COVID19… A 16 MILA CHILOMETRI DI DISTANZA

 

La tragedia italiana degli 8.165 morti, vissuta a 16.000 km, è roba da incubo.

Ogni mattina, il primo gesto degli Italiani in Australia è quello di aprire i giornali on line per vedere quanti sono stati i morti. I primi messaggi su facebook sono sempre gli stessi: quanti morti? Come state, come sta la nonna?

Tante le lacrime dei nostri connazionali, soprattutto dei giovanissimi, arrivati a migliaia a Melbourne e a Sydney, col visto speciale vacanza-studio. Sono stati i primi a perdere il lavoro dopo la chiusura forzata di ristoranti, pizzeria, bar e pubs, settori con la più alta partecipazione di Italiani. L’Australia è oggi dove si trovava l’Italia un mese fa, intrappolata in una bolla surreale tra l’incredulità e la paura. Al momento il numero dei contagiati è di 3.000, 13 i decessi. 

Prima di iniziare a scrivere questo breve articolo, ho fatto un giro di telefonate per cercare di tastare il polso dei connazionali. Sia quelli che, come me, sono qui da sempre e sia i giovani arrivati negli ultimi dodici mesi. Il quadro è assai preoccupante.

Vincenzo Zito ha 29 anni, architetto, disoccupato in Italia, fa il muratore a Melbourne. Mi dice che parla coi suoi in Italia tre volte al giorno. Al telefono scoppia a piangere quando mi racconta della nonna allettata e a rischio di contrarre il famigerato virus. Divide l’appartamento con tre altri giovani. Da cinque giorni tutti e tre disoccupati. Maria, una dei tre, è fuggita in campagna per la paura di essere spedita in Italia dal Dipartimento dell’immigrazione.

Il visto di lavoro n.482 prevede infatti che il lavoratore licenziato ha tre mesi di tempo per trovare un nuovo collocamento, senza il quale il permesso di residenza e di lavoro scade dopo 90 giorni facendo scattare il rientro forzato. Pena il carcere.

Per fare fronte al crescente numero di disoccupati, il governo federale ha annunciato un aumento dell’assegno di disoccupazione che a partire dal 27 aprile sarà di 2.491,66 $ australiani al mese (1.368 Euro) più un pagamento una tantum di 750 dollari pari a quasi 412 euro. Cifre, queste, che possono apparire strabilianti ma che in realtà, a causa del caro costo della vita, serviranno a malapena a non morire di fame.

Mi chiama Giovanni. “Scusami – mi dice, celando appena i singhiozzi – ero al telefono con mia figlia Maria. È bloccata a Perugia dove studia italiano. Ora sta invocando l’aiuto del governo australiano per poter tornare a casa”. I suoi familiari, fratelli e sorelle, vivono nel bresciano, una delle zone più colpite dal virus. Tre dei suoi parenti, mi racconta, hanno preso l’infezione dal loro medico di famiglia tornato in Italia, ai primi di marzo dalle Maldive.  

L’Australia sta imparando dalla tragedia italiana, ma molto lentamente.

Me lo conferma Elia, un cuoco di 28 anni di Sydney, che lo scorso week-end faceva parte dei 25.000 giovani assembrati a Bondi Beach, un’icona del surf australiano. E’ quasi offeso. Lo sento dal tono al telefono.

“Ci hanno preso per untori criminali. Ho visto la mia foto su tutti i giornali del mondo” impreca rifacendosi al suo dialetto friulano, incomprensibile. “La colpa è dei governanti che continuano a confonderci con decreti incomprensibili e irrazionali”. “Hai ragione su questo” gli dico, cercando di farlo ragionare. Mentre lo ascolto, mi viene in mente l’ultima decisione del Commonwealth di limitare a soli 30 minuti la permanenza nei saloni di bellezza, parrucchieri e barbieri. Decreto questo durato solo 24 ore. Per creare ancora più confusione, da ieri non c’è più limite. Parrucchieri aperti ma non centri per massaggi. La Cage aux Folles avrebbe detto Jean Poiret.

Lascio il povero Elia che ha deciso di sostituire la punteggiatura con le bestemmie e rispondo a Franca, una giovane avvocata siciliana di Sortino, in provincia di Siracusa. “Sto ancora lavorando, ma da casa” mi dice. Si occupa di visti e assiste i nostri connazionali a navigare tra i meandri di una burocrazia sempre più diffidente e sospettosa. “Il mio lavoro lo posso fare da casa ma i miei amici hanno perso il lavoro”. Diventa questo il tema scottante di questo giro di telefonate. Il vero rischio è che fra qualche mese migliaia di italiani diventeranno zombie, senza sostegno finanziario, in quanto non residenti e con visto scaduto perché privi di lavoro.

E gli anziani italiani d’Australia? Chiamo Maria, una signora di 60 anni che da qualche anno fa l’operatrice sociale in una casa di cura per anziani. “Sono preoccupata – mi dice – ma sono ancora più preoccupata per i nostri anziani che sono da soli a casa. I figli sono in quarantena, come tutti. Non sanno usare il computer, non possono vedere né i nipoti né i pro-nipoti. Sono terrorizzati dalle immagini che arrivano da Rai Italia e si sentono sempre più minacciati e impotenti davanti a una tragedia così colossale. Ne sanno qualcosa – aggiunge Maria – ricordano perfettamente la seconda guerra mondiale”.

Mi viene in mente una vecchia canzone italiana, La Presa del Potere, di Giorgio Gaber. Il ritornello faceva così “e l’Italia giocava alle carte, e parlava di calcio nei bar”. La differenza è che sono ancora tanti gli Australiani a resistere alle implorazioni dei governatori statali i quali, al contrario del Primo Ministro, stanno dando buoni esempi di leadership. Purtroppo la confusione tra burocrati aeroportuali e marittimi regna suprema. Ieri, per esempio, centinaia di Australiani rientrati in aereo dall’estero sono stati fatti scendere tra l’indifferenza generale dei funzionari del Dipartimento dell’immigrazione. Lunedi scorso, a Sydney, sono state più di tremila le persone sbarcate al porto di Sydney da tre navi di crociera. Controllo Zero, nothing! Zilch!

Al momento di premere il tasto invia, appare sullo schermo il faccione del Primo Ministro. Da Sabato 28 Marzo, i 1.500 Australiani che rientrano dall’estero saranno obbligati ad un periodo di quarantena presso gli alberghi cittadini. Dal tipico sistema fiduciario di stampo britannico si passa all’obbligo civico e all’intervento dell’esercito. Ma malgrado tutto ciò mi arriva, ahimè, una nuovo foto, scattata qualche ora fa presso la St. Kilda Beach di Melbourne.

Mi ritornano in mente le parole di Gaber….

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