Mancato rispetto dei parametri di qualità senza autorizzazione Per i cittadini “a rischio” si scrive solo di “fare attenzione”
23 pozzi comunali per il nostro approvvigionamento ormai insalinati per l’eccessivo sfruttamento; 19 milioni di metri cubi immessi nella rete di distribuzione tramite cinque serbatoi; la perdita di circa il 50% dei volumi prelevati a causa della vetustà della rete; reflui “depurati” per 16 milioni di mc riversati nel mare chiuso del Porto Grande: questo in estrema sintesi lo stato dei fatti.
Non a torto l’ingegnere Enrico Jansiti (che è stato direttore generale prima in Sogeas, poi in Sai8 – fino alle sue spontanee dimissioni – e ora in Siam) ha evidenziato nella sua relazione che occorrono tempi e risorse perché il gestore del servizio idrico possa intervenire su tali complesse condizioni, peccato però che sia stato necessario ricordare che tale processo fosse iniziato già nel 2008, quando il servizio venne affidato alla Sai8 (e sorvoliamo sulla “tragica” storia di quell’affidamento) che è uscita di scena con una bancarotta da 74 milioni di euro e risvolti giudiziari ancora in corso.
Acqua di pessima qualità quindi a causa, come è noto, di un’eccessiva concentrazione di sali (principalmente cloruri, sodio, ma anche calcio e magnesio) che spesso superano i valori tabellari prescritti dalla norma a garanzia della salute dei cittadini. Secondo Ansaldi non solo una questione di gusto o economica – un consumo di circa 7 milioni di bottiglie di plastica da un litro all’anno, incrementi di spesa per detersivi, anticalcare, ecc., maggiore vulnerabilità di alcuni elettrodomestici e maggiori consumi elettrici per i depositi di calcare sulle resistenze di riscaldamento -, ma anche sanitaria per i danni che l’assunzione cagionerebbe a persone a rischio (cardiopatici e ipertesi in primis).
Nel 2002, ad autorizzare, ma solo per sei anni, l’erogazione di acqua fuori norma “per gli usi alimentari e di cucina” fu la stessa Regione, ma dal 2012, anno dell’ultima richiesta avanzata dalla Sai8, il Ministero della Salute ha negato qualsiasi deroga rimandando di fatto all’Assessorato Regionale la gestione della non conformità.
A tutt’oggi, sebbene non sia stata concessa alcuna nuova deroga, l’acqua continua ad essere distribuita grazie all’escamotage di una dicitura in bolletta che avverte la popolazione dei rischi. Null’altro! Nessun serio richiamo al gestore del servizio che sarebbe invece tenuto, dal 2002, a presentare ogni anno un piano di intervento per rientrare nei parametri di sicurezza.
Va detto comunque che, nel corso del convegno, l’intervento della dottoressa Nunzia Andolfi, Direttore del Laboratorio di Sanità Pubblica dell’Asp, ha scalzato alcune sedimentate convinzioni evidenziando che allo stato attuale esistono rischi emergenti forse più rilevanti rispetto all’aumento delle concentrazioni di cloruri e sodio (presenza di trialometaniA o altre sostanze ancora poco conosciute con probabili effetti tossici a lungo termine) e che di conseguenza le normative e le direttive più recenti obbligano il gestore dell’acquedotto, in accordo con l’autorità sanitaria, ad effettuare una valutazione del rischio di più ampio respiro sulle acque destinate al consumo umano, con la ricerca anche di parametri non ancora contemplati nella normativa di settore da aggiungere a quelli già di prassi. La dottoressa ha inoltre avvertito che la consuetudine ormai consolidata di non utilizzare come acqua da bere quella del rubinetto potrebbe in realtà determinare altri rischi, come quello di utilizzare senza la giusta informazione acque minerali o imbottigliate che non presentano le caratteristiche adatte al nostro organismo, quali proprio un’adeguata concentrazione di Sali, nella errata convinzione che un’acqua è tanto più buona quanto più “leggera”.
Un ripensamento complessivo su ciò che deve essere che comunque non assolve nessuno dalla urgente necessità di risolvere il problema del nostro approvvigionamento idrico.
Secondo l’ingegnere Nino di Guardo (che ne parlò ampiamente con noi in un’intervista molto interessante che si può trovare online nella Civetta del 25 maggio 2018) la soluzione sarebbe più semplice e meno dispendiosa di quanto si possa pensare. Al di là del progetto di un nuovo campo pozzi in zona Carancino che assicurerebbe una portata di 500 l/sec, tale da integrare quanto verrebbe a mancare per la chiusura dei pozzi Dammusi e San Nicola fortemente insalinati, “la vera soluzione sarebbe un intervento sul terminale dell’acquedotto Galermi (che ha una portata superiore ai 500 l/sec necessari) situato in Contrada Villa Monteforte. Da questo nodo partono tre derivazioni: una per la zona industriale tramite la vasca Monteforte e quindi alla Galleria di valico, una per il Consorzio di Bonifica che si collega con le reti di distribuzione del 1°, 2° e 3° lotto irriguo sino alla galleria di valico dell’acquedotto Ciane e una che consente la riimmissione di emergenza nel vecchio canale Galermi. Interventi poco costosi perché le opere necessarie sono in gran parte esistenti, come pure la stazione di sollevamento per il collegamento con i serbatoi di Bufalaro che andrebbe, questo sì, realizzato insieme a un potabilizzatore per il controllo della qualità dell’acqua lungo il tracciato dell’acquedotto, un collegamento con i serbatoi Enel di Solarino per un’alimentazione integrativa di emergenza e, a monte del potabilizzatore, una vasca di accumulo di capacità adeguata per la modulazione del potabilizzatore”.
Una proposta da discutere, all’ipotetico tavolo tecnico, insieme ad altre. Con stupore abbiamo tutti appreso dall’ingegnere Jansiti di uno studio condotto sui pozzi del Fusco dai tecnici della Siam “regalato” all’amministrazione che solo dopo sei mesi è stato visionato in Giunta e di cui non si sa altro. Ritardi ingiustificabili.
- A)I trialometani, ed in particolare i clorofluorocarburi, sono altamente dannosi per l’ambiente e l’atmosfera; molti inoltre sono considerati cancerogeni (fonte: Wikipedia).

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