Nel referendum eliminare il quorum è potenzialmente pericoloso; mantenerlo è realisticamente e storicamente pernicioso per la democrazia Occorre dibatterne senza pregiudizi
La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019
Sì, certamente Norberto Bobbio confermava la sua saggezza quando scriveva che «la democrazia diretta può essere un utile correttivo della democrazia indiretta, ma non può surrogarla», aggiungendo che, pur con tutti i suoi difetti, essa «è un sistema migliore di quelli che l’hanno preceduto e di quelli che sinora l’hanno seguito». Sì, ha ragione chi sostiene che l’abolizione del quorum per la validità di una consultazione referendaria è altamente pericolosa, perché, se ci affidasse solo a considerare la maggioranza dei voti espressi, si potrebbe spianare la strada ad una sorta di potere legislativo monopolizzato, su alcune questioni rilevanti, da una iperattiva “dittatura delle minoranze”, agevolate dall’ignavia di troppi astensionisti. Ma gridano vendetta al cielo le provocazioni dei furbetti che inducono a non votare in occasione delle consultazioni referendarie al fine di capitalizzare l’astensionismo a vantaggio del no o della resistenza all’abrogazione o della difesa di una legge indigeribile.
Ricorderanno i nostri lettori che fu Craxi il primo che cercò di capitalizzare l’astensionismo, invitando gli elettori ad andare al mare, anziché alle urne. Seguito, più recentemente, da un altro ineffabile furbetto, che gli elettori hanno giustamente punito, mandandolo a… sgranocchiare pop-corn. Ma non solo quei due hanno barato, usato impropriamente le regole della democrazia diretta. È convinzione di chi scrive che anche il PD, in occasione dei referendum del 2011 (sull’acqua e su altri due temi), abbia dato solo una mano agli attivisti che si sono (o ci siamo) mobilitati: non entrambe! Probabilmente l’intento di quel partito era quello di capitalizzare le simpatie del popolo dell’acqua, aiutandolo a raccogliere un po’ di consensi ma evitando che raggiungessero il quorum. Quel partito voleva solo accalappiare simpatie (e consensi elettorali successivi) da parte dell’area movimentista.
Ma sbagliò le previsioni e il quorum fu raggiunto. Poi abbiamo constatato come sia stato tiepido il PD nell’appoggiare il popolo dell’acqua o come si sia rivelato persino fautore della controparte: prima con certe ingannevoli norme per “dispositivo congiunto” (cioè contenute in testi legislativi diversi, congegnate come trappole combinate), miranti a favorire le gestioni private del servizio idrico; e poi, più esplicitamente o più sfacciatamente, con le impugnative renzianissime esercitate contro la legge sulla ripubblicizzazione dell’acqua in Sicilia. Tutto ciò non va dimenticato.
Eliminare il quorum è potenzialmente pericoloso; mantenerlo è realisticamente e storicamente pernicioso per la democrazia. Se debba pesare di più il pericolo di un possibile uso strumentale del referendum o la constatazione di un abuso già sperimentato è questione che affidiamo alla riflessione dei nostri sette o venticinque lettori. Optino secondo coscienza.
Aggiungiamo solo questa piccolissima considerazione: la mina del quorum, spesso capitalizzato dai renitenti all’abrogazione, è stata disinnescata da una mobilitazione eccezionale. Anche il rischio opposto (sinora solo paventato) potrebbe essere superato con una mobilitazione consistente degli oppositori piuttosto che attraverso vincoli come il quorum, che si prestano (come già sperimentato) a truffe concrete perpetrate, proditoriamente, contro la democrazia.
Anche i limiti di materia (che escludono il ricorso al referendum per leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati…) sono, per certi aspetti, sacrosanti, ma prestano il fianco a critiche non certo infondate. In questa nostra attuale UE non abbiamo una vera Costituzione perché quella stilata sotto la guida di Giscard d’Estaing fu bocciata proprio attraverso la consultazione referendaria dagli elettori di Francia e Paesi Bassi. Si volle ovviare, realizzando l’Unione per trattati: per dare al popolo – si disse – la possibilità di maturare una nuova idea di Europa. Ma alcuni pensarono di scavalcarne per sempre la volontà. Per quanto tempo ancora dovremmo sorbirci un trattato (quello di Lisbona del 13 dicembre 2007) che surroga una vera Carta Costituzionale, fondativa dell’Unione?
Oltretutto, se quel testo, che surroga una Costituzione che non c’è, consente, all’interno di questa Europa, uno strapotere di personaggi che passano (attraverso porte girevoli) da ambienti bancari a ruoli di vertice delle istituzioni politiche comunitarie; se i testi che lo affiancano permettono che la monetazione in Europa debba badare solo al mantenimento di un’inflazione prossima al 2% senza puntare anche a favorire la piena occupazione (come avviene in America); se la norma cervellotica del 3% può essere ignorata impunemente da Macron, sculacciato dai Gilet Gialli, e ridotta al limite invalicabile del 2,1 % per l’Italia, che ha sì un debito superiore alla Francia, ma anche risparmi privati pari quasi al triplo del debito pubblico, che potrebbero quindi internalizzarlo interamente (cioè per la parte, pari ad un terzo, di titoli in possesso di banche e risparmiatori ufficiali o fondi di investimento esteri); se ai popoli dell’Unione può essere inflitta (proprio in forza di un trattato – imposto e non ratificato – che surroga una Costituzione inesistente) l’assurda politica iperliberista di sacrifici nei bilanci pubblici, di tagli al welfare e ai servizi e di ulteriori privatizzazioni di tutto ciò che possa far gola ai privati e che possa sottrarre introiti alle casse statali per ingozzare l’insaziabile sete di profitti…; se tutto ciò può impunemente accadere o essere criminalmente perpetrato a detrimento della democrazia e a danno dei cittadini, qualcosa non va. Più di qualcosa!
Se ne sono accorti i francesi e hanno dato il via alle proteste prerivoluzionarie dei Gilet Gialli. E si stanno ora muovendo verso la formazione di un partito degli Emergenti. E il malcontento monta ovunque. E, col malcontento, monta il bisogno di rivendicare più democrazia diretta, visto che quella rappresentativa (per certi aspetti persino preferibile da un punto di vista teorico e teoretico e razionale e precauzionale) è degenerata in democratura. Il popolo ha avuto tanta o troppa pazienza ed ora chiede che qualcuno paghi il conto. O che venga allontanato dalle stanze del potere con ignominia. E che a far le leggi debbano essere chiamati più spesso e più direttamente i cittadini.
Il popolo ha degradato questa classe politica; l’ha schiaffeggiata solennemente coi referendum del 2011; l’ha umiliata, preferendo ad essa i ragazzi dell’armata grillina, pasticcioni ma molto più presentabili dei vecchi volponi. Ora i voltagabbana, che – come gli anemometri – si posizionano sempre nella direzione del vento, corrono in massa ad affollare le schiere di Salvini per mimetizzarsi col nuovo che avanza e per sopravvivere col vecchio che non vuol farsi da parte. E tutto ciò (improvvisazioni e pasticci pentastellati unitamente a gattopardesche acrobazie di arrivisti, pronti a saltare sul carroccio pantaleghista, che raggruppa, al seguito di Salvini, berluscones ed elettori vecchi e nuovi di due leghe e di tre simboli leghisti) rischia di far soccombere sul nascere le istanze di un vero e profondo cambiamento. E il PD che fa? Resta a guardare. O si limita a giocare polemicamente di rimessa, contestando ogni iniziativa, piccola o grande, concreta o velleitaria, chiaramente delineata o confusamente abborracciata, che provenga dai pentastellati. Mentre avrebbe potuto e dovuto assumersi con essi una responsabilità governativa, se il rottamatore non avesse bloccato la trattativa già avviata e addirittura giunta a buon punto, secondo fonti ben informate.
E già ha fatto fuori i candidati migliori per imporre nei territori, con renzianissima velleità, illustri sconosciuti provenienti da altri ambienti e persino una ingombrante candidata etrusca. Che aspetta ancora a rinsavire? Perché indugia nel cercare un nuovo punto di equilibrio tra rappresentanza ed esercizio diretto della democrazia? Forse rendere più cogente (nei tempi di presentazione alle commissioni ed all’aula parlamentare) ed inderogabile (nel nucleo essenziale) la Proposta di legge di iniziativa popolare potrebbe rendere superfluo il ricorso al referendum propositivo. Forse! Ma in ogni caso, se normato con ogni precauzione, tale istituto non sarebbe da escludere a priori. Per nulla!
È troppo sperare che oggi (in attesa di una possibile futura collaborazione governativa) si svolga con spirito costruttivo almeno il dibattito su democrazia diretta ed indiretta, che devono opportunamente bilanciarsi e non confliggere? Ci auguriamo che si tenga conto delle esigenze reali di consolidamento della democrazia come anche dei rischi di degenerazione già sperimentati e non solo di quelli paventabili. Senza pregiudizi. Buona riflessione.
Il dibattito su una nuova Unione Europea, magari meno estesa ma più coesa e, soprattutto, più democratica e fondata su una vera Costituzione, appare oggi a molti anacronistico; per alcuni prematuro; per noi un po’ tardivo. Ma necessario.
Proprio mentre concludiamo l’impaginazione di questo numero, apprendiamo che M5S e PD si starebbero accordando sulla possibilità di fissare un quorum del 25% per la validità di ogni consultazione referendaria. Non esprimiamo alcuna valutazione su tale soglia, lasciando al dibattito dei lettori e degli elettori tale compito. Ci limitiamo a intravedere in tale possibile accordo un positivo inizio di dialogo, tanto più opportuno in un momento in cui il governo sembra in bilico per l’assoluto rifiuto salviniano di accogliere, come vuole Conte, una quindicina di emigranti che vengono sbarcati a Malta per essere distribuiti in vari stati europei. Ben venga il dialogo. Tra tutte le forze politiche. Quanto al governo, crediamo che esso durerà, nonostante le tensioni interne, almeno sino alle elezioni europee e alla effettuazione di alcune importanti nomine.

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