Democrazia a rischio nella società complessa Asimmetrie e problemi di rappresentanza

Interessante relazione a Il Cerchio dei docenti universitari Alessio Lo Giudice e Alessandro Pluchino

 

Sono state estremamente interessanti le dissertazioni tenute, venerdì 15 novembre nella sede de Il Cerchio, da Alessio Lo Giudice e da Alessandro Pluchino, entrambi docenti universitari. Di fronte ad un uditorio molto attento, che gremiva la sede dell’associazione, i due docenti hanno affrontato il tema della inadeguatezza degli stati nazionali di fronte allo strapotere delle moderne organizzazioni private multinazionali presenti nel mondo globalizzato e quello delle disfunzioni dei sistemi elettorali, che non riescono a risolvere adeguatamente la questione della rappresentanza.

Il parlamentare è eletto o non piuttosto nominato da chi lo ha candidato in una lista bloccata? Risponde alla base elettorale o a chi lo ha investito della candidatura? Pur senza vincolo di mandato, quale margine di autonomia ha, di fatto, rispetto alle direttive del partito, veicolate dal capogruppo parlamentare? E chi rapprenta, se la maggioranza a cui appartiene, a conti fatti, ha i voti di un quarto circa (o poco più) del corpo elettorale? Come si può ovviare al problema dell’astensionismo, che ormai riguarda circa la metà degli aventi diritto al voto? Troppe le perplessità che oggi solleva una attenta analisi dell’efficacia dei sistemi elettorali. L’applicazione di modelli matematici a varie ipotesi di composizione dei gruppi parlamentari rivela che il parlamento potrebbe funzionare meglio, se una parte di esso (variabile, ma entro una certa fascia, al variare della consistenza della maggioranza e dell’opposizione) fosse costituita da persone estratte a sorte da un listone di volontari autodichiaratisi disponibili ad esercitare la funzione legislativa, magari non per tutta la legislatura ma solo in occasione della discussione di particolari temi o di singole proposte di legge. Un tale meccanismo potrebbe indurre quanti, per sfiducia nei partiti, non votano più a proporsi come volontari estraibili a sorte per brevi mandati a tema. Potrebbe essere utile per ripristinare la fiducia nella democrazia rappresentativa e per ridurre il potere delle caste politiche e dei partiti. Il relatore, prof. Pluchino, ha inoltre elencato una lunga serie di precedenti che rivelano come il sistema della rappresentanza per sorteggio sia meno peregrino di quanto non possa apparire. Certo una rappresentanza per sorteggio che durasse tutta una legislatura indurrebbe i partiti nella tentazione di svolgere una campagna acquisti. Farebbero di tutto per aggregare stabilmente i rappresentanti approdati in parlamento per sorteggio. Una funzione parlamantare a termine (in relazione a specifiche tematiche per le quali i volontari abbiano dichiarato interesse ad essere sorteggiati) non li allontanerebbe a lungo dal loro lavoro abituale, non li esporrebbe troppo ai corteggiamenti dei partiti, consentirebbe a coloro che si fossero astenuti dal votare per le forze politiche o di approdare direttamente in parlamento o di avere rappresentanti avulsi da ogni appartenenza ai partiti non votati. Le forze politiche rappresentate in parlamento per suffragio degli elettori avrebbero modo di caldeggiare le loro proposte ma i parlamentari “non appartenenti” potrebbero scegliere liberamente quale proposta giudicare migliore e da approvare. Il dibattito parlamentare e le conseguenti scelte legislative risulterebbero meno imbrigliate in schemi di potere precostituiti. Interessante. Sarà certamente problematico (o pressochè utopistico) far approvare una tale rivoluzione del sistema elettorale da partiti che non avrebbero alcun interesse a privarsi del loro potere, ma l’idea non è priva di logica. E non si può escludere che, imprevedibilmente, si verifichino delle condizioni che rendano approvabile la proposta. E comunque, anche quando essa rimanga nell’olimpo delle buone utopie, avrà pur sempre un effetto provocatorio, inducendo a riflettere su alcune distorsioni o disfunzionalità esistenti nel sistema democratico rappresentativo. È doveroso esprimere un sincero ringraziamento al prof. Pluchino per il suo contributo ad un pensiero critico e creativo dei cittadini resilienti, che dovrà opportunamente focalizzarsi anche sulle disfunzionalità messe a nudo dal docente e dal suo gruppo ODERAL (Organizzazione per la DEmocrazia Rappresentativa ALeatoria).

Brillante ed efficace anche il prof. Lo Giudice, docente siracusano dell’Università di Messina, nel tracciare un quadro (inquietante!) della debolezza degli stati di fronte alla crescente complessità dell’economia globalizzata. Grandi soggetti multinazionali (privati) controllano gran parte dell’economia mondiale, emungono dati conoscitivi anche delicatissimi dalla gestione dei social network, interferiscono sulle scelte politiche ed elettorali, condizionano la politica a qualsiasi livello, eludono il fisco grazie alla disponibilità nei loro confronti da parte di paradisi fiscali… L’asimmetria tra il loro potere e quello dei singoli stati nazionali è evidentissima. Più che in un confronto tra idee e visioni del mondo, oggi la dialettica democratica tende a risolversi in patteggiamento tra i vari “portatori di interesse”. I luoghi ove si concretizzano le decisioni legislative sono diventati “mercati” in cui si confrontano tali interessi e la figura del parlamentare tende ad assomigliare sempre di più a quella del lobbista. La relazione del docente è sembrata risuonare un po’ come una sorta di funerale della democrazia, ma il relatore, in risposta ad uno degli interventi del pubblico, ha precisato che l’allarme rappresentato dalla sua analisi non esclude affatto ma, anzi, sollecita una necessaria resilienza da parte della politica, che va esercitata, ovviamente, in altre sedi. Soprattutto attraverso interventi di carattere sovrannazionale, comunitario, federale… Giustissimo! Solo che si ha l’impressione che la politica non abbia ancora sviluppato molta consapevolezza in ordine alla questione democratica. Neppure all’interno del partito italiano che si definisce democratico e che forse sta per cambiare nome. Magari per puntare su uno slogan ad effetto come Forza Italia o Italia Viva. Forse farebbe meglio a mantenere il suo attuale nome e a meritarlo, facendo tesoro degli stimoli culturali offerti da Alessio Lo Giudice (sulla questione democratica), da Alessandro Pluchino (sulle difunzionalità della rappresentanza) e da Antonio Nicita (sui rischi dei big data). Ma di questo ultimo tema si tratterà in un prossimo articolo.

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