La “qualità architettonica e decorativa” di cui scriveva Liliane Dufour è scomparsa per dar posto a un monstre privo di anima e identità. All’edilizia razionalista di inizio secolo si è sovrapposta la peggiore finzione taorminese
La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018
Impossibile pensare che l’avvocato Corrado Giuliano non sarebbe stato solleticato dal nostro articolo dello scorso numero sull’Ortea Palace, l’ex Palazzo delle Poste, quando abbiamo riferito del punto di vista dell’avvocato di fiducia dell’ingegnere Russotti, l’oggi candidato a sindaco Paolo Ezechia Reale. E infatti ecco le sue considerazioni.
“Come abbiamo più volte scritto, questo Ortea Palace, nella sua retorica incolta, ha più di una ragione per essere ritenuta un’opera di restauro monstre: sull’altare di una visione di Ortigia da bere, di una Ortigia Disneyland, di visione della città italiana da ridurre a Las Vegas, di città europea da ridurre a luogo del non pensiero e del kitch, di dimenticanza dei suoi caratteri e delle sue radici di civiltà, destinando e degradando l’intero continente europeo ad un’economia del ‘divertimento’, del ludico e del consumo, una specie di luna park del mondo, tra un occidente americano che produce rinascimento 4.0 e un oriente in crescita esponenziale di economie ed invenzioni.
Mi scuso per la digressione, ma questo edificio storico anche se di storia recente, l’ex Palazzo delle Poste, colpisce particolarmente così deturpato nel suo corpo fisico, tra terrazze, finti ori ed attici che alterano in maniera irreversibile la sua testimonianza identitaria, come se destinassimo il Colosseo ad un enorme grande drugstore con neon luminescenti dentro i suoi ordini, questo edificio ‘nuovo’ con le sue arroganti piattaforme rialzate tutte intorno, il suo ingresso sul porto piccolo a rampa di atterraggio, come quelle che servono a San Diego per far transitare le Limousine dei magnati della Florida, cosa c’entra con la misura dell’originario edificio?
Cosa racconta oggi questo edificio reso così deforme?
Un po’ architettura littoria, un po’ Castello Hearst (1919 – 1957), tra San Francisco e Los Angeles, misto di tutte le forme di architettura, tutto finto, finta cattedrale spagnola del XVI secolo, con sul fronte finta pagoda cinese per le suite, con piscina costruita sul modello dei templi dell’antica Roma, addobbato da centinaia di opere d’arte acquistati in Europa e in Egitto.
Valgono le brevi note di Liliane Dufour e ci domandiamo se Russotti e i suoi architetti abbiamo mai letto queste quattro righe:
“Progettato dall’architetto catanese Francesco Fichera nel 1922 è l’unica Posta in Sicilia con due torri d’angolo, con funzioni di ricezione del telegrafo. Secondo quanto scriveva la rivista “Opere Pubbliche” nel 1932 l’edificio per la “sua mole, la sua pregiata architettura e la rispondenza dello scopo cui è destinato è da annoverarsi tra le più importanti opere edilizie dell’ultimo decennio”. Appaltato alla Ditta Grasso ed inaugurato nel 1929 è ricco di particolari decorativi sempre animati, secondo Piacentini “da un aristocratico spirito derivato dal classico, talvolta direttamente da frammenti conservati nel museo locale”.
“Il Palazzo delle Poste vuole essere rappresentativo del servizio pubblico rinnovato dell’era nuova; la monumentalità della sua facciata ne fa un edificio pari al Municipio o alla Prefettura …la Posta rappresenta un investimento notevole, tenuto conto della qualità architettonica e decorativa degli spazi interni ed esterni. Gli Uffici non sono da meno, il salone per il pubblico, la sala delle riunioni e l’ufficio del direttore hanno ricevuto una realizzazione esemplare e di alto livello artistico“.
Così la Dufour “Nel segno del Littorio” Caltanissetta 2005.
Bene! Tutto questo è scomparso, per dare posto al Monstre Resort, privo di anima e di identità.
Le generazioni future avranno solo foto in bianco e nero del monumento. Le immagini fotografiche che diffondono trionfalisticamente la nuova immagine, ci narrano una gravissima deturpazione degli esterni, una vilissima superfetazione in coppi toscani, una pensilina mai esistita, le scale di accesso sul fronte del Porto piccolo narrano una storia diversa, quella di un Castello Hearst senza radici, inventato da un petroliere americano, voluto e realizzato da un palazzinaro siciliano, il ‘terrapieno’ intorno all’ingresso sulla Piazza delle Poste (si chiamerà ancora così?) compie l’opera: l’alterazione dei fronti dell’edificio e le parti alte di esso. Le due torri anziché subire un restauro attento delle preesistenti composizioni, sono arredate da una colata di rame, che ricorda più le guglie di Pechino che l’architettura littoria italiana.
La peggiore finzione taorminese ha preso il sopravvento sull’asciutta ed evocativa edilizia razionalista di inizio secolo, e cancella i segni della sua funzione, del DNA di quella “pregiata architettura e la rispondenza dello scopo cui era destinato” e contrasta con qualsiasi intervento di recupero che avrebbe imposto, nel restauro conservativo, di raccontare di passato, e di anima dell’edificio, e di rispettare, anche nei mutamenti di destinazione, la rappresentazione “del servizio pubblico rinnovato dell’era nuova”.
Eppure insieme a tanti altri, Paolo Giansiracusa, con tenace accanimento, ha speso mesi per evitare lo scempio, e le sue pagine andrebbero richiamate tutte su un grande schermo sulla Piazza delle Poste.
Che un candidato a Sindaco della Città, pur persona di grande qualità professionale, affermi che “il Comune si dovrebbe scusare con l’ingegnere Russotti”, che manifestamente e moralmente sia convinto di esentarlo dal pagare perfino quei 500mila euro per l’occupazione degli spazi comuni, mai pagati, per un cantiere che ha prodotto questa deturpazione, sorprende e stupisce, e temo che manifesti l’antico vizio della nostra siracusanità, quella che conta e quella di una certa classe dirigente conquistatrice, pronta a svendere i nostri beni comuni monumentali, paesaggistici ed urbanistici in cambio di falsi segnali di modernità e comfort, di cui la città è piena.
E’ un costume che ha attraversato tutto il dopoguerra, e che ha procurato le ferite e l’impoverimento di quella città giardino (Cfr. L. Bernabò Brea, Corriere di Sicilia Catania, 11 dicembre 1947) che avevano disegnato per Siracusa grandi archeologi, da Bernabò Brea a Giuseppe e Santi Luigi Agnello, a Giuseppe Voza, urbanisti da Vincenzo Cabianca a Giuseppe Pagnano, gli intellettuali più attenti come Gioacchino Gargallo, Mario Fillioley, Ettore Di Giovanni ed Efisio Picone (chi li ricorda più?) ed i comuni cittadini più avveduti e tutori della nostra dignità identitaria.
Sono tuttavia convinto che questo brutto esempio, come tanti altri disseminati nel corpo vivo della Pentapoli, potrà essere per nuovi e più sensibili amministratori, per le generazioni future un monito ad agire diversamente, a progettare diversamente, a programmare diversamente quella grande opera di restituzione convinta e di restauro del nostro corpo di pietra, della nostra memoria futura, e del nostro patrimonio immateriale.

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