L’autonomia differenziata introdurrà nel Paese diritti diversi in aree diverse. Necessario reagire con una mobilitazione efficace per bloccarla, evitando future secessioni
La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019
La chiamano ipocritamente “autonomia regionale differenziata”, ma in realtà si tratta dell’ennesimo attacco al Sud e del tentativo di destrutturare la nostra unità nazionale pilotando l’Italia del Nord verso una vera e propria secessione. La vicenda è partita con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017, cui ora si vuole dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale. La Lega, che ha voluto i referendum in tali Regioni, oggi è al Governo e pretende che il governo dia risposte interpretando le norme costituzionali sull’autonomia in modo eversivo per l’unità nazionale e l’universalità dei diritti. Le istanze secessioniste della Lega sono volte ad ottenere maggiori poteri e risorse grazie alla modifica del Titolo V della Costituzione.
Come afferma un documento del Coordinamento nazionale “No all’autonomia differenziata, di fronte al rischio di una “secessione dei ricchi” è necessario reagire con una mobilitazione efficace per bloccarla e per informare i cittadini delle gravi disparità fra Regione e Regione (soprattutto fra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, fra regioni del nord e del sud del Paese). La gestione e l’attribuzione delle risorse deve restare in un ambito nazionale condiviso da tutte le regioni e dai comuni per evitare le disparità fra i cittadini residenti nelle diverse regioni italiane, che nel caso della sanità sono già al limite per il Sistema Sanitario Nazionale. Non è accettabile che diritti fondamentali vengano riservati ad alcune regioni e ad altre no, che le risorse vengano differenziate a danno delle aree più deboli e in difficoltà del nostro paese. Riteniamo necessario che non vi debbano essere ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale e che i trasferimenti sulle materie a loro assegnate debbano essere ancorati esclusivamente a oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza.
L’Autonomia regionale differenziata non può avvenire a scapito anche delle autonomie locali, le istituzioni più vicine alla cittadinanza, in quanto le esproprierebbe di alcuni poteri a favore di nuovi carrozzoni centralizzati e inefficienti a livello regionale. In questo contesto di grandi egoismi verrebbe soppressa l’universalità dei diritti, trasformati in beni di cui le Regioni potrebbero disporre a seconda del reddito dei loro residenti; per poterne usufruire nella quantità e qualità necessarie, non basterebbe essere cittadini italiani, ma esserlo di una regione ricca, in aperta violazione dei principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. In questo quadro vi sarebbe una ricaduta negativa prioritariamente sulle regioni del Sud e sugli abitanti non ricchi di tutt’Italia con la progressiva privatizzazione dei servizi. Il Mezzogiorno viene condannato a essere privo di pari riconoscimento della cittadinanza, con ancor maggiore desertificazione degli investimenti e sempre più debole economia. L’autonomia regionale differenziata negherebbe così la solidarietà nazionale, la coesione e i diritti uguali per tutte/i che garantiscono l’unità giuridica ed economica del paese”.
INFORMAZIONE CARENTE O VERITA’ STRUMENTALMENTE NASCOSTA?
Alcune grandi testate giornalistiche del Nord (ma purtroppo anche quelle del Sud) e gli altri canali di comunicazione non mettono in evidenza che “i fondi strutturali europei destinati a promuovere lo sviluppo del Sud e della Sicilia sono stati utilizzati per risanare i conti pubblici italiani” (M. Caserta e A, Premoli in Mediterraneo Sicilia Europa). Mariano Bella, direttore del Centro studi di Confcommercio, autore del rapporto Senza Sud, declino certo per l’Italia, ha spiegato “se le regioni meridionali riuscissero ad allinearsi alle migliori del Nord, come il Trentino, per quattro parametri per cui il Sud affonda (trasporti, burocrazia, legalità e formazione del capitale umano), l’intero Prodotto Interno Lordo della nazione guadagnerebbe d’un sol colpo, 178 miliardi di euro”. Certo è un dato estremo che non tiene conto dei passaggi graduali, ma rimane comunque un elemento di riferimento; resta inoltre il fatto che per quanto riguarda i trasporti, secondo M. Bella “l’accessibilità alle varie zone, nel Sud, è del 77% (mentre nel Nord è del 112%); la burocrazia incide per il 147% nel Sud (al Nord incide per il 63%); l’illegalità pesa nel Sud il 108% (nel Nord per il 99%); la formazione del capitale umano al Sud è ferma al 95% (mentre al Nord è 103%). Se poi facciamo riferimento alla Sicilia il PIL regionale, che era di 102 miliardi di euro nel 2007, si è ridotto a 89miliardi nel 2017 e il PIL pro-capite si è abbassato da 20.546 euro nel 2007 a 17.956 nel 2017”.
UN LUOGO COMUNE: IL MITO DEI SOLDI A PIOGGIA ELARGITI AL MERIDIONE
Secondo i già citati prof. Caserta e Premoli “una becera propaganda politica ha costruito intorno allo sforzo di far crescere il Mezzogiorno l’idea del fallimento e dello spreco perpetuato dalle élites meridionali (che pure hanno le loro responsabilità), ma i numeri dicono altro: al Sud i fondi investiti (0,5 per cento del PIL) sono stati inferiori agli investimenti pubblici realizzati in via ordinaria, negli stessi anni, nel Nord (35 per cento del PIL). L’incapacità di molte amministrazioni locali meridionali che non sono state in grado di imprimere le necessarie accelerazioni ai processi decisionali, anche quando le risorse economiche erano disponibili, non basta a sostenere quel mito”.
Uno studio del prestigioso istituto Svimez afferma: “Si tratta di un percorso verso un sistema confederale, nel quale alcune Regioni si fanno Stato, cristallizzando diritti di cittadinanza diversi in aree del Paese differenti”. Ed aggiunge che tra Nord e Sud vi è una “interdipendenza finanziaria” dimostrata da una serie di fattori incontestabili poiché accanto ai trasferimenti di risorse da Nord e Sud, vi sono corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord. Inoltre il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale, il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord, l’emigrazione dei giovani meridionali spesso con buone competenze sostiene l’accumulo di risorse umane nelle Regioni settentrionali.
Si calcola che 20 dei 50 miliardi di residuo fiscale assegnati al Sud vada al Centro-Nord come domanda di beni e servizi. Ed ancora la domanda aggregata interna per consumi ed investimenti del Mezzogiorno innesca circa il 14% del Prodotto Interno Lordo del Centro-Nord, il valore dei consumi pubblici e privati attivati dall’emigrazione degli studenti del Sud verso il Nord è di circa 3 miliardi di Euro l’anno. Nel Mezzogiorno si è disattesa la soglia degli investimenti in base alla percentuale della popolazione, infatti gli investimenti statali nell’ ultimo triennio sono stati del 28,4% anziché del 34% previsto dalle clausole nazionali. Sempre secondo lo Svimez per quanto riguarda il residuo fiscale, per esempio per la Sicilia, è stato ridotto del 30% in quanto non è stata applicata la norma per cui il gettito fiscale realizzato in Sicilia da aziende che hanno la sede fiscale a Nord dovrebbe essere pagato appunto in Sicilia.

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