Noi siracusani, eredi indegni di Archimede

Di ciò che si poteva fare è partorita solo una statua collocata in un luogo inadeguato. Occorre un progetto di “riqualificazione” del matematico così bistrattato

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Mi è capitato in questi giorni di leggere un romanzo storico il cui titolo, da siracusano doc, non poteva non attrarmi: “Il Matematico che sfidò Roma”, di Francesco Grasso. Il riferimento è, ovviamente, al grande Archimede, e il contesto è grosso modo il decennio precedente l’assedio romano e la capitolazione di Siracusa del 212 a.C. Una lettura leggera e piacevole che ti “catapulta” (è il caso di dirlo) nello splendore dell’antica città greca. Una potenza e una ricchezza, anche culturale, che nulla avevano da invidiare alla stessa Atene.

Purtroppo, quel fatidico 212 a.C. segna il tramonto di un’epopea e l’inizio del degrado e del progressivo imbarbarimento della Città che si perpetua ancora ai nostri giorni. E alla fine della lettura, pur sapendo che le grandi civiltà del passato sono in molta parte scomparse, malinconicamente resta una inevitabile domanda: ma perché di tanta civiltà i Siracusani hanno saputo conservare così poco?

Pur trattandosi del suo figlio più illustre, la Città, anziché onorare Archimede con un museo, uno spazio espositivo permanente o una fondazione che ne illustrasse la vita e le grandi scoperte (con importante ritorno culturale e economico), a parte qualche iniziativa, lodevole ma più o meno estemporanea, 2.200 anni dopo (2016 d.C.) è riuscita soltanto a cedere il passo a dei privati o a partorire, dopo un travaglio lungo un decennio, una statua, collocandola infelicemente non in posizione centralissima, come avrebbe meritato e affinché tutti ne godessero appieno, ma in un sito per vocazione più idoneo ad ospitare comunissime ancore e attrezzature marinare che non l’Icona della Città.

Sia chiaro: non mi permetto di criticare la qualità dell’opera. Ciò che proprio non comprendo è la bizzarra scelta “politica” sulla sua allocazione. Né può dirsi che la scelta fosse imposta dalla necessità di spazio per ospitare l’ampio basamento date le dimensioni della statua. Il fatto è che la casa di Archimede era, è, Ortigia, non il ponte umbertino.

Sconcerta l’assoluto oblio in cui, per migliaia di anni, l’ingratitudine dei Siracusani ha relegato un fondamentale capitolo di storia patria e, soprattutto, un Personaggio che rappresenta un unicum nella storia dell’umanità. Qualunque altra città lo avrebbe considerato un gioiello di inestimabile valore da custodire gelosamente, valorizzare ed esibire al mondo intero con orgoglio.

Solo in anni recenti, e solo su iniziativa di singoli cittadini sensibili e sinceramente appassionati, cui va dato merito, si è intrapresa la strada giusta volta a rivalutare Archimede, ma c’è ora da augurarsi che le spinte “dal basso” si facciano sempre più pressanti e che la Politica riesca ad adottare iniziative concrete e coerenti con le vere esigenze della Città.

Forse è giunto il momento di promuovere un ampio dibattito cittadino ove ognuno apporti le proprie idee e le proprie proposte per poter addivenire ad un grande progetto di “riqualificazione” (questa sì) di un Personaggio e di un momento storico improvvidamente bistrattati. Finalmente occorre dare a Siracusa una struttura comunale permanente di alto livello ove chiunque possa ritrovare tutto lo scibile su Archimede, la sua vita, le sue intuizioni, le sue invenzioni e le macchine progettate fedelmente riprodotte meglio di come si sia fatto finora.

Richiamare la Città, attraverso il ricordo rinnovato del suo illustre figlio, ai fasti di un tempo potrebbe forse sensibilizzare maggiormente le coscienze di tutti al degrado dell’oggi, essere da pungolo per ritenere non più sopportabile l’attuale mortificazione di Siracusa.

Perpetuando il costume italico della ipertrofica produzione normativa salvo poi a non occuparsi della sua concreta attuazione, il Comune, oltre a un Regolamento per l’occupazione temporanea di suolo pubblico, si è pomposamente dotata di un “Regolamento per la tutela del decoro urbano e dell’igiene ambientale”. E dico pomposamente non perché l’intento in sé non sia più che lodevole e lo stesso testo normativo adottato non sia valido, al contrario, ma soltanto perché, pur costituendo un apprezzabile strumento ed una conquista per il vivere civile, nei fatti, in buona parte, è rimasto lettera morta.

Gli abusi sono sotto gli occhi di tutti, tranne di coloro che non vogliono vedere.

File di bancarelle abusive che riducono i già angusti passaggi di Ortigia, e questo già da diversi anni, dalla villa dell’acquario fino all’ inizio del Lungomare Alfeo. Ben vengano le bancarelle, ma in aree ad hoc e ben delimitate, peraltro come avviene per tutte le bancarelle dei mercati rionali.

Venditori ambulanti con furgoni ovunque, che addirittura approntano sulla sede stradale una vera e propria “vetrina” di esposizione con ombrellone o gazebo, spesso con evidenti pericolose interferenze sulla circolazione veicolare e pedonale.

Ovunque parcheggiatori abusivi, impenitenti e irriducibili, che costringono gli utenti, vuoi per la penuria di parcheggi vuoi per il timore di ritorsioni, a sottostare a quelle che spesso sono vere e proprie estorsioni.

Ovunque veicoli selvaggiamente lasciati in sosta in doppia e tripla fila, parcheggiati sui marciapiedi, nei posti riservati ai disabili, davanti ai passi carrabili, “giustificando” tanta arroganza, ulteriore ipocrita abuso, con l’accensione delle luci di emergenza, come se questa fosse la loro funzione. Negli stessi ultratrafficati viali Teracati, Tica, Tisia, Pitia non si vede da anni un solo vigile urbano anche perché, è oramai certo, il servizio di vigilanza viene svolto esclusivamente in Ortigia.

A parte i randagi liberi di scorrazzare ovunque (fenomeno, in verità, fortemente attenuatosi), anche nelle zone centrali e nella stessa Ortigia, cani, anche senza guinzaglio con evidenti rischi per le persone, che vanno depositando le proprie deiezioni ovunque, spiaggetta Cala Rossa compresa con grande gaudio dei bagnanti, senza che i loro spensierati padroni se ne preoccupino, essendo troppo impegnati al cellulare.

Ovunque un delirio di tavolini, dehors, musica assordante, bar dalla denominazione indecente, locali notturni spacciati per solarium che si spingono fin quasi a ridosso della Fonte Aretusa. Testimonianza di un malinteso senso di “sviluppo imprenditoriale” ad ogni costo, anche in danno dei siti più sensibili. Concezione del turismo assolutamente dozzinale.

Al mercato di Ortigia, pescatori di frodo che vendono pubblicamente, in improvvisati bicchieri di carta, specie ittiche protette, mentre altri propongono pesce, indefinibile quanto a provenienza e commestibilità, contenuto in luride e maleodoranti cassette appoggiate sulla strada.

Pane venduto per strada, quanto di più antigienico si possa immaginare. Eppure anche questo succede, pubblicamente e da sempre. Un furgone parcheggiato strategicamente in zona di grande passaggio di veicoli, con il portellone posteriore spalancato ed il pane esposto in vendita. E la gente continua imperterrita a comprare il cosiddetto pane di casa non rendendosi conto che è infarcito di benzene, monossido di carbonio, polveri sottili e porcherie varie provocate dai tanti autoveicoli in transito.

Mi chiedo amaramente quante pattuglie della Polizia Municipale girino ogni giorno per la città, quanti agenti siano ogni giorno sulle strade, se si rendano conto che, al cospetto di tanta indecenza, hanno l’obbligo giuridico di intervenire.

All’Assessore competente appena insediatosi, l’ottimo e coraggioso avvocato Giovanni Randazzo, vada il mio affettuoso augurio di successo nell’ardua impresa di una profonda ristrutturazione non più rinviabile.

Menzione a parte merita l’ecomostro che opprime il Castello Maniace, ipocritamente barattato per un’opera di “riqualificazione” dell’area. Sia chiaro, sono convinto che le iniziative imprenditoriali debbano essere in ogni modo (lecito e con assoluta trasparenza) favorite, ma considero un autentico insulto all’intelligenza dei Siracusani spacciare per opera di interesse generale ciò che, con tutta evidenza, è attività di lucro fine a sé stessa e interesse di un solo soggetto: l’imprenditore che ha investito in questa pessima intrapresa.

Ecco perché noi siracusani del XXI secolo d.C. siamo indegni eredi di Archimede.

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