Resort al Faro. L’architettura prevista incompatibile con l’ecosistema

I progettisti usano parole fascinose, lighthouse sea hotel, luce e mare, ma sempre di cementificazione si tratta

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

C’è poco da discutere, sono semplicemente due visioni diverse della modernità, del progresso, del nostro futuro. Da una parte quelli che si battono strenuamente in una logica di conservazione intelligente dell’esistente, di quel poco che ancora rimane del passato identitario dei luoghi, anche contro una sorta di massificazione di interventi edilizi che appiattiscono tutto in un’unica forma, dall’altra chi della suggestione degli squarci paesaggistici fa il perno per lucrose attività ricettive e non, purché attirino quattrini.

E ciascuno di noi si iscrive con gli uni o con gli altri. Di certo lo Stato ha fatto la sua scelta, in fondo quella più comoda, più conveniente. Se possiede un bene, e non se ne è mai curato, e lo ha lasciato al degrado, la soluzione più veloce è affidarsi ai privati che ovviamente, legittimamente, sono disponibili a prestare il loro “aiuto” purché questo si traduca in profitto.

Le modalità che deve avere l’offerta, i “paletti” nel bando di gara sono poi solo chiacchiere inconducenti. Perché si può anche scrivere sul bando che l’intervento deve essere rispettoso dei luoghi…. bla bla bla ma quando poi hai il progetto tra le mani, scegli quello che porta nelle casse un po’ di più o che in qualche modo viene “presentato” meglio.

Se è una commissione fatta da … persone a preferire l’ampia edificazione al ripristino solo del fabbricato in vista di una valorizzazione che sia anche salvaguardia del sito, quando la cosa è fatta, è una vera fatica di Sisifo tornare indietro.

E poi ci sono le parole che affascinano. Vuoi mettere parlare di lighthouse sea hotel, di luce e di mare, piuttosto che di cementificazione?

E se anche ti vai a leggere la proposta del concorso per giovani architetti, le premesse, così deferenti alle bellezze d’altri tempi, ti rassicurano perché pensi che tanta sensibilità solo in un mondo che giri al contrario potrebbe essere contraddetta da interventi diametralmente opposti.

“Dal leggendario Colosso di Rodi alla maestosa Torre d’Alessandria, i fari hanno percorso la storia dell’umanità, connotandosi di un significato ben più esteso della semplice struttura di segnalazione, e conquistando un orizzonte onirico, intriso di avventura, fascino e mistero. Slanciati e solitari -disseminati in ecosistemi prodigiosi e spesso inviolati – i fari costituiscono un’inestimabile eredità di epoche passate. Sulla scogliera di Murro di Porco – a pochi chilometri dal centro storico di Siracusa – si innalza, verso il cielo, un faro di indescrivibile fascino ed ineffabile pregevolezza”.

Si potrebbe esprimere forse meglio l’unicità del nostro faro? Ma certo, è giusto, occorre difenderlo in questa sua straordinaria bellezza: “slanciato e … solitario”. Ma è quello che avviene dopo a catapultarti altrove, a farti vivere un’inebriante esperienza di straniamento.

Il faro, architettura un tempo abitata, “con l’avvento delle moderne tecnologie ha subito un inesorabile processo di abbandono; ridotto a semplice lanterna – a lungo orbato della compagnia umana (ma non era una qualità il suo “isolamento”?) – vive una condizione di progressivo degrado, comune – fra gli altri – a numerosi edifici costieri. 

È per tutelare un simile patrimonio che nasce “Valore Paese FARI”, ilprogetto dello Stato Italiano per la trasformazione dei fari in strutture turistico-alberghiere, animato dall’intuizione di sfruttarne la preziosa collocazione e prossimità dell’elemento marino per realizzare alloggi da sogno, che recuperino le antiche torri di segnalazione, e ne invertano il processo di deterioramento”.

L’associazione dei giovani architetti (YAC) è andata subito al cuore della questione. Non si è inutilmente soffermata sulle indicazioni dell’Agenzia del Demanio che ha dichiarato di preferire ai progetti puramente commerciali (appunto alberghi o altre strutture turistiche), le proposte che intendano valorizzare la storia dei luoghi e creare strutture di pubblica utilità come musei, centri di visita dei vicini parchi naturali o sedi di associazioni no profit. La YAC ha subito capito che si stava parlando di altro, proprio di quello che si diceva di non “gradire” e ha chiamato a un concorso di idee i progettisti per lasciarsi “suggestionare dalla meraviglia di luoghi remoti, ed immaginare un nuovo futuro per i fari abbandonati, convertendoli in piattaforme turistiche ineguagliabili che rendano sostenibile la tutela – e possibile la conservazione – di un simile inestimabile patrimonio”. 

Viene in mente Tacito: “Ubi solitudinem faciunt, pacem apellant”: l’eterno gioco dei falsi obiettivi. E guardando i risultati delle proposte viene un senso di sconforto e ti dici che in fondo, poi, quello che si realizzerà non era neanche il peggio. Ma è solo una boutade!

Da leggere

Villetta Aretusa: l’ascensore che “non va giù”. Intervista al sindaco Francesco Italia

Quando è iniziata a girare la notizia, molti hanno pensato a uno scherzo, la provocazione …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti