo tutti. Cosa è stato approntato per voi, artisti dello spettacolo, da parte delle istituzioni per fronteggiare il lungo e forzato periodo di stop dell’attività? Vi aspettavate di più?
Inutile dire che noi Pink’s One, come tante altre realtà, ci siamo ritrovati parecchio danneggiati. Abbiamo dovuto annullare tutti i nostri programmi per la stagione estiva ed è stato possibile rimandarne nel 2021 solo una parte. Un vero peccato, anche perché il 2020 avrebbe dovuto rappresentare per noi un momento di grande emozione, dato che avremmo festeggiato ben 10 anni dalla fondazione del nostro gruppo. Dalle istituzioni non abbiamo percepito denaro – per farla breve – e non crediamo nemmeno che gli aiuti dati, oltretutto in ritardo, a quei pochi fortunati lavoratori dello spettacolo, siano serviti a qualcosa. Noi tutti nella vita quotidiana ci occupiamo di altro, e forse a questo punto dovremmo dire “fortunatamente“, perché sappiamo bene a quale ruolo marginale venga relegata puntualmente la cultura nella nostra società. Tuttavia ci aspettavamo un po’ più di coerenza, specie da parte del Governo. Penso che a Roma si siano dimostrati parecchio ipocriti e non all’altezza della situazione, quantomeno scollegati dalla realtà. Non pretendevamo che venisse riaperto tutto già questa estate, né auspicavamo che si potesse riprendere a suonare come se niente fosse, senza mascherina e senza dover mantenere le distanze. Speravamo però che i concerti si sarebbero potuti comunque svolgere in un modo più sereno e senza problemi, nonostante il distanziamento, dal momento che persino le discoteche (con i cui gestori siamo solidali) hanno potuto lavorare tranquillamente nella stragrande maggioranza della stagione estiva. Lo Stato sapeva fin dall’inizio che non avrebbe potuto vigilare sugli assembramenti, specie nel caso dei giovani. Come potevano pretendere che i ragazzi ballassero a due metri di distanza l’uno dall’altro? I gestori dei locali non sempre potevano prendersi la briga di controllare il corretto mantenimento delle distanze e di richiamare i clienti. Dopo mesi in cui il governo ha letteralmente dormito, anziché favorire il cosiddetto turismo regionale o di prossimità, ha riaperto tutto indistintamente, puntando solo sul buon senso individuale e sulle coscienze collettive per prevenire il contagio: una follia! Non giustifico i comportamenti irresponsabili di chi non rispetta le regole, ma a volte mi sforzo di comprenderli, perché dev’essere molto dura ad esempio per i giovani rinunciare ai loro divertimenti, ai loro spazi e a un anno della loro vita, anche se c’è in ballo la salute di tutti. Ho assistito persino a scene di assoluta inerzia, con dispiegamenti di forze dell’ordine a osservare impassibili assembramenti selvaggi a Marzamemi. Poi, dopo qualche mese, lo Stato si è svegliato e se l’è presa con i gestori dei locali e con i fruitori. Non funziona così. Anche loro hanno avuto delle grosse responsabilità alle quali sono venuti meno. Non hanno vigilato a dovere, ma hanno saputo solo puntare il dito. A noi, per poter tenere un solo concerto ad agosto nel ragusano, è stato prima imposto dalle autorità di ridurre drasticamente la capienza di un teatro all’aperto da 1000 a 400 posti (e questo ha portato l’organizzatore a dover aumentare anche il prezzo del biglietto di ingresso); poi ci hanno costretto ad abbassare ulteriormente la soglia da 400 a 150, per via di un’impennata dei contagi… insomma, alla fine, abbiamo dovuto annullare tutto solamente il giorno prima dell’evento. Era diventato improponibile oltre che antieconomico. Le possibili soluzioni da adottare, a mio avviso, erano due: o si decideva di tenere chiuso tutto e si cercava di assicurare un’indennità ad ogni lavoratore del mondo dell’intrattenimento e dello spettacolo (discoteche incluse), dal momento che da Roma hanno sempre annunciato in pompa magna la fantomatica esistenza di “bazooka” e varie “potenze di fuoco” di natura economica (ma lì ci sarebbe stato il problema dei lavoratori in nero); o si apriva tutto indistintamente consentendo a tutti di lavorare, pur nel rispetto delle regole, cercando magari di evitare almeno per quest’anno di far arrivare turisti dall’estero e da altre regioni d’Italia particolarmente colpite dal virus. Non ho mai trovato giusto il modo in cui è andata. Come spesso capita infatti, sono state applicate due pesi e due misure.
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Cosa occorrerebbe fare per aiutare il vostro settore e cosa auspichi che avvenga nella nostra società per favorire la diffusione di progetti ambiziosi come il vostro
Desideriamo naturalmente che questo gruppo cresca artisticamente sempre più e raggiunga livelli qualitativi ancora più alti. Ce la stiamo mettendo tutta e non si finisce mai di lavorare in tal senso. Nello specifico, abbiamo bisogno di chi creda in noi e quindi che sempre più imprenditori e organizzatori di spettacoli investano nel nostro progetto assicurandoci regolarmente palchi e location esclusive. In più, occorrerebbe una maggiore presa di coscienza da parte delle persone sull’importanza delle tribute band al giorno d’oggi nello scenario musicale internazionale, specie nel caso di quelle realtà che mirano ad eseguire i brani degli artisti più importanti e più popolari della storia della musica. Ciò che mi auguro è che un giorno i musicisti delle tribute band non vengano più demonizzati come “imitatori” o “attentatori della creatività” a discapito dei gruppi che fanno musica propria, ma piuttosto come dei veri e propri orchestrali del rock che omaggiano i grandi artisti della musica, facendoli conoscere alle nuove generazioni. Una tribute band, pur se non paragonabile all’artista originale, consente di riascoltare e di “rivivere” brani che altrimenti non verrebbero più suonati dal vivo come si deve. In questo modo viene data la possibilità al pubblico di assistere ad un “What if”, cioè a un “come sarebbe andata se” tizio o caio avesse continuato a vivere e ad operare ancora oggi nel panorama musicale internazionale. Ci sono i dischi, ci sono i dvd e i blu-ray, ci sono gli impianti audio di ultimissima generazione – è vero – ma nulla di tutto ciò può sostituire l’adrenalina e la potenza di un concerto dal vivo. Più in generale, invece, sarebbe forse ora che anche Stato e Regioni inquadrino in maniera ufficiale la categoria dei musicisti e dei lavoratori dello spettacolo, creando più bandi e destinando più finanziamenti europei a progetti musicali e artistici di spessore. Una partita Iva non basta per far sapere al mondo che esisti. Bisognerebbe creare una sorta di sindacato o di coordinamento nazionale che faccia valere le istanze delle piccole e grandi realtà di questo campo. Occorre una forte rappresentanza che possa avere un dialogo diretto con i vari Ministeri. La politica, inoltre, in accordo con la scuola dovrebbe anche cominciare a instillare una maggiore consapevolezza, specie alle nuove generazioni, che quello del musicista non è solo uno dei tanti hobby, ma è anche e soprattutto un lavoro, bello e impegnativo allo stesso tempo! è inconcepibile che ancora nel 2020 quando dici “Faccio il musicista” per risposta ti senti ribattere “Ok, ma di lavoro, intendo, cosa fai?”. Il nostro sogno, infine, è quello di portare la musica dei Pink Floyd al Teatro Greco di Siracusa, anche se ad oggi, per varie ragioni politiche e burocratiche, sembra impossibile anche solo il poterlo pensare.

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