SE UN TASSISTA CI PARLA DELLA BORGATA…

A volte la nostalgia è carogna. È persino mortale. Volevo fare un articolo sul quartiere della Borgata e più precisamente sul relativo Piano di Riqualificazione e sulle normative Particolareggiate (a proposito, la versione digitale è finalmente consultabile online sul sito istituzionale del Comune), ma poi capita che ti imbatti in un tassista, specie alquanto rara se ricercata su quartieri situati “fuori dalle mura” di Ortigia, e ti accorgi che in questo periodo drammatico per le notizie che vengono dalla Cina, la memoria si fa più “sensibile”. Si apre cioè a nuovi varchi, come quando durante una violenta eruzione vulcanica quel magma incandescente che spinge per fuoriuscire all’aperto, finisce col creare altre bocche di fuoco perché il cratere primitivo non riesce più ad arginare quella viscerale e violenta forza e quella devastante energia fin lì sommessa. Ed è così che attraverso le memorie e i coloriti racconti del nostro amico, che non vuole rivelare la sua identità perché – a suo dire – «appoi ‘e colleghi ci veni a’mmiria…», mi rendo conto che una volta che la spinta dall’interno è partita, non si possono più arginare i ricordi.

E partendo appunto dalla drammatica eco che questa nuova epidemia sta diffondendo in tutto il mondo, il tassista mi dice che lui, essendo nato a Tripoli in un periodo dove molte mamme in attesa venivano esulate in terra libica, ricorda di aver visitato nei primi anni di vita quei mercati rionali nordafricani dove era perfettamente normale trovare il “reparto umido” (lui lo chiama così), quello cioè dove tra la carne di misteriosi animali morti trovavi pure ogni sorta di animale vivo. Dalle galline, alla selvaggina, ai roditori. Meglio ancora se catturati nella natura: «Sono più saporiti e più nutrienti», urlavano quei pittoreschi mercanti.

Quindi, ascoltando le notizie sulle cause del diffondersi del virus cinese, mi dice che lui si considera un miracolato. Quando poi, prima di iniziare le elementari, si trasferisce nella casa nella nonna materna, “à via Bainsizza”, quelle cassette dove agli angoli di strada alcuni pescatori erano soliti vendere le orate o i’nfanfuli che ancora si dibattevano nell’acqua, a lui apparivano come delle boutique! Adesso si definisce un professionista della paternità, e cioè partendo dal fatto che i turisti non fanno certamente a cazzotti per salire sul suo taxi, sfrutta il tanto tempo libero che ha per scarrozzare i figli tra scuola, doposcuola, piscina, catechismo, corso d’inglese e quant’altro. E non ci dice nulla di nuovo, visto come stiamo messi noi tutti papà del nuovo millennio, e cioè che alla fin fine è proprio il ruolo di “accompagnatore della prole” il vero mestiere che esercitiamo regolarmente. E che non ammette assenze! Però il nostro amico è un tipo particolare, perché ha sempre amato i libri di storia, e tra un cliente e l’altro non manca di ricordare orgogliosamente quanto grande fu la gloria di Siracusa nel periodo greco e quanto dovettero tutti sudare prima di far cedere la nostra resistenza alle varie flotte nemiche che via via sopraggiungevano in un Mediterraneo che (a parole sue) “ora i morti ca ci su nun venuno mancu chianciuti, allora erano eroi caduti in battaglia. Ma u stissu morti su!”, dandoci a noi “acculturati” un argomento per cui riflettere. E sorseggiando una birra crogiolati al sole della piazza, continua a ribadirmi che per lui fare il tassista nella sua città che ama tanto, Siracusa, è un grande privilegio perché è sempre una gioia esplorare la propria città, nonostante ribadisce che all’infuori di Ortigia si assiste ad un lento ma graduale impoverimento. Però di Ortigia dice che ogni qual volta che vede la meraviglia che si specchia negli occhi dei clienti, si sente orgoglioso e gli piace pensare che è anche merito suo, grazie al suo piccolo ma incessante contributo, che è cresciuta così tanto ed è diventata la meravigliosa città che oggi tutti vogliono visitare. Però lui osserva – a mio avviso giustamente – che anche l’altro antico e popolare quartiere della Borgata dovrebbe e potrebbe poter sviluppare le tante potenzialità che possiede. Perché – precisa – che proteggere ed evidenziare il passato glorioso e sommerso è un dovere di ognuno di noi. E quando gli dico che scrivo su questo giornale, mi incalza esortandomi a scrivere con decisione delle sue “rivoluzionarie” idee per rilanciare il quartiere: «Perché non si sfrutta tutto sto spazio della piazza per organizzare rassegne di film, mostre di libri, idee per i viaggi, concerti musicali, mostre di foto enunciative dove si impara a esplorare il quartiere a piedi, guide personalizzate, scuole di sport e corsi di religioni, cucina e culture diverse, visto che ormai su cchiù assai gli indiani e i marocchini ca jocano nà sta piazza ca i carusi nostri. Ma non lo dice con disprezzo o fastidio, bensì con quella meraviglia che dovrebbe indurci tutti quanti ad avere più fiducia nel futuro. Ma sono tutti così i tassisti? In alcuni frangenti ho l’evidente sentore che il mio casuale interlocutore possa risultare più competente e più sensato in un salotto politico piuttosto di molti di coloro che siedono attualmente al Parlamento. «La televisione non la guardo» continua «io leggo i libri, li compro o li prendo in biblioteca. Mi piace capire le cose. Ma lo devo fare da solo, ho la terza media».

Mi è simpatico questo tassista, “vedi che ha ancora senso a scrivere i giornali” penso “e impegnarsi a scrivervi bene, perché c’è ancora in giro gente che vuole leggere. E vuole leggere bene”. «Ma lei come ci è arrivato a fare il tassista?» gli chiedo. «Storia lunga. Volevo fare il pasticcere, ero carusu in una pasticceria, ero bravino. Poi però tutte le regole imposte dall’Unione Europea sulle preparazioni alimentari mi hanno stufato. Le norme su uova, burro, farina… lo sa perché certe gare sui panettoni le vincono i napoletani? Perché lì ci fanno meno controlli e loro non usano le uova pastorizzate, come vuole la legge, ma quelle fresche, e i panettoni gli vengono buonissimi». Non lo so se è vero, ma questa piccola storia del tassista-pasticcere-lettore è affascinante ed ha molto di logico. Una logica popolare ma da non sottovalutare. In pratica mi ha raccontato un pezzetto d’Italia partendo dalla Libia. E nonostante la sua vita quotidiana non sembra ricca di stimoli, lui scatta delle foto della memoria e le va a catalogare nel suo personalissimo album insieme a quelle della sua infanzia. Mi dice che dietro ogni angolo, ogni pietra, ogni strada c’è una storia da raccontare, e se non lo fermassi lui me la racconterebbe tutta molto volentieri. Forse un po’ inventa, ma ascoltandolo, la trama della sua vita potrebbe essere all’altezza di quel cinema francese dove – nelle famiglie allargate – troviamo figli che girano l’Europa, nonni che vivono in un appartamentino lungo i canali di Amsterdam, genitori che visitano il primo bioparco a Madrid e nipoti che frequentano un asilo a Berlino. Forse perché abituato ad ospitare nella sua auto degli stranieri, ci porta immediatamente a viaggiare. Dice che una volta ha scarrozzato una coppia di Copenaghen che gli raccontavano che i loro figli vivevano in Belgio e andavano all’Università in bici e che hanno trovato la nostra pasticceria persino superiore delle pasteis gustate a Lisbona. Invece qui – dice con tono rammaricato – nel nostro mercatino rionale della domenica, in piazza Santa Lucia, si trova soprattutto una mescolanza di clienti poveri e di siracusani benestanti, nostalgici del passato. E lo dice con una malinconia che mi investe in tutta la sua verità.

Si, ci ha fatto bene passare un’oretta con questo nostro tassista multietnico, che con la sua sapienza acquisita in strada e col suo contrastante fascino dal carattere sensibile e solitario (alla Travis Bickle, il personaggio interpretato da De Niro in Taxi Driver) ci ha sottolineato – e non è mai abbastanza – che dovremmo tutti dedicarci di più a quella attività che da sempre i nostri nonni siculi ci hanno tramandato e insegnato, quello che sappiamo storicamente, etnologicamente e naturalmente fare meglio, e cioè accogliere e condividere.

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