Il Taccuino
di Titta Rizza
Dal sequestro Moro sono trascorsi 40 anni e in questi giorni giornali e tv hanno ricordato il terribile avvenimento che si concluse con l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana. C’è il ricordo, c’è la rimembranza, c’è la commemorazione, ma manca assolutamente l’azzardo di un giudizio sul comportamento della classe politica dell’epoca.
La questione che mi pongo è questa: le forze politiche, dalla DC al PCI. scelsero la strada della fermezza; decisero che non si doveva trattare con le brigate rosse che volevano barattare la vita di Aldo Moro con la liberazione di dieci brigatisti rossi che si trovavano in carcere. Scelsero tutti insieme la cosiddetta strada della ”fermezza”, perché la trattativa, dissero, avrebbe dato riconoscimento politico alle Brigate Rosse.
Fu una scelta giusta? A distanza di 40 anni, con la quasi totale scomparsa di tutta la vecchia classe politica dell’epoca, mi sembra che sia arrivato il momento di esprimere un giudizio sul comportamento degli attori di quell’epoca.
Mi chiedo: ma lo Stato non ha l’obbligo fondamentale di dover difendere la vita dei suoi cittadini con ogni possibile mezzo? Fu giusto che una intera classe politica, dall’estrema sinistra all’estrema destra, optò per una scelta che avrebbe portato alla morte di un cittadino italiano, anche se era il presidente di un partito politico?
Le interminabili discussioni in tutte le sedi dei partiti portarono all’unanimità alla scelta della strada della intransigenza e della fermezza, che significava la strada della morte di Aldo Moro. Una tale decisione avveniva mentre Papa Montini, con appelli alla TV e quindi a tutti nota, a rapinatori e ai politici italiani, indicava una strada diversa, quella della salvezza della vita di Aldo Moro. Praticamente, vista l’impotenza delle polizie dello Stato italiano, indicava la strada dell’accettazione del ricatto. Non potendo disporre della vita di gente rinchiusa in carceri di uno Stato diverso da quello del Vaticano, Paolo VI° raccolse ed offrì dieci miliardi di lire per il baratto della vita contro la morte di un uomo.
Il problema che io mi pongo è questo: è prevalente la maestà dello Stato o deve prevalere la tutela della vita di ogni uomo che fa parte di un determinato Stato? Perché, da lì a poco, quando ci fu il rapimento del napoletano Cirillo, uomo politico della DC, lo Stato addivenne a patti con le Brigate Rosse? L’opzione per la morte di Aldo Moro fu davvero dettata dalla ”Ragion di Stato” o venne assunta per cinico calcolo politico, o venne imposta da poteri occulti? Perché l’efficienza della Polizia, che avrebbe portato poi alla individuazione e all’arresto dei rapitori, non funzionò nei due mesi dal rapimento alla barbara esecuzione della morte?
Mi ricordo delle lacrime di Zaccagnini, segretario della DC, ma chi e che cosa ebbe a costringere lui, uomo di Aldo Moro, a optare per la morte del suo amico?
Non dobbiamo dimenticarci del momento storico: lui, Aldo Moro, ed Enrico Berlinguer avevano aperto un dialogo per il compromesso storico. Chi ebbe la capacità di imporre ad una intera classe politica del Paese di sacrificare, nel nome del principio astratto della ”fermezza”, la vita di un uomo che stava cambiando la storia dell’Italia, anni ed anni prima della caduta del muro di Berlino?
Mi chiedo, toccando ferro: ma se avvenisse oggi un rapimento di un uomo politico e si ponesse ad una intera classe politica lo stesso ricatto delle Brigate Rosse, quale sarebbe oggi la risposta?
Siamo in un’epoca diversa e una tale ipotesi è impossibile. Ma è doveroso fare oggi una revisione critica di tutta quella triste vicenda per trarne il conseguente insegnamento: a mio avviso, innanzi tutto viene la vita di un uomo, che va tutelata con ogni possibile mezzo. Sono certo che la stragrande maggioranza degli italiani la pensa come me.

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