Il covid, lo stato, la burocrazia e la schizofrenia nei provvedimenti della politica nel tempo sospeso…

Costretti a stare in casa scopriamo di avere il tempo per fare cose che difficilmente faremmo.
Si va su fb, si fanno ricerche su Google, si leggono articoli su argomenti impegnativi e così via.
In questo navigare del tempo sospeso ci si rende conto che il popolo dei commissari tecnici della nazionale si è trasformato in un popolo di virologi, economisti, sociologi e tanto altro.
Accade di prendere atto, nell’inseguire le notizie in tempo reale, degli innumerevoli scoop che si rivelano su FB nonché delle dichiarazioni a ripetizione su tutto offerte dai molti politici di ogni livello che hanno trasformato quello che una volta si chiamava dibattito politico, in un chiacchiericcio su cui c’è poco da discutere. Qualcuno è arrivato anche a dire che questa è una testimonianza di maggiore partecipazione e, quindi, in sostanza di una crescita della democrazia.
Forse si potrebbe dire anche questo se ciascun attore in questa frenesia di opinioni facesse un minimo sforzo per approfondire, distinguere la propaganda dall’analisi o avesse un minimo di pudore nell’uso della lingua nazionale, oltre che della ragione. Ma va così, è l’immagine di una moderna barbarie in cui ciascuno di noi è vittima e carnefice allo stesso tempo.
Da questa euforica messe di pronunciamenti sono assoluti protagonisti coloro che, per scelta di noi popolo bue, sono stati chiamati a governare il nostro futuro. Ci riempiono di opinioni non richieste su tutto, con sicurezza, con determinazione e certezze così nette che mettono persino in imbarazzo chi ascolta con un minimo di attenzione. Sono gli stessi che, già il giorno dopo, cambiano idea ed indirizzo con la stessa sicumera, e ti accorgi che ciò accade, con simultaneità, quando misteriosi analisti registrano le mutevoli opinioni presenti nell’elettorato.
Moltissimi, in questi tempi di difficoltà, invocano uno stato più presente, più generoso, più disponibile a mettere soldi dappertutto: a favore dei più deboli, dei commercianti, degli artigiani, di quelli che perdono il posto di lavoro, delle famiglie e chi più ne ha più ne metta; anche di quelli che non pagano le tasse e, quindi, risultano incapienti, ma poi, al massimo dell’apoteosi, anche più soldi per la sanità, per la scuola, per i comuni e così via, in una gara al rialzo che non conosce limiti.
Nella maggior parte dei casi sono richieste sacrosante, necessarie ad evitare che la crisi sanitaria diventi crisi politica e, quindi, una crisi della nostra democrazia, pur così imperfetta, ma così necessaria per un vivere civile. Pochi però si chiedono dove prendere i soldi, auspicando, anche quelli che vogliono uscirne, soldi a fondo perduto dall’Europa. Tutti con gli occhi rivolti allo Stato, perché, si sa, lo stato è altro rispetto a noi, è una dimensione spirituale aliena dal nostro essere, è un ente mantenuto dal Padreterno.
Ogni tanto riappare la proposta di chiedere di più a chi ha qualcosa in più, il che sarebbe anche giusto: ma come si fa a sapere chi ha di più? Semplice basta guardare le dichiarazioni dei redditi e giù la genialata di spremere chi già paga, mai rintracciare chi non paga. Eppure non ci vuole molto a capire che se si dimezzasse l’evasione e l’elusione fiscale in appena qualche anno il bilancio dello stato si raddrizzerebbe, gli ospedali, la scuola e il walfare in generale migliorerebbero e sarebbero più vicini ai bisogni delle persone. Ogni tanto se ne accenna, ma raramente, quando si fa qualcosa, i soloni della grande stampa, quella sostenuta da chi dall’evasione trae vantaggio, parlano di stato vampiro. Giorni fa è apparsa sulla stampa l’idea di una patrimoniale: al solito, invece di cambiare pagina, si punta dove è più semplice anche se più assurdo perché penalizza coloro, purtroppo un numero ristretto, che pagano le tasse, tutte. Ancora una volta, nel Paese degli evasori e del sommerso il partito dei furbacchioni ne esce senza pagare dazio pur rappresentando la vera palla al piede del Paese.
Su alcuni siti specializzati si legge che il Mef ha diffuso i dati dei redditi degli italiani (anno d’imposta 2018). Quasi la metà dei contribuenti italiani ha un reddito sotto i 15 mila euro.
Oltre 12 milioni di persone nel 2018 non ha pagato un euro di Irpef a causa dei redditi (dichiarati) molto bassi. Si scopre, dunque, che solo il 6% ha un reddito superiore a 50 mila euro e costoro pagano il 40% dell’Irpef complessivamente incassata. L’idea emersa è, quindi, di mettere come premio una bella patrimoniale o di prelevare i soldi direttamente dal conto corrente.
Preso da questi dati, ascolti Vittorio Feltri e la teoria sugli inferiori e allora ti viene di continuare le tue ricerche e scopri che Augusta (piccolo comune del profondo sud) ha un reddito pro-capite di 19.555 euro, mentre Bergamo, dove vive il nostro campione d’intelligenza, ha un reddito imponibile pro capite di euro 27.793, appena meno di 700 uro in più al mese nonostante sia piena di piccole e medie aziende ed abbia un tasso di disoccupazione ridicolo. Nella mia profonda sottocultura viene da pensare che, forse, quelli che evadono stanno in maggior parte al nord, sicuramente superiori nel saper evadere ed eludere il fisco.
Il paese sta attraversando una fase recessiva eccezionale, bisogna prenderne atto, quindi bisogna comprendere che l’azione economica fondamentale è quella fiscale, basterebbe recuperare un po’ di evasione per avere quello che tutti oggi chiediamo a gran voce: uno stato più efficiente e capace di reagire con vigore ed energia alla crisi. Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, nelle tradizionali considerazioni finali lette il 29 maggio, definisce questa crisi “epocale” ed auspica un nuovo contratto sociale. La recessione pandemica in corso è speciale perché le famiglie e le imprese verranno colpite in modo diseguale aumentando le diseguaglianze e quindi la politica fiscale e del debito pubblico deve essere ben disegnata per aumentare la crescita e ridurre le diseguaglianze.
Visco ipotizza uno scenario più negativo con un -13% quest’anno e una ripresa molto lenta nel prossimo. Il governatore invita quindi a un profondo ripensamento del sistema fiscale per contrastare ingiustizie e distorsioni se si vuole che la gestione dell’attuale recessione diventi un momento unico per il rilancio del Paese, e non l’ennesima grande occasione sprecata.
Il governatore ha riassunto quelli che sono i percorsi virtuosi: tra cui lotta all’evasione fiscale e uso pragmatico delle risorse. Crescita economica e conti pubblici in ordine possono procedere insieme solo se si avrà la volontà politica di farlo. In chiusura della relazione il Governatore della Banca d’Italia ha sottolineato: “Da più parti si dice: insieme ce la faremo. Lo diciamo anche noi purché non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì per assumere collettivamente un impegno concreto. Per farcela – ha aggiunto – servono altre due condizioni: «saper guardare lontano e affrontare finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere» ”.
L’emergenza sanitaria è stata affrontata con una valanga di parole e di promesse, di miliardi stanziati come se piovesse, con un numero talmente elevato di decreti e provvedimenti normativi che sarà duro raccoglierli e interpretarli. Il timore è che c’è il rischio di vedersi sfuggire di mano la situazione. Servono progetti concreti e fatti. E per mettere in cantiere progetti concreti serve saper guardare lontano. Il che significa avere una visione chiara delle riforme da fare, delle priorità da affrontare, senza facili populismi. C’è infatti, almeno un altro serio problema nel nostro Bel paese: sfornare norme, decreti e regolamenti senza sosta, sempre con le migliori intenzioni per il benessere della collettività non basta perché, poi, si ci scontra sempre con un ufficio pubblico esecutore dove non è detto che vi siano delle persone in numero adeguato, competenti e che sappiano quel che devono fare e come lo devono fare.
Uno dei problemi che si sono evidenziati nell’emergenza economica da Covid-19 è quello che nessuno ha pensato di aggiustare quanto accade frequentemente degli investimenti pubblici. Ovvero che manca la consapevolezza che il problema, una volta definita la strategia, è a valle, nasce in chi deve fare cosa, e se la sa fare e, infine, quanto tempo richiede il farlo e se si potrà fare con normative ingarbugliate e responsabili che non vogliono rischiare. Spesso ci si lamenta genericamente della burocrazia ma per paradossale che possa sembrare oggi non c’è un eccesso, ma un’enorme mancanza di burocrazia, nel senso di uffici in grado di svolgere i compiti richiesti. Quello che è in eccesso è la domanda di burocrazia insita in ogni norma, ma senza valutare se ci sia una struttura esecutiva adeguata a gestirla.
Un esempio: un anno fa, vista la carenza progettuale e operativa che si registrava in Comuni e regioni, fu istituita una Centrale di progettazione collocata presso il Demanio. Doveva essere una struttura tecnica di eccellenza per fornire direttamente progetti tecnologicamente avanzati e finanziariamente sostenibili, per investimenti delle amministrazioni centrali e locali: scuole, ospedali, tribunali, carceri, palestre. Il principio era quello della sussidiarietà, le amministrazioni potevano ricorrervi, senza vincolo; ancor oggi si è in attesa di un decreto che rilanci gli investimenti pubblici.
Se ciascuno non farà, quotidianamente, la propria parte, se ciascuno non pagherà le tasse dovute, se gli uffici pubblici non saranno governati e se in essi non prevarranno le persone competenti, lo Stato sarà sempre più distante, astratto, e quando ci servirà non potrà aiutarci.

 

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