Un silenzio raggelante ha affettato il condominio quando è partito il conto alla rovescia della fase due, ma per fortuna avevo già ultimato la vestizione. Stivali da cowboy con zeppe di ferro e filo spinato alle caviglie, casco e protezioni tipo Rollerball su tuta acetata, magliettina di Italia ‘90. E mi sono messo in posa plastica, pronto a scattare. Concentrato e teso come Pietro Mennea alle Olimpiadi.
3, 2, 1… via! Libera tutti.
Nemmeno un grande felino avrebbe raggiunto il pianerottolo con un balzo di uguale destrezza, ma il mio dirimpettaio è già lì, davanti alla porta dell’ascensore. Lo stendo con una gomitata al mento ed entro nella cabina passando sopra il suo corpo esanime.
Arrivato al piano terra scavalco i corpi del ragionier Capodicasa e del geometra Forzisi, stretti in mortale abbraccio, le mani dell’uno sul collo dell’altro, e punto la mia utilitaria. Ma la vedova Cannata, temutissima professoressa di latino e greco in pensione dal 1915, si frappone fra me e l’autoveicolo brandendo la sua stampella, a cui ha fissato in qualche modo una falce.
“Dammi le chiavi della macchina”, mi dice con occhi socchiusi e un ghigno.
Non ci penso due volte e mi produco in una scivolata su tibia e perone, alla Claudio Gentile, quindi mi rialzo e in un attimo sono dentro la macchina.
Inserisco la chiave e… primo, secondo tentativo, niente, la batteria è andata. Mi guardo intorno e a pochi metri da me c’è la Cinquecento del dottor Falsaperla, che giace con il capo sul volante e una freccia che gli spunta dalla base del collo. Il dottor Falsaperla prima di tirare le cuoia è riuscito a chiudersi dentro l’abitacolo. Ma non mi perdo d’animo e faccio saltare il cofano della Cinquecento con la stampella della professoressa a mo’ di leva; nel giro di pochi minuti ho una batteria nuova fiammante.
Ingrano la marcia e parto a razzo.
Non arrivo a fare la prima curva, però, che ho subito dietro la spider del signor Tringali, con gli occhiali a specchio e la capote abbassata, che mi sperona da dietro cercando di buttarmi fuori strada. Il signor Tringali non sa delle bolas artigianali che mi sono costruito in casa durante la quarantena, altrimenti non sorriderebbe in quel modo e soprattutto non avrebbe tirato giù il tettuccio. Senza pensarci due volte scaglio la mia arma, che si avvolge attorno al volto del malcapitato, e sgaso a tavoletta sfrecciando davanti al bar Sbrechis; dietro di me la spider va a sbattere contro un cassonetto dell’indifferenziata ed esplode come nei film americani.
Do una sterzata violenta per evitare di finire contro un lampione e dopo aver fatto su due ruote il giro attorno alla rotonda di piazza della Repubblica atterro con le ruote posteriori sui piedi dell’avvocato Perdichizzi, che però, un attimo prima di svenire, sguinzaglia la sua muta di pitbull.
Accelero ancora e, pur con due cani agganciati al parafango posteriore e uno che ha sfondato il finestrino e cerca di addentare la mia spalla sinistra, supero con un balzo il serpentone spartitraffico di viale Paolo Orsi guadagnando secondi preziosi. Affronto il rettilineo alla velocità di circa 170 km orari, procedendo a zig zag tra le macchine rovesciate e abbandonate, e tiro il freno a mano un centinaio di metri prima della mia meta. Con quattro giravolte mi ci fermo davanti in un ouverture di copertoni, freni e pistoni sfrigolanti, sicuro di essere arrivato per primo. Ma l’odore della libertà ha attirato molti altri siracusani e mi tocca mettermi in coda in attesa del mio turno. Tutto sommato ci sono solo seicentoquindici macchine prima di me. Giusto qualche ora d’attesa e potrò festeggiare la Fase 2 con un super magic burger e triple onion chips.
Ah… che bella la libertà. Ci eravamo dimenticati il suo sapore.

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