Sono in troppi a vivere la scuola come un obbligo fastidioso. L’indagine “Cede” ha rivelato l’analfabetismo strumentale di gran parte dei nostri diciottenni
La Civetta di Minerva, 16 marzo 2018
E’ ormai storia vecchia. A scuola si impara il modo migliore per non imparare. Essere indotti alla generalizzazione scaturisce dal fatto che, purtroppo, nella maggioranza dei casi la “incultura” scolastica è una realtà. E’ vero: esistono delle eccezioni, esistono minoranze di insegnanti e di studenti che vivono la scuola come uno strumento indispensabile di crescita umana e intellettuale. Ma per contro sono in troppi a vivere la scuola come un obbligo fastidioso: chi per sbarcare il lunario e chi per costrizione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. C’è però chi gli occhi li chiude per non vedere, c’è chi si gira dall’altra parte infastidito o impotente, e ‘è chi non riesce a percepire la necessità di obbedire a regole precise e ineludibili. E’ così, infatti, che la scuola troppo spesso diventa un luogo da frequentare alla giornata. Dall’alto, inoltre, arrivano velleitari tentativi di un riformismo che annienta la confusione e il marasma organizzativo: siamo ormai alla libidine del “nuovo ” ad ogni costo, persino contro il buonsenso.
E c’è l’ipocrisia che induce a stendere un velo pietoso sul fatto che nella classe insegnante sopraggiunsero parecchie persone gratificate dalla cecità del “6 politico”, fino al paradosso delle “lauree di gruppo”. Da parecchie cattedre, fatalmente, non poteva che promanare una “incultura ” deleteria. Ormai il danno è fatto. Correggere i guasti di una malintesa ideologia applicata alla scuola è praticamente impossibile, perciò è più comodo avventurarsi verso il buio di un “nuovo” con tentativi e sperimentazioni che brancolano da un errore all’altro. Aboliamo l’esercizio della memoria, il greco e il latino, i classici da Dante al Manzoni, dal Rinascimento al Leopardi. Ma è lapalissiano: non si costruisce un edificio senza solide fondamenta. Esiste un concetto basilare nella cultura: il “rispetto” del “prima”, che è componente indispensabile per una pedagogia che possa approdare felicemente anche all’educazione civile.
Poi c’è lo sciocco paravento dell’ipocrisia: dire cose controcorrente non si può, non si deve. Meno difficile è enunciare paradigmi pretenziosi sulla pelle di insegnanti e alunni, inventandosi una “fantascuola” che nessuno sa su che cosa debba reggersi per andare avanti nel modo migliore possibile. Si farebbe un torto a tanti insegnanti che ogni giorno combattono una autentica battaglia di dignità, se sì facesse di ogni erba un fascio: e a quegli studenti coscienziosi che dalla scuola, comunque, intendono trarre un profitto educativo e di cultura per la vita.
“C’è del marcio in Danimarca”: l’amara considerazione dell’Amleto si attaglia là dove sì decidono i destini della scuola. E il rammarico trova sostegno nella indagine “Cede” – sottolineata da Girolamo Barletta che ha drammaticamente scoperto gli altarini di coloro che persistono nella ipocrisia: l’analfabetismo strumentale di gran parte dei nostri diciottenni, e in particolare dei licenziati della scuola media inferiore. Più chiaro di così?

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