Le zone di confine anche nella nostra città sono per questo anche aree privilegiate per la critica e il mutamento
La Civetta di Minerva, novembre 2018
Quando ho saputo che alla festa dell’Associazione Lealtà e Condivisione si sarebbe parlato di periferie ho avuto una reazione apparentemente troppo entusiasta. Colpa di quella che forse ormai posso chiamare deformazione professionale. Da sociologa quale sono, infatti, il tema delle periferie è stato costantemente al centro dei miei studi negli ultimi cinque anni. A questo si aggiunge poi una passione del tutto personale nei confronti di questi luoghi di confine, marginali. Luoghi nei quali le dinamiche comportamentali della collettività appaiono diverse da quelle che siamo abituati a vedere e a conoscere. Curiosità e fascino, i sentimenti che da sempre le periferie hanno suscitato in me e che col passare del tempo e l’aumentare delle conoscenze si sono trasformati nelle ragioni che mi hanno spinta ad intraprendere il percorso professionale che sono felice di aver intrapreso.
Diversi esponenti del mondo politico e dell’associazionismo hanno partecipato al dibattito svoltosi domenica sera, delineando non solo il quadro teorico entro cui muovere i primi passi verso la periferia, ma anche provando a fornire una panoramica sullo stato dell’arte degli interventi già messi in atto e di quelli ancora da realizzare. Il sindaco Francesco Italia, dopo aver prevedibilmente sottolineato il grande interesse dell’attuale amministrazione nei confronti delle periferie, ha definito il fenomeno. «Le nuove periferie sono diffuse, sono luoghi di emarginazione e di esclusione sociale – ha dichiarato – Luoghi non necessariamente degradati, ma in cui la distanza tra le persone e tra queste e le Istituzioni si amplia a causa dell’assenza del senso di appartenenza alla comunità».E le parole del primo cittadino trovano il consenso dell’Associazione Oltre, a nome della quale interviene Mariella Muscarà, secondo cui all’interno delle periferie è necessario costruire un percorso di cittadinanza. «Bisogna lavorare sul riconoscimento delle persone in quanto tali e per farlo la chiave è la scuola, perché tutto passa dalla scuola».
Quanto detto è indubbiamente vero, ma esiste un lato meno conosciuto del fenomeno, che è necessario individuare per pianificare e programmare strategie di intervento. Le periferie sono territori di confine, all’interno dei quali si assiste al tentativo – che non ha ancora avuto successo e che secondo alcuni non potrà mai averlo – di trasformare uno spazio in un luogo. Si tratta di territori che determinano le identità di chi li abita e di chi li frequenta e che vengono percepiti come impossibili da controllare in modo completo. Questo perché al loro interno è difficile fare riferimento ad un sistema di regole conosciute, tanto che tali luoghi vengono percepiti dall’esterno come “selvaggi”. Ciononostante – e questo è un lato che spesso viene dimenticato o sottovalutato – le periferie sono luoghi caratterizzati dalla possibilità dell’incontro con la presenza della diversità, in cui è possibile sperimentare, inventare, esplorare.
Ed è quanto si è provato a fare con diversi progetti messi in campo negli ultimi anni. Ne ha parlato Valeria Troia, esponente dell’associazione Prossima e assessore alle politiche scolastiche della precedente amministrazione. «Nel 2014 abbiamo iniziato a lavorare nel quartiere della Mazzarrona, con l’obiettivo di partire dalle voci della gente e dal confronto con loro – spiega – Abbiamo incontrato una grossa resistenza, poiché questi luoghi sono frequentati dalla politica solo durante le campagne elettorali e neanche nel migliore dei modi». Grazie al contributo della popolazione locale, dunque, si sono realizzate diverse attività, dal decoro urbano alla creazione dei murales. In programma c’è un parco di nuova generazione, con i «Mazza-orti» e un parco di parkour, perché i progetti devono adeguarsi ai bisogni della cittadinanza e non essere calati dall’alto. E non è tutto, come spiega il nuovo presidente del Consiglio Comunale Moena Scala. Con le abolizioni delle circoscrizioni la continuità tra amministrazione e cittadinanza viene meno, ma il divario potrebbe colmarsi attraverso l’individuazione di micro-aree in cui realizzare la comunicazione tra il Comune, il terzo settore e i cittadini, così come è avvenuto in alcune città virtuose che hanno messo in pratica questo sistema. «Pensiamo alla possibilità di creare dei laboratori territoriali, intesi come luoghi di aggregazione, che permettano al Comune di raccogliere le istanze dei cittadini e di garantire inoltre la presenza di un’assistenza medica continua e immediata».
Per realizzare tali progetti il presidente del Consiglio Comunale prevede che saranno messe a disposizione delle risorse. Si tratta di risorse scarse, come ricorda il vicesindaco Giovanni Randazzo. «Per quanto riguarda ad esempio il Piano delle periferie, i Comuni avevano la possibilità di vedersi anticipato un venti per cento della spesa per attuare i propri programmi – spiega Randazzo – Tuttavia questa possibilità è venuta meno e ad oggi si ha solo la possibilità di ricevere un rimborso dopo un anticipo da parte del Comune». E se è vero che gli obiettivi si possono organizzare anche senza risorse economiche, il vicesindaco insiste nel ricordare che gli stessi obiettivi non possono essere raggiunti senza i dovuti finanziamenti.
E ciò servirebbe anche alla creazione del paradigma nuovo e forte su cui conformare l’azione politica, di cui ha parlato il portavoce dell’Associazione Lealtà e Condivisione, Francesco Ortisi. «Abbiamo bisogno di un paradigma di lungo periodo che guardi al futuro e contemporaneamente di un paradigma di consenso immediato – dichiara – E’ solo con il forte consenso intorno ad un progetto con reali ricadute positive, capace di lasciare dei segni visibili, che si può costruire un paradigma di lungo periodo». E’ della stessa opinione Valeria Troia. «La politica deve leggere il processo di trasformazione incredibile in cui viviamo, interpretare l’accelerazione che se non interpretiamo ci coglierà impreparati». E per farlo il precedente assessore alle politiche scolastiche insiste sulla necessità di sviluppare delle strategie di intervento. «Non possiamo parlare di periferia senza sapere cosa c’è effettivamente dentro la periferia – sostiene – Occorre fare un’analisi dello stato dell’arte delle cose, al fine di definire una programmazione capace di sviluppare dei progetti seri».
I territori di confine sono intesi collettivamente come luoghi contrassegnati dalla presenza dello scarto. Questo termine ha, tuttavia, un duplice significato. Da una parte il riferimento è all’insieme delle persone più deboli e inette. Ma scarto segnala anche l’esistenza di un divario tra lo stato reale e uno stato previsto, auspicato o desiderato. E un simile divario può ovviamente assumere anche un senso positivo di vantaggio, l’essere – in un certo senso – avanti rispetto agli altri. Così come osservare le periferie dal centro confonde e spaventa, stare al margine consente o costringe a mettere in discussione ciò che al centro viene dato per scontato. Se dal centro ciò che succede nelle periferie è visto come privo di regole e pericoloso, osservare il centro dalle periferie consente di sperimentare uno sguardo distaccato e critico, verso ciò che dall’interno appare come non problematico e naturale. I luoghi di confine sono per questo anche zone privilegiate per la critica e il mutamento. E nella nostra città, in così rapida e forte trasformazione, il cosiddetto sguardo periferico può aiutare a fornire un punto di vista nuovo e per questo vincente.

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