Contributi critici alla proposta di PALLANTE per un nuovo progetto politico

Lunedì 10 febbraio presso il salone delle suore francescane il prof. Maurizio Pallante, il massimo apostolo della decrescita in Italia, ha relazionato su un suo progetto (ancora in nuce) di creazione di un nuovo soggetto politico. Ha coordinato i lavori Tati Sgarlata, creatore e portavoce di SRRS.

Sono intervenuti: Simona Cascio, Luca Castello, Francesco Ortisi e Sara Zappulla.

Il discorso tenuto da Pallante può essere considerato una sintesi del suo ultimo libro: «Sostenibilità, equità, solidarietà. Fondamentali 1.0 di un progetto politico in costruzione». Di appena 123 pagine; ma interessantissimo. Sin dall’esordio l’autore si dichiara consapevole del carattere velleitario del suo tentativo e confessa che, a voler essere ottimisti, «le sue possibilità di riuscita sono prossime allo zero». Tuttavia, contrariamente ai realisti/conformisti – telamoni lugubri dell’establishment – convinti che non ci siano alternative a questo attuale sistema economico e produttivo, Pallante afferma invece che «non ci sono alternative al superamento di esso, se si vogliono attenuare i problemi più gravi che incombono sull’umanità: la crisi climatica, la povertà (…), le migrazioni, le crescenti diseguaglianze (…) la disoccupazione, la disgregazione dei rapporti sociali, la proliferazione delle guerre (…) ». Secondo Pallante, «la causa comune a tutti questi problemi è la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci, che accresce il fabbisogno di risorse rinnovabili oltre la capacità di rigenerazione annua del pianeta».

Tutti i partiti esistenti invece sono talmente impegnati nei tentativi di tornare a far crescere l’economia (…) da non rendersi conto che «se l’economia tornasse a crescere (i problemi attuali) si aggraverebbero». E sono così ciechi da non voler capire che «un’altra recessione è imminente».

Pallante sostiene che «per cercare nuove strade e nuovi orizzonti a cui tendere, occorrono menti libere, profonde motivazioni etiche e capacità di collaborare. Occorre saper ascoltare chi la pensa diversamente, partendo dal presupposto che possa avere ragione».

Ma «Un soggetto politico nuovo» è più facile da invocare come necessario ma molto più complicato da realizzare. A cosa pensa Pallante? A un soggetto culturale che sia lievito critico in grado di far fermentare nuove idee dentro un arco di partiti e movimenti che per varie ragioni non sono (o non sono più) in grado di rappresentare tutte le istanze di una sinistra al passo coi tempi? O ad una formazione totalmente nuova, ad «una federazione di gruppi locali, collegati orizzontalmente tra loro, coordinati a livello nazionale da gruppi di lavoro tematici e da un comitato di portavoce con funzioni organizzative e di rappresentanza unitaria» (pag. 26)?

Sostiene Pallante che i «principi fondanti» dovrebbero costituire il collante primario di una condivisione che «non implica che tutti i militanti di un raggruppamento politico differente dai partiti debbano avere la stessa opinione su tutte le decisioni contingenti da prendere». «Nei casi in cui si manifestino posizioni diverse su problemi contingenti, occorre integrare il principio democratico della prevalenza della maggioranza col metodo del consenso, ovvero con una forma di confronto in cui tutti siano disponibili a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a considerare che possano essere giuste, del tutto o in parte, quelle differenti. Questo atteggiamento predispone ad ascoltare le opinioni diverse col massimo rispetto e a prendere in considerazione la possibilità di mutare le proprie».

D’accordo, ma si tratta di coordinare i lavori di un gruppo di riflessione su un tema o di scegliere le politiche da portare avanti a livello nazionale e in un necessario contesto planetario, all’interno di una Unione Europea zoppicante (o mal funzionante sulla base di trattati) e condizionata da un pesante deficit di democrazia? Le tecniche psicologiche buone per coordinare un workshop o un laboratorio di venti persone sono probabilmente del tutto inadeguate ad altri scopi. Non si può pensare di trasferirle automaticamente in contesti ben diversi, anche se rimangono, metodologicamente, rispettabilissime e raccomandabili come habitus comportamentale. Ma la politica è altra cosa rispetto ad un laboratorio di riflessione e di elaborazione di idee: essa, purtroppo, è scontro di interessi diversi in un mondo che è diventato sempre più una giungla in cui vige la dura lex darwiniana della sopravvivenza del più forte o del più astuto o del più cattivo. D’accordo: non dovrebbe essere così. Organizziamoci per convertire il mondo ad una visione meno conflittuale della convivenza. Ma non illudiamoci di poter operare efficacemente domani o posdomani con metodi gandhiani in un mondo di predatori senza scrupoli e di belve feroci. Bisogna essere consapevoli che agiremo da vittime destinate alla crocifissione. E non abbiamo alcuna certezza che la politica voglia far trionfare la razionalità nel riformare la società, come bene ha fatto notare Francesco Ortisi nel suo intervento, garbatamente critico. Noi temiamo che, condivisi i «principi fondamentali», i vecchi rappresentanti, riciclatisi nel nuovo soggetto politico, potrebbero sempre scontrarsi su mille dettagli, magari per scopi ostruzionistici e ricattatori o per mille motivazioni reali indicibili. Non abbiamo alcuna fiducia in gran parte dell’attuale fauna politica: arrivista, subdola, insaziabile, voltagabbana… Intramontabile. Infestante. Con ogni probabilità ce la ritroveremo quasi integralmente nel nuovo soggetto politico sognato da Pallante.

Quanto ai temi che dovrebbero costituire i fondamenti della nuova formazione vagamente delineata, condividiamo l’istanza di una conversione economica dell’ecologia che faccia da contrappeso ad una contemporanea conversione ecologica dell’economia. Ma confidiamo che sarà più facile attuare la prima che indurre l’establishment ad adottare la seconda. Sinché le élites economiche potranno spremere profitti dalla melma fossile, non rinunceranno certo a farlo per convertirsi bonariamente ad una visione ecologica dell’economia, che sino ad oggi punta esclusivamente sulla massimizzazione dei profitti. Ogni considerazione di carattere ecologico è negata, derisa, rimossa, dai falchi dell’economia predatoria e dai loro manutengoli politici. Il film attuale è: Trump contro Greta. E non ci sembra che la bestia stia offrendo alcun segno di ravvedimento. La conversione economica dell’ecologia (invocata da Pallante) dovrebbe convincere gli ecologisti a puntare su scelte di risparmio energetico prioritariamente rispetto ad altre scelte di produzione di energia pulita da fonti rinnovabili. No. Condividiamo l’idea di convincere tutti a puntare sui risparmi energetici e sull’efficientamento degli isolamenti delle case (dimostrando che le esigenze ecologiche collimano e non contrastano con quelle economiche), ma non vediamo perché si debba porre in secondo piano, cronologicamente, la produzione di energia pulita. Concordiamo sul fatto che la produzione di energia pulita non debba comportare (attraverso incentivi) trasferimenti di risorse economiche dalla comunità tutta ai più abbienti (che sono quelli che beneficiano in modo massivo di tali incentivi, avendo i capitali da investire in campi solari ed eolici); ma ci sono o ci sarebbero altri sistemi per evitare il drenaggio di incentivi da parte dei più furbi e dei più ricchi. Non è necessario né opportuno teorizzare un prima per il risparmio energetico e un dopo per la transizione ad energie pulite. E i posti di lavoro «che si creerebbero attraverso la decrescita selettiva degli sprechi di energia», a nostro modesto avviso, si moltiplicherebbero anche attraverso una auspicabile transizione accelerata ad altre fonti energetiche pulite e rinnovabili (sole, vento, maree, moto ondoso, geotermia…). D’altra parte ci sembra che Pallante si contraddica quando segnala che i costi delle opere finalizzate al risparmio energetico degli edifici potrebbero essere anticipati da investimenti da parte di Energy Service Companies (ESCo), compagnie che incasserebbero poi i risparmi economici successivi alla ristrutturazione energetica per un numero di anni fissato al momento del contratto. Anche con questo meccanismo ci sarebbe una sorta di capitalizzazione del risparmio (con lauti interessi) da parte di ricchi, ovvero, in altri termini, un trasferimento di risorse da poveri a ricchi. Ma, se il vantaggio è reciproco, ci va bene anche questa soluzione.

Sottoscriviamo pressoché integralmente il pensiero di Pallante in merito alla nuova politica fiscale che dovrebbe costituire il «fondamentale» di una nuova sinistra, espresso nelle pagine 49-51. Ci sembra che le considerazioni di Pallante facciano giustamente strame dei vaneggiamenti leghisti relativi alla flat tax, che costituirebbe un ulteriore batosta contro i meno abbienti ed un ennesimo regalo ai ricchi. «Occorre tornare a redistribuire la ricchezza nel verso giusto: dall’alto verso il basso, non viceversa» (pag. 51).

Raccomandiamo una lettura attenta e sgombra da preconcetti del capitolo sulle migrazioni, fenomeno rispetto al quale la sinistra mostra un ancoraggio eccessivo ed unico alla logica dei principi, rivelando scarsa consapevolezza della logica della responsabilità. E scarso realismo. Citiamo solo un piccolo passo dell’interessante capitolo: «se si ritiene che le migrazioni siano un diritto da tutelare, si tutela, consapevolmente o meno, la finalizzazione dell’economia alla crescita». Su questo tema il popolo della sinistra plurale ha da meditare parecchio. Ma anche la soluzione accennata da Pallante ci sembra insufficiente.

L’autore offre il meglio di sé nel capitolo sulla spiritualità, intesa in senso laico e non religioso. Notevole anche il capitolo «Oltre la destra e la sinistra», del quale ci piacerebbe riferire passi, che però renderebbero troppo lungo questo lungo articolo del quale proponiamo la lettura completa nella versione online.

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