Achillea millefolium L.: il suo uso risale ai tempi dell’uomo di Neanderthal

 

Un reperto storico di grande interesse (risalente a 60.000 anni fa), rinvenuto in una necropoli irachena, è la prova che l’uomo di Neanderthal utilizzava l’achillea. Il nome Achillea era già presente nel “De simplicium medicamentorum facultatibus” del medico greco Galeno (129-200 d.C.).

È Plinio a recuperare la storia di Achille, eroe greco, che curò alcune ferite dei suoi soldati, nell’assedio di Troia, con le parti aeree di achillea; da qui il nome del genere. Sembra che sia stato Chirone (suo maestro) ad informarlo delle capacità cicatrizzanti della pianta, il cui definitivo fu comunque assegnato da Linneo. Il nome della specie (millefolium) è dovuto alla particolare caratteristica delle foglie che appaiono talmente frastagliate da formare numerose lacinie fogliari. Considerati a lungo sacri, gli steli dell’achillea erano usati in Cina per consultare il libro dei mutamenti (il famoso I Ching): gli steli venivano lanciati in aria e a seconda di come si disponevano, toccando terra, si interpretava il responso.

La parte più ricca di principi attivi è il fiore che si raccoglie durante la fioritura, in piena estate, quando cominciano ad essiccare sia le foglie che i fiori: questi vanno raccolti proprio quando il sole è cocente e il loro potere aromatico e terapeutico è massimo.

Da “I Discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli” si evince quanto rivelato da Plinio; l’efficacia della parte aerea nelle ferite sembra attraversare il tempo: “trita la sua chioma e impiastrata salda le ferite fresche e le assicura dalle infiammazioni.” Si rivela utile grazie al suo potere dolcemente astringente e cicatrizzante (“… in tutte le rotture intrinseche delle vene… Bevesi anchora per la disenterite”), ed è utile anche negli spasmi, nell’ematuria, nella nicturia e nella dismenorrea.

Vincenzo Pategna (Napoli, 1730-1810), botanico, medico ed entomologo, insegnò botanica nell’università di Napoli. Il suo contributo alla medicina fu talmente intenso che Giovanni Gussone (che gli fu collega) gli dedicò il genere Petagnaea, genere monotipico di Ombrellifera endemico della Sicilia nordorientale. Egli utilizzava l’achillea per sedare gli spasmi (“… rimedio nella cardialgia, e colica nervosa, e spesso in preferenza dell’opio stesso”), nelle ulcere, per le proprietà toniche e astringenti vantate peraltro, a suo dire, da numerosi e competenti medici del tempo, ed era anche utile nelle emorroidi.

Robert James descrive gli usi clinici similmente a Nicholas Culpeper (1616 – 1654), da cui ha probabilmente imparato alcuni rimedi, replicando che “giova anche alla gonorrea negli uomini, oltre che al bianco nelle donne … aiuta chi non riesce a trattenere l’acqua”; in quest’ultimo assioma è racchiusa la principale estrinsecazione della droga, cioè quella di limitare, contrastare e talvolta correggere qualunque versamento erompa dal suo fisiologico flusso, fuori e dentro l’organismo.

Secondo Carlo Giuseppe Meyer ha caratteristiche simili a quelle della camomilla, ma è meno antispasmodica e più tonica. Si trova infatti il “camazulene”, molecola presente in entrambe le piante con proprietà sedative ed antinfiammatorie. Sommerring e Meyer non conoscevano questa molecola, non esisteva ancora la chimica, ma entrambi intuivano già la natura affine dell’essenza di Camomilla ed Achillea.

Oltre tali usi, che sono diventati comuni nel tempo, Sir Henry Thompson nel suo “The diseases of the prostate” usa il decotto nella cistite cronica, “in tutte le forme di malattia che producono una minzione frequente e dolorosa “, recuperando così la sua efficacia nelle disfunzioni urinarie, come già aveva fatto più di un secolo prima Robert James e, ancora prima, Chomel. Egli ci dona la sua ricetta: 30 g di fiore bollito un’ora in mezzo litro di acqua, da bere durante la giornata in 3-4 volte.

Luigi Palma, profondo conoscitore di testi antichi, impiega la tintura di achillea nelle coliche epatiche e biliari, quando i dolori sono acuti e prodotti da calcolosi biliare: 15-20 gocce ogni 2 ore. La capacità di contrastare spasmi e coliche non è stata abbastanza approfondita ma è probabilmente dovuta alla presenza dei flavonoidi.

Il considerevole utilizzo fatto da Meyer nei dolori mestruali trova conferma in uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco, che consolida l’uso dell’achillea nella riduzione della gravità del dolore nella dismenorrea primitiva.

Uno studio preliminare approfondisce invece la proprietà antiemorragica del millefoglio.

Infine, una molecola presente nel fiore dell’achillea sembra avere un’interessante azione antitumorale. L’attività antiproliferativa dell’achillinina A è stata studiata in vitro contro cinque linee cellulari umane del tumore al polmone.

Si attendono dunque nuovi studi

Da leggere

Adele Costanzo e il suo labirintico buró

Che ruolo hanno lo spazio e il tempo nelle vicende individuali e nella macrostoria? La …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti