Il percorso di tutela bloccato dallo tsunami regionale sulla Soprintendenza. I nostri giardini storici sono protetti solo se lo è il contesto territoriale che li ospita
La Civetta di Minerva, ottobre 2018
Sei anni? Sette? Questo su per giù il tempo di… latenza, di gestazione, del progetto edilizio dell’ingegnere Massimo Riili su quelle che saranno le ceneri (o meglio i detriti) di villa Abela.
Per la Soprintendenza, improvvisamente, un bene da non più tutelare, “di nessun pregio”, visibilmente “ritoccato” nel tempo, snaturato nella sua “presunta” identità di villa liberty degli anni venti del secolo scorso (il proprietario avrebbe dimostrato carte alla mano la sua edificazione più tarda), seppure posta al centro di due latomie che fanno anch’esse parte del sistema di antiche cave di estrazione sorte lungo l’asse antico di Via Arsenale ed il suo proseguimento verso nord, verso Viale Tunisi.
Quando ne parlammo per la prima volta nel dicembre 2012 fu proprio perché già era pronto il progetto: tre palazzine di 4 piani ciascuna (e ora si parla invece di un “lungo” (!) palazzo di 4 piani, o di 4 edifici). Ricordavamo, già da allora, che si era tentato di inserirla tra i monumenti e luoghi “di interesse storico, artistico, archeologico e paesaggistico di Siracusa” e che nel 2013, con un vincolo provvisorio sul sito, si era già compiuto il primo passo per arrivare all’imposizione del vincolo monumentale. Tutto allora sembrava muoversi nella direzione della tutela della villa: in qualche modo lo imponeva il suo essere quasi sulle latomie, sì quelle stesse che non avevano comunque impedito l’edificazione del palazzo limitrofo, lo stesso i cui condomini sono promotori di una battaglia, epica, a forza di carte bollate per impedire la costruzione di un edificio, o più, che a molti impedirà la vista sul mare.
Latomie, queste sì, vincolate con un decreto dell’85 che interessa l’area compresa tra l’estremità orientale delle balze rocciose di Akradina e la linea di costa: “un’unica grande latomia articolata intorno ad alcuni nuclei caratterizzati da enormi ingrottamenti con alte pareti verticali (il più noto la latomia dei Cappuccini). Risalenti all’epoca classica, al periodo greco, simili per struttura a quelli della Neapolis, esse costituiscono uno degli elementi tipici e originali del paesaggio urbano di Siracusa antica e rivestono grande interesse in senso strettamente archeologico per la quantità di dati che sono in grado di fornire per quanto attiene alla tecnica di estrazione e lavorazione dei blocchi, anche in relazione alle opere difensive (cinta delle mura dionigiane) per cui sono state utilizzate”. Un ulteriore passo dopo il vincolo del 1946 istituito per la Latomia dei Cappuccini, le balze dell’Akradina (dove oggi dominano i due palazzi Bastante e Riili), la fascia costiera tra via Puglia e la Tonnara di Santa Panagia, e quello del 1977, a protezione, invece, della latomia posta tra il largo Campania e la pista ciclabile.
E oltre alla presenza delle latomie, e forse (secondo l’ex soprintendente Voza) anche di ipogei e di tratti delle catacombe di San Giovanni, a suggerire la tutela del sito lo stesso giardino che circonda la villa, caratterizzato dalle piante tipiche che si sceglievano agli inizi del secolo scorso, certo non rarità botaniche, ma pur sempre testimoni dei tempi; da salvaguardare perché piccolo polmone verde scampato al cemento selvaggio e soprattutto perché parte del verde storico siracusano, come quello di Villa Reimann o, mutatis mutandis, di Villa Politi, o ancora del nascosto splendido giardino delle latomie del Casale alle spalle di via Von Platen.
Giardini che raccontano, pur nella loro trasformazione scomposta della regolarità dei giardini all’italiana, i gusti delle classi più facoltose che volevano ville vicine ai resti del passato e che costruivano belvederiaffacciati sulle parti più suggestive, occulte, del loro privato rifugio verde, proprio come quello di Villa Abela, posto verso la latomia ad est della casa, abbellito da un pergolato, sedili in pietra e aiuole limitate da mattoni in cotto (anche in questo le somiglianze con Villa Reimann).
Ma l’interesse dell’intellighenzia siracusana non può disperdersi sulla ricostruzione anche di questo aspetto della memoria identitaria della città e i nostri giardini storici, seppur censiti, sono tutelati solo qualora lo sia il contesto territoriale che li ospita; altrimenti no, proprio come per quello di Villa Abela.
E, tra l’altro, qualche anno addietro, quando il percorso di tutela per Villa Abela si era avviato, sulla Soprintendenza di Siracusa si scatenava lo tzunami regionale con denunce, rimozioni, sospensioni, intimidazioni nei confronti dei migliori funzionari siracusani, cui seguiva l’avvicendamento dei dirigenti e poi dei soprintendenti. Mesi e giorni di confusione che probabilmente hanno “distratto” chi avrebbe dovuto concentrarsi sull’obiettivo primario di porre sul sito il vincolo architettonico (a prescindere dalla data di costruzione dell’edificio, lo meritava il generale contesto, comunque il suo essere un sito scampato a un’anonima edificazione, il suo essere ancora pregno di storia) e sottrarlo così alle ruspe, a quelle che in questi giorni hanno iniziato un’opera di demolizione che nulla sembra in grado di fermare.

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