La povertà dilaga. Tutti invocano contributi a fondo perduto

Che lo stato dovrebbe elargire indebitandosi ulteriormente. È possibile? Forse…

 

Lucia, commessa in un negozio di Via Matteotti, è rimasta senza lavoro. E difficilmente sarà riassunta, perché la titolare è con l’acqua alla gola. Probabilmente non riaprirà, ma se dovesse decidere di farlo, dopo il 4 maggio, potrà fare entrare un cliente per volta. E non avrà bisogno di commesse. Lino, cameriere in un alberghetto di Ortigia, non sa se potrà tornare in servizio. E il suo datore di lavoro è disperato quanto lui. Roberta, titolare di un B&B, non risponde neanche alla domanda sulle prospettive della sua attività e nasconde gli occhi per celare qualche lacrima. Come loro migliaia di lavoratori dipendenti ed autonomi. I superprecari sono scomparsi dalle strade e non sanno che fare: tra loro c’era chi scarpinava per le campagne alla ricerca di asparagi, di piantine di origano, di lumache dopo le piogge, di cicoriette selvatiche, di borraggine, di bietole…da vendere poi agli angoli delle strade o in prossimità del mercato. Aeroportuali, personale delle linee aeree, tassisti, attori di teatro, musicisti, ristoratori, ecc. sono senza lavoro. La cosiddetta “riapertura”, attesa a partire dal 4 maggio, si annuncia necessariamente graduale, doverosamente prudente e fortemente problematica. Il futuro è nero. Soprattutto per chi poteva contare su entrate striminzite e sta dando fondo ai pochi risparmi disponibili. Ma c’è chi non ha neanche quelli.

In casi del genere molti riscoprono il ruolo dello stato. Anche coloro che non sanno nulla di Keynes. A provvedere al sostentamento dei nuovi poveri e di quelli di prima, che lo sono ancora di più, viene invocato lo stato. La Croce Rossa, la Caritas e qualche parroco di buona volontà possono fare qualcosa, ma non si tratta più di sfamare poche bocche o di fornire qualche indumento a clandestini venuti da terre a Sud del Sahara o al di là del mar Rosso e dell’oceano indiano. La disoccupazione cresce e la povertà dilaga. Autoctoni ed immigrati si scoprono uguali e rivali nella povertà. Bisognerà sfamarli, assisterli… e tappare le falle. Chiudendo i flussi di migranti in arrivo e ponendo un argine al dilagare della disoccupazione. Come? Opere pubbliche a tinchitè; non i famosi fossi da scavare e da riempire; ma opere utili, di consolidamento antisismico, di messa in sicurezza del territorio, di manutenzione di ponti, viadotti, scuole, ecc.

Lo stato, puntando su un effetto moltiplicatore delle sue striminzite risorse, sta attualmente offrendo garanzie alle banche per indurle ad essere più disponibili a concedere prestiti; ma molte di queste fanno un gioco sporco. O applicano le garanzie statali su precedenti esposizioni debitorie, senza concedere nuovi prestiti; oppure concedono il nuovo prestito coperto dalle garanzie statali, ma erogano solo ciò che resta dopo aver preteso dal debitore il saldo del precedente prestito, cioè del mutuo già in corso. In pratica usano le garanzie a proprio vantaggio. Altre ancora tergiversano per non concedere prestiti neanche sotto garanzia.

Questo è ostruzionismo nei confronti della politica promossa dal governo. L’opposizione protesta e chiede che lo stato elargisca contributi a tutti a fondo perduto e non si limiti ad attivare garanzie su prestiti bancari, visto che le banche sono così stitiche. Sì! Ma con quali soldi? Con moneta che lo stato dovrebbe prendere in prestito, ingigantendo a dismisura il suo già pesante debito pubblico. Poi magari il governo sarebbe accusato come responsabile dell’ulteriore balzo del debito.

L’opposizione chiede inoltre che lo stato rinunci alla tassazione o la riduca drasticamente. Chi segue una perversa logica sfascista non si pone il problema di conciliare tutto ciò: come potrebbe lo stato erogare contributi a fondo perduto, rinunciando alle entrate ed accrescendo a dismisura il proprio indebitamento? Basta pretendere dall’Europa, a colpi di pugni sul tavolo, come vorrebbe Salvini, una somma ingente a fondo perduto? In che modo? Scardinando le regole vigenti senza pensare a riformarle? La strategia dello spaccamontagne leghista sembra quella di sfasciare tutto, uscire dall’euro e dall’Unione e… stampare una moneta nazionale a tinchitè. Strategia sbagliatissima! Semmai bisogna prepararsi a fronteggiare un’eventuale caduta dell’euro e una scissione dell’Unione determinata da altri.

La questione ineludibile è quella di arrivare a consentire agli stati dell’Unione (tutti) di approvvigionarsi di moneta (unica) senza indebitarsi. Questo è non solo possibile ma anche doveroso e improcrastinabile. Senza distruggere l’Unione, pur male realizzata e bisognosa di profonde modifiche e di una vera costituzione democratica.

La soluzione più razionale sarebbe quella di modificare l’emissione monetaria. Per esempio, basterebbe che ogni emissione monetaria (ordinaria o straordinaria come il quantitative easing) venisse impiegata per acquistare solo titoli di debito pubblico direttamente dagli stati (in proporzione alla loro consistenza demografica) e non sul mercato secondario, come avviene con il Q.E.

In tal modo (con una semplicissima modifica della normativa attuale) ogni nuova emissione monetaria verrebbe consegnata di fatto agli stati dell’eurozona, che la prenderebbero “in prestito” fittizio (a tasso zero o prossimo a zero o, come sta accadendo oggi, a tasso addirittura negativo) direttamente dall’istituto di emissione, in pratica senza doverla mai rimborsare. Attualmente il privilegio di prendere “in prestito” (fittiziamente) moneta dalla BCE è riservato solo alle banche private ed è espressamente vietato agli stati. La BCE solo con iniziative eccezionali come il Q.E. può rastrellare titoli di debito pubblico ma esclusivamente sul mercato secondario, ossia dopo che essi sono già stati acquistati da banche, da privati e da fondi comuni al tasso di mercato più alto, forsennatamente determinato dal perverso meccanismo dell’asta marginale. Comprendiamo il disagio del lettore di fronte a queste formulazioni criptiche, dietro le quali si celano meccanismi truffaldini e logiche perverse di sottomissione degli interessi pubblici a quelli privati. Lo invitiamo a reperire in rete spiegazioni sul perfido meccanismo dell’asta marginale con cui vengono collocati i titoli del debito pubblico. Tale meccanismo è spiegato molto bene da Guido Grossi.

Ribaltare il contenuto degli articoli 123 e 124 del TFUE (che regolamentano i rapporti tra BCE e stati dell’Unione) sarà impresa difficile ma non è impossibile, poiché non si tratta di voler modificare una legge di natura come quella della gravitazione universale. A nostro avviso, la moneta che la BCE (autonomamente) riterrà di dover produrre, andrà consegnata agli stati o prestata solo ad essi a tasso zero o prossimo allo zero. Ciò è assolutamente logico e incontestabile anche in forza della considerazione che la moneta oggi acquista valore solo ed esclusivamente grazie alla legge degli stati, che ne impongono l’uso, ne puniscono le contraffazioni e ne affidano la produzione in regime di monopolio all’istituto di emissione unico (la BCE).

Stante ciò, è irrazionale e autolesionistico che gli stati accettino che la moneta sia “prestata” a tasso zero (cioè regalata) alle banche e presa in prestito reale (a tassi di mercato più o meno accresciuti dallo spread) dagli stati stessi da cui deriva il valore di tale moneta. Non ha senso che gli stati consentano alle banche private di ottenere gratis quella moneta che esse presteranno agli stati a tasso di interesse. Le banche invece dovrebbero gestire solo i risparmi allocati dai risparmiatori. C’è chi chiede, più modestamente, una semplice attuazione del comma 2 dell’art. 123 del TFUE citato, cioè che la BCE “presti” a tassi zero una parte della moneta creata ad una banca pubblica, che potrebbe poi girare tale massa monetaria allo stato. Il che consentirebbe di aggirare il divieto di cui al comma 1. Sarebbe anche questa una questione da far valere, ma riteniamo che non basti. Oggi è giunto al capolinea tutto il paradigma basato sulla monetazione a debito, affidata ad una istituzione privata dotata di sovranità. L’emissione monetaria dovrebbe invece essere curata da una BCE autonoma ma pubblica. Il sistema di emissione attuale è disfunzionale ed irrazionale. Il capestro degli interessi, divenuti esorbitanti, debilita gli stati e ne vanifica gli interventi necessari nell’economia soprattutto in situazioni di crisi come quella attuale. Le conseguenze sono così insopportabili da poter determinare il crollo dell’intero sistema monetario.

Infatti le politiche monetarie poste in atto all’interno di questo paradigma si rivelano ormai inefficaci: la liquidità immessa nelle banche ristagna nelle stesse e non si trasferisce all’economia reale; non riesce a far risalire l’inflazione verso il valore ottimale del 2%; tende a gonfiare solo i prezzi di borsa e a favorire bolle speculative rischiosissime. E mentre l’economia reale va in malora per la pandemia, le speculazioni borsistiche continuano a concentrare la ricchezza (nominale) nella disponibilità di banche d’affari e fondi comuni. La povertà dilaga mentre la ricchezza diventa inutile ai fini del benessere diffuso e pericolosa per gli assetti generali, sempre più a rischio. Tutto questo mentre gli stati stanno a guardare. Pur essendo invocati a salvare vecchi e nuovi poveri con risorse che non hanno.

Urge cambiare paradigma. Ma oggi la politica non mira così in alto. Al massimo mira ad ottenere a fondo perduto dal Fondo per la Ricostruzione (il Recovery Fund della signora Ursula) i soldi che sarebbero necessari per il riassetto generale dell’economia sconquassata e per il potenziamento dei sistemi sanitari rivelatisi inadeguati. Gli stati del Nord Europa si oppongono. Non vogliono neanche che il Fondo per la Ricostruzione emetta nuovi titoli di debito comuni garantiti dalla Commissione Europea (e quindi a tasso comune, non differenziato da spread). E non vogliono sentir parlare di finanziamenti da trasmettere agli stati a fondo perduto. Conte invece vorrebbe arrivare con diplomazia proprio a questo obiettivo. Ma allora dovrebbe puntare su una riforma del sistema di emissione monetaria da parte della BCE e non ad uno strumento come il Recovery Fund, che si finanzierebbe con l’emissione di obbligazioni. Le quali comportano comunque l’obbligo di una restituzione. Il vero terreno di scontro dunque non dovrebbe essere quello del Recovery Fund. Ma forse Conte, insistendo sulla necessità (non solo per l’Italia ma per tutti gli stati) di puntare su risorse a fondo perduto, tende a far emergere la questione principale. Ci riuscirà? Lo speriamo, ma temiamo di no. Ma se Conte tiene duro sul punto della gratuità delle risorse da mettere in campo a fondo perduto, l’Europa dovrà affrontare la questione di fondo (dell’emissione monetaria a destinazione statale e non a beneficio di banche private). E se non lo farà, perderà la faccia e la sua ragion d’essere.

L’insipienza del sovranismo nazionalista è il comune denominatore del pensiero becero e sfascista di Salvini come dell’ottuso conservatorismo dei governi dei paesi nordici, che, per mero egoismo, non intendono modificare nulla e sono allergici persino ad ogni iniziativa che, aiutando i paesi più indebitati, non penalizzerebbe i più opulenti, ma ripartirebbe i vantaggi su tutti gli stati.

Nell’attesa che qualcosa di nuovo maturi sul fronte della secessione del Nord, in Italia, per scavalcare l’ostruzionismo delle banche e l’infingardaggine della burocrazia, bisognerebbe forse emettere (da parte dello stato) una quantità consistente di spiccioli simil-metallici (come valori di scambio interno) segnati su carte ricaricabili. Che potrebbero essere fornite e ricaricate a tutti i percettori del reddito di cittadinanza e a tutti gli altri cittadini oggi meritevoli di aiuti a fondo perduto. Ogni stato infatti (a normativa vigente) può emettere moneta metallica. In tal modo potrebbe essere creata e resa immediatamente disponibile una massa monetaria aggiuntiva, scambiabile solo sul mercato interno. Questa iniziativa potrebbe essere foriera di sviluppi molto interessanti. Ma le modalità applicative sarebbero poco digeribili per chi è portatore del virus dell’iperliberismo. Ed anche per gli sfascisti invaghitisi del ducetto leghista. Se ne tratterà in un prossimo articolo.

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