“Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza” è il titolo di un libro (bestseller) di Carlo Rovelli. È una frase che a fine marzo ho trascritto (velocemente) e messo in borsa. Non perché dovessi uscire ma perché dovevo restare a casa. Non sapevo per quanto, non sapevo come.
Trascriverla mi ha dato coraggio. Mi ha fatto sentire un puntino, ma che insieme a tanti puntini evidenziava uno stato, dava forma alle giornate.
Poi è arrivato il 4 maggio. Mi sono ritrovata (come tutti) alla Fase 2.
Ho letto su che cosa (e come) si deve fare finito il lockdown, ma mi sento confusa. E parecchio.
Il giorno che potevo uscire ho rimandato tutto. Mi ha assalito uno stato mentale che avevo bisogno di interpretare, ma non ne avevo voglia. E ho rimandato la mia uscita. Al giorno dopo.
Per me la Fase 2 era il passaggio da eseguire per preparare un dolce. Ora è fare quello che facevo prima, ma in modo diverso.
Non serve il rossetto, ma per abitudine (e molta vanità) l’ho messo per poi imbrattare la mascherina nuova e bianca. Fa niente! Mi sono ricordata che un po’ tutte noi siamo Bridget Jones.
Mi è chiesto di assumere nuovi comportamenti. Con queste mascherine devo indovinare le espressioni, immaginare i sorrisi. Fondamentale è il distanziamento sociale. È una brutta espressione. E poi anche un comportamento che mi irrigidisce dentro. Da adulta ho imparato la bellezza di un abbraccio, la profondità di una carezza. Ora ci sono i congiunti. Oddio. È una parola vecchia. E poi i congiuntini (prendo in prestito questa parola, che mi ha fatto ridere molto, da Andrea, lui sa perché), i piccolini della famiglia. E potrei continuare. Perché quello che accade con il linguaggio è interessante. Ma sono i comportamenti che contano.
E torno alla vita quasi normale perché qualcuno ha detto che la Fase 2 non è “liberi tutti”.
Quindi torno a leggere, a rassettare casa, a cucinare. Timidamente guardo il calendario per ipotizzare un appuntamento dal parrucchiere e dall’estetista.
E lavoro. Non ho mai smesso. La didattica a distanza ha cambiato ritmi e colore alle lezioni. È stancante. Mi manca lo sguardo dei miei studenti. E non so mai se ho finito di lavorare, perché devo sempre rivedere qualcosa, programmare, rispondere a una mail per la correzione di un compito.
Meno male che posso tornare a leggere. Questo sì. Ho avuto tempo di leggere. Me lo sono creato. Me lo ha chiesto lo spirito di sopravvivenza. E voglio averlo ancora.
Faccio una pausa. Vado in terrazza e scatto una foto. Ritaglio un pezzo di cielo. Cielo e nuvola. Questo resta per ora, una foto, una stretta al cuore di quelle che la vita dissemina. Mi mancano le passeggiate domenicali, i tanti chilometri percorsi.
Siamo in un momento epocale. L’economia, la sanità, le leggi che regolano un lavoro giusto ed equo per tutti possono essere ripensate. Ce n’era bisogno prima, ce n’è bisogno adesso.
Cambiate le parole dovrebbe cambiare la testa, avevo scritto a proposito della quarantena. E lo penso ancora. Non credo che saremo migliori di prima. O meglio. Dipende da ciascuno di noi. Io posso solo dire che ho scelto il silenzio. Per difendermi dalla paura (c’è sempre un motivo per averne). Per capire me stessa e un po’ (forse) anche chi mi sta attorno.
Torno al silenzio. A prendere le distanze. A misurare il tempo e lo spazio con grande leggerezza e consapevole gentilezza.

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