«La chiusura totale non può cessare prima del 13 aprile» ha detto il premier Giuseppe Conte tre giorni fa. «La chiusura totale non può cessare prima del 16 maggio» ribatte il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, venerdì sera, salvo poi velocemente correggersi. «Sulla chiusura decidono i politici» tira corto il presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. «Quel che conta è la salute, il calcio ripartirà se e quando il Paese ripartirà» chiosano infine tecnici, giocatori e dirigenti delle nostre maggiori squadre di calcio, notoriamente invisi all’opinione pubblica perché tacciati di solito di superficialità e legati ad interessi personali. Stavolta almeno, a dispetto del Paese dei colletti bianchi, dimostrano di conservare ancora un po’ di sano buonsenso. Il resto del Paese è diviso su quando ripartire. A dispetto di ogni appello a far prevalere l’unità d’intenti, la politica diverge dai tecnici e il governo diverge dalle regioni. La destra diverge dalla sinistra e tutti hanno così allegramente ripreso a darsele di santa ragione, tirando per la giacchetta questo maledetto virus.
La verità è che nessuno è disposto ad ammettere che la nostra sfida all’epidemia è stata una Caporetto nazionale, di cui portano responsabilità, in egual misura, la politica e gli scienziati, le destre e le sinistre a Palazzo, la sanità lombarda e il governo. Quindicimila morti, tra cui ottanta medici, interi ospedali contagiati sono, a un mese e mezzo dal primo caso, un bilancio disastroso. È inutile nasconderselo. Sul quale invano si spargono spiegazioni improbabili, come l’anzianità media della nostra popolazione, la convivenza di molti giovani in casa, l’inquinamento di quelle zone e altre amene leggende sanitarie. Ma l’idea che gli epidemiologi più attenti hanno del caso italiano è un’altra: abbiamo ospedalizzato la crisi trasformando le strutture sanitarie in moltiplicatori del contagio in maniera irreversibile; abbiamo inseguito il virus cercando di placcarlo alle spalle, ma facendocelo sempre sfuggire, fin dai ripetuti e repentini blocchi e sblocchi dei voli da e per l’estero, rivelatesi poi un autentico boomerang, per proseguire poi con la tardiva chiusura della Lombardia; e infine – ma a nostro avviso determinante e inaudito – abbiamo per settimane clamorosamente ed inspiegabilmente rinunciato a estendere il numero dei tamponi che, oltre che per prevenire ulteriori contagi, erano utili anche per tracciare una mappa del contagio sul territorio nazionale.
È innegabile che ci siano handicap cronici del nostro sistema sanitario, coi quali abbiamo sempre dovuto ahinoi combattere, ma è altrettanto innegabile che la scellerata gestione di tutto il comparto sanitario ad opera degli ultimi governi reggenti ha dato il colpo di pistola fatale alla nostra sanità pubblica. Tipo la medicina di base, che negli ultimi due decenni è stata portata fuori dalla gestione dell’emergenza. Lo smantellamento di questo diaframma tra la malattia e l’ospedale è sì un deficit cronico, ma facilmente addossabile ai ministri che hanno governato la sanità, per compiacere a una pretesa corporativa dei camici bianchi. E se già in tempi di epidemie autunnali di semplici influenze, si vedevano le astanterie degli ospedali (soprattutto quelli del centrosud) che scoppiavano di barelle incolonnate tipo i carrelli dei supermercati, offrendo alle telecamere di tutto il mondo civile uno spettacolo indecoroso, figuriamoci cosa accade adesso, in piena emergenza da Covid-19. Per non parlare delle infrastrutture rianimatorie: tabelle alla mano, all’inizio della crisi in Italia c’erano 5.090 posti letto di terapia intensiva, contro i 28mila della Germania. Che però ha solamente i tre quarti dei nostri contagi, e un numero dei ricoverati persino maggiore (25mila contro 18mila), ma paga un prezzo di vite quasi dodici volte inferiore!
Di fronte a questi impietosi numeri si riavvolge, come in un vecchio film, gli ultimi anni di governi, che siano stati gialli, rossi o verdi, che hanno passato a discutere per mesi e mesi solamente a come fermare gli immigrati prima e la prescrizione poi. Che cosa è stato invece fatto, in tutto questo tempo, per aumentare l’efficienza dei servizi nel nostro Paese? E quando già a gennaio tutti i virologi ormai sapevano che il virus sarebbe arrivato anche in Italia, che cosa è stato fatto per non trovarci nudi, indifesi e per settimane senza neanche la protezione di una mascherina? Basta ad assolverci il fatto che anche altre grandi democrazie, come gli Stati Uniti e la Spagna, si siano scoperte altrettanto impreparate? Verrà il tempo in cui dovremo tristemente valutare questa battaglia dalle fredde e funeree cifre dei risultati, e come non bastasse ogni eventuale aiuto europeo, siano dei bond o dei fondi salva-Stati, finiranno poi per trasformarsi in debiti caricati sulle spalle delle generazioni future. In attesa che ciò accada, non sarebbe opportuno che aprissimo nel Paese una discussione semplice, onesta su ciò che non ha funzionato, non sta funzionando e su come porvi riparo? Ridefinendo una strategia sanitaria e sociale che sia effettivamente assistenziale come ogni Paese che voglia dirsi civile dovrebbe garantire? Oppure in nome dell’emergenza dobbiamo continuare a chiudere gli occhi?
Nel frattempo che i lettori provano a trovare le risposte a questi rognosi e più importanti quesiti, non ho dimenticato che io vi scrivo principalmente di sport. E allora per finire in bellezza (o meglio, per ricominciare in bellezza), volevo parlarvi dei gol e di come ora si festeggiano. Nel tempo si è innescata ormai una corsa a sbalordire che ha seppellito sempre di più la gioia istintiva per il pallone che gonfia la rete. Mani che ruotano intorno all’orecchio, dita negli occhi a simulare una maschera, mitragliate in curva, Papu-dance e coreografie sempre più bizzarre e ricercate. Passo dopo passo ci si è allontanati dalla forma più istintiva e autentica di festeggiare: l’abbraccio. Sì, un bello, spontaneo, caloroso e naturale abbraccio. Non esiste rito più profondo e completo di un abbraccio. Io ho segnato un gol e sono felice, ma tu che mi hai passato il pallone sei me, siamo squadra, e io ti abbraccio e annullo lo spazio che ci separa. E anche voi altri, tutti quanti, che avete lottato per spingere quel pallone in rete, siete me e vi abbraccio tutti. E così i cuori accelerati dalla gioia, i petti in fuori, i corpi cozzano tra loro come calici in un brindisi. Insieme. Tutti insieme. Ne scelgo uno, di abbraccio, ed è quello che si scambiano Gigi Riva e Gianni Rivera dopo che quest’ultimo aveva appena scagliato in rete il gol del 4-3 sulla Germania in quella indimenticabile e mitica semifinale del mondiale messicano del 1970, che è passata alla Storia. In quell’abbraccio stremato e felice si fondono come in una Pietà. Il Coronavirus ha purtroppo distanziato quei calici, ha interrotto quei brindisi, ha creato piccoli mondi a un metro di distanza tra loro. Ci ha isolati in tante solitudini, ha bandito l’abbraccio e persino le strette di mano. E quindi chiedo una sola cosa, nel mio piccolo, ai nostri odierni bomber dell’alleggerimento domenicale. Se e quando il carrozzone dello sport ripartirà, non dimentichiamoci di queste restrizioni, e riscoprite pertanto la gioia primordiale dell’abbraccio. Rinunciate a maschere, mitra e balletti, evitate i brindisi solitari e tornate a far tintinnare i cuori all’unisono. Abbracciatevi tutti, proprio come una volta, annullate gli spazi, come fecero Riva e Rivera, mescolate il sudore senza più paura alcuna. È l’augurio che questo giornale fa a tutti noi: ogni abbraccio sarà la celebrazione di ciò che ci siamo lasciati alle spalle, giocando da squadra. E in questo, noi italiani, siamo sempre stati dei maestri!

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