IL TACCUINO di TITTA RIZZA
La Civetta di Minerva, 8 giugno 2018
Sono cresciuto nel culto della cravatta. L’ho sempre ritenuta elemento necessario per il bon ton di un uomo. Mi hanno sconfessato tutti i candidati al consiglio comunale, eccetto uno: Paolo Reale.
Tutti si son fatti fare delle belle fotografie che hanno fatto affiggere per tutta la città; ma che ce ne fosse uno che si fosse messo in posa con la cravatta e conseguentemente con la giacca. Tutti descamiciados; tutti in camiciola che costituisce la base portante di un viso su cui è stampato un sorriso.
Che sia in camicia chi per tradizione culturale o per lavoro si senta il collo strozzato da una cravatta ha giustificato motivo di presentarsi con la sua abituale mise. Ma chi come Francesco Italia o Giovanni Randazzo, nati con la cravatta, si fanno la fotografia ufficiale in camicia per me è un fatto oscuro da interpretare con la cabala.
Francesco Italia che da cinque anni va a palazzo Vermexio in bicicletta, ma inappuntabilmente in cravatta: se si calcasse in testa una bombetta lo si potrebbe scambiare per un manager della City. Giovanni Randazzo, frequentando ogni giorno aule di Tar o del CGA, è obbligato a portare la cravatta. Invece ambedue in camicia, facendosi uguali a tutti gli altri ed abdicando al loro phisique du role.
Paolo Reale è stato conseguenziale a se stesso; la fotografia ufficiale di questa campagna elettorale lo vede vestito come tutti i giorni va in Tribunale.
Tutti, consigliati da qualche esperto di pubbliche relazioni, hanno scelto la camicia; secondo questi esperti il presentarsi da gioioso sbarazzino è strumento acchiappavoti.
Peccato che le donne candidate abbiano limitato la loro aria sbarazzina a una faccia sorridente; ne avrebbero avuto tanti altri modi, specie le giovani e belle, che avrebbero potuto trovare voti negli elettori maschi di ogni età.
Un sorriso stampato su un volto e una camiciola al posto di programmi ed idee.

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