In “Corruzione al Palazzo di Giustizia” un monito alla città

Gli avvocati: “Il testo di Ugo Betti ricorda per il suo contenuto una dolorosa vicenda accaduta a Siracusa”

 

La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019

Si rappresenta oggi al teatro comunale di Noto il dramma del 1944 di Ugo Betti “Corruzione al Palazzo di Giustizia”. A recitare la Compagnia degli Umili, avvocati e magistrati, sotto la regia del decano del tribunale aretuseo l’avvocato Glauco Reale.

“In questo testo l’autore sonda i rapporti tra magistratura e politica, diritto e dignità umana in un perfetto equilibrio tra realismo e metafisica – scrive l’avvocato Reale -. In esso i fatti dolorosi e abnormi che accadono, lo svolgimento stesso a inchiesta, con la conseguente ricerca dei colpevoli, superano immediatamente i limiti della cronaca per assumere un evidente significato di denuncia nei riguardi della società e del malcostume contemporaneo. Un malessere questo che diventa tragico quando la corruzione investe l’apparato giudiziario”. 

E aggiunge: “Analoghe vicende hanno di recente colpito il nostro Tribunale con inchieste, indagini e processi che rischiano di dare al pubblico l’impressione che la corruzione ha generato ormai una metastasi nel corpo giudiziario. Ma se osserviamo le inchieste, dovute alla reazione corale prima del foro e poi della quasi totalità dei Magistrati, che hanno avuto eco negli articoli di stampa di giornali liberi “da legacci”, dobbiamo prendere atto di una salvezza intervenuta grazie a quanti (e sono i più) lavorano con serietà all’interno del sistema giustizia,  nonostante sia il nostro un luogo “sul quale piombano da tutte le parti ondate immense, spaventose: e cioè interessi implacabili, ricchezze sterminate, blocchi ferrei manovrati da uomini tremendi”.

E dello stesso tenore le dichiarazioni del presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Francesco Favi: “Il Consiglio ha condiviso la scelta della rappresentazione del dramma di Ugo Betti, considerato uno dei migliori testi teatrali del secolo scorso, perché ricorda per il suo contenuto una vicenda, ormai quasi archiviata, che ha coinvolto la nostra città, perché possiamo trarne spunto per dare al grande pubblico una corretta interpretazione dei fatti, restituendogli la fiducia nella legge e nella giustizia. Le vicende che hanno coinvolto il Palazzo di Giustizia di Siracusa negli anni scorsi, culminati da ultimo negli arresti di alcuni protagonisti disposti dal Gip dei Tribunali di Roma e di Messina, hanno suscitato un clamore mediatico che ha determinato la crescente sfiducia del cittadino nei confronti dell’apparato giudiziario e della amministrazione della Giustizia. Era ed è opportuno, pertanto, chiarire alcuni aspetti della vicenda per evitare che permanga nel grande pubblico l’immagine desolante della crisi della giustizia suscitata dai fatti emersi nelle vicende giudiziarie. 

È opportuno rammentare al pubblico che le inchieste ministeriali, che hanno poi determinato l’insorgere dei procedimenti penali, furono disposte per la corale presa di posizione degli avvocati che, frastornati per la gestione di molti processi che ritenevano orientati da favoritismi di tutta evidenza da magistrati che risultavano coinvolti in affari con alcuni avvocati, chiedevano al Ministro l’invio di ispettori per accertare la loro incompatibilità ambientale e di conseguenza il trasferimento in altra sede.

Ben presto alcuni organi di informazione diedero notizia della protesta documentando le relazioni pericolose di alcuni tra i magistrati ed avvocati. L’opinione pubblica e molti giornali sconcertati dapprima stentarono a credervi, e “ingenuamente” ne presero le difese, aspettandosi una forte reazione del Palazzo. Le Associazioni della Magistratura presero le distanze aspettando l’esito delle ispezioni, i magistrati non coinvolti non rimasero silenti, ma in sede di ispezione determinarono la svolta che poi ne è seguita. Le inchieste hanno, poi, condotto alla individuazione dei colpevoli e alla estirpazione del malaffare e delle sue inimmaginabili ramificazioni. Dobbiamo, dunque, prendere atto di una salvezza intervenuta grazie a quanti (e sono i più) lavorano con serietà all’interno dell’apparato giudiziario. Questo sta a dimostrare che l’organismo giustizia è sano, perché è riuscito, grazie alle sue componenti e ai suoi uomini, a ripristinare il suo funzionamento corretto ed imparziale. Ed è questo il messaggio che deve transitare al cittadino: la dignità dell’uomo può più del danaro. Perciò ad esorcismo riuscito la Compagnia degli Umili ha scelto questo testo proprio come messaggio e monito alla città, messaggio per dimostrare che qui da noi la rosea pustola della lebbra, la corruzione, non ha pagato; monito per dissuadere quanti ritengono che con il danaro si compra anche l’onore”.

Possiamo dire, noi della Civetta, di essere rimasti disorientati da queste parole, di esserci sentiti catapultati in una cronaca in cui, pur da protagonisti (insieme a pochi altri), non siamo più riusciti a cogliere fatti e ruoli? In particolare non siamo riusciti a ricordare la tempestiva “reazione corale prima del foro e poi della quasi totalità dei Magistrati” e siamo così tornati a leggere le nostre riflessioni di allora. Queste in sintesi le domande che ci ponevamo nel numero del 2 dicembre 2011 dove pubblicavamo il quadro delle società riconducibili all’avvocato Amara, prova documentale del sistema di fidelizzazione della magistratura messo in atto.

Nervosismo al Palazzo di Giustizia, convocazioni degli organismi rappresentativi di magistrati e avvocati, discussioni nelle redazioni dei giornali, ai vertici, riunioni presso le sedi dei partiti e delle associazioni cittadine, capannelli agli incroci delle strade e nei bar, ovunque aria di cospirazione. Ma tutto sotto traccia, in maniera carsica, senza fare troppo rumore, aspettando. È questo, al momento, l’effetto degli articoli che, settimana dopo settimana, dal 12 novembre scorso, pubblica il settimanale catanese Magma su vicende che chiamano in causa alcuni componenti della Procura di Siracusa, ma nessuno ha ancora dato risposte chiare alle inevitabili domande. Solo sofismi bizantini, formule pilatesche, evanescenti informazioni.

Eppure, sgombrare il campo dalle nebbie è un obbligo per molti, certamente per quelli che nelle istituzioni, negli organismi di tutela e controllo, ai posti di regia della vita cittadina, occupano le posizioni più alte, hanno la responsabilità delle funzioni cui assolvono.

Cosa dice l’Associazione nazionale magistrati in genere così pronta a prendere posizioni “forti” sull’indipendenza e la terzietà dei magistrati, sulla loro necessaria autorevolezza, sull’imprescindibile esigenza non solo di essere ma anche di apparire magistrati?

Quali passi intende compiere l’ordine degli avvocati? Quali iniziative pensa di assumere il procuratore Rossi per restituire all’ufficio che coordina piena credibilità? Quali indagini sono state avviate dagli organi inquirenti?

Cosa dicono i deputati nazionali e regionali, i direttivi dei partiti, le associazioni di categoria degli imprenditori come dei lavoratori, i presidenti dei comitati cittadini?

Quale linea intendono scegliere i direttori delle più importanti testate giornalistiche locali di fronte a notizie finora ignorate o declassate a semplice pettegolezzo e ad avventate illazioni?

La città ha il diritto di sapere, di conoscere la verità perché se cade il baluardo della giustizia si resta inermi di fronte ai poteri forti, a quelli che si ergono a sistema e sono in grado di inquinare ogni livello del vivere sociale. Se è vero, come si dice, che si tratta di fatti noti, addirittura in parte datati, documentati, se veramente si possono individuare collegamenti e connessioni tra vicende apparentemente così lontane tra loro, perché non si è intervenuti subito, lasciando ancora una volta che fossero solo dei giornalisti, per di più di Catania, ad assumere il ruolo di investigatori e di tutori della legalità? Fino a che punto risponde al vero che si sia fatto un uso “disinvolto” della giustizia? Le vicende raccontate da Magma, se vere, aprono scenari spaventosi”.

Poi, nei 15 giorni successivi, si iniziarono a registrare le prime reazioni: gli avvocati del Movimento Partecipazione Rappresentatività e Trasparenza si fecero promotori di un manifesto in cui chiedevano che si facesse chiarezza – ma solo 300 su circa 1300 iscritti all’Ordine lo sottoscrissero -, e organizzarono un’assemblea proprio per chiedere che fosse l’Ordine degli avvocati nel suo ruolo istituzionale a “uscire allo scoperto” (!), la sezione locale dell’Associazione Nazionale Magistrati emise un comunicato, ci furono interrogazioni parlamentari (forse queste promosse dagli avvocati), le associazioni dei cittadini si schierarono apertamente a nostro sostegno mentre eravamo volgarmente attaccati con accuse infamanti, con il corollario di processi, strumentali, che ancora continuano e che significano spese legali.

Quale in sintesi la conclusione? Dal nostro punto di vista che, se si fosse da subito attaccato il tumore non ci sarebbe stata la metastasi.

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