In campagna elettorale non se ne discute molto, ma bisognerà confrontarsi con le nuove problematiche che la rivoluzione digitale porrà
La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018
Tra anatemi e contrapposizioni scorre il tempo della campagna elettorale. E la sinistra cerca la via… Così accade che in questa campagna elettorale, ma anche nelle altre in verità, si promette tutto e il contrario di tutto, si demonizza l’avversario e si utilizza ogni fatto di cronaca, più o meno credibile, più o meno concreto, per condannare, liquidandole con una battuta, scelte politiche complesse, a volte controverse e delicate, segnandole con un segno netto di matita blu, senza appello e senza approfondimenti come a volte fanno taluni indecenti professori, senza spiegare “il perché e il per come”….
Un esempio eclatante è rappresentato da quello che è accaduto intorno alla notizia del braccialetto brevettato da Amazon. La vicenda è nota: si è avuta notizia che Amazon avrebbe brevettato un marchingegno che avrebbe potuto consentire un controllo dei lavoratori in azienda. Prima di sapere di cosa si trattasse, per cavalcare la notizia data con enfasi e scarsa puntualità dalla stampa, si sono materializzate una infinità di prese di posizione da parte del mondo politico. Di Maio ha battuto tutti in velocità e sintesi, perché non appena le agenzie hanno battuto la notizia ha subito dichiarato che era nel Job Act che andava ricercata la responsabilità di quanto sarebbe potuto succedere, precedendo altri, a destra e a manca, che si sono scatenati con un “dagli all’untore” verso il PD.
Dopo qualche giorno si è capito che il Job Act non c’entrava nulla e che in Italia nessun datore di lavoro avrebbe mai potuto controllare, a legislazione vigente, un proprio dipendente; infatti se è vero che Il d.lgs. n. 151/2015 ha riscritto l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, la norma che vietava i controlli a distanza sui lavoratori, ciò è accaduto per adeguare un principio sacrosanto – il diritto del dipendente a non essere controllato continuamente mentre lavora – ai mutamenti tecnologici intervenuti dopo il 1970, l’anno in cui fu approvato lo Statuto, in quanto è stato confermato il principio che subordinava l’installazione degli apparecchi di controllo a distanza dei lavoratori al consenso delle rappresentanze sindacali o, in mancanza, degli organi pubblici di vigilanza.
Nel caso balzato all’onore della cronaca di questi giorni, il “braccialetto” sarebbe, quindi, utilizzabile solo se le organizzazioni sindacali ritenessero che lo strumento rispondesse a una delle finalità giudicate espressamente come lecite dalla legge (esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale). Inoltre, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con una nota più volte riaffermata in tempi non sospetti, ha sancito che qualsiasi strumento capacedi controllare a distanza un lavoratore non possa essere usato senza accordo con i sindacati, tranne che senza lo strumento il lavoratore sarebbe impossibilitato a svolgere le sue mansioni, il che chiude ogni discorso.
Va osservato infine, per completezza di informazione, che in questo settore il Jobs Act ha rafforzato, e non ridotto, le tutele poiché è stato introdotto il diritto del dipendente a ricevere l’informativa (disciplinatadal codice privacy) sulle modalità di funzionamento degli strumenti di controllo utilizzati dall’azienda nonché la tipologia dei controlli che questi apparecchi consentirebbero di eseguire.
Ma tant’è…, in campagna elettorale chi la spara più grossa ha ragione, tanto chi verificherà? Ad ogni tifoso il compito di replicare la disinformazione a macchia d’olio. Il Jobs Act, quindi, non c’entra niente; ma l’episodio non va derubricato come una scorretta attività di una politica parolaia ed indecente in quanto bisogna riflettere sul fatto che le tante questioni poste da questa vicenda sono figlie della rivoluzione digitale che sta travolgendo anche le forme e le regole tradizionali del lavoro e che, quindi, bisognerà confrontarsi con le nuove problematiche che la rivoluzione digitale porrà, con serietà, senza battute né strumentalizzazioni.
Nella società che abbiamo davanti le cose vanno affrontate con competenza e senza semplificazioni. La politica, che dovrebbe essere la modalità più elevata del pensiero concreto, dovrebbe crescere di livello non abbassarne i contenuti. E’, forse, questa una nuova emergenza: nella società moderna il politico non può essere il primo che passa; il rischio è: essere schiavizzati da altre comunità più organizzate e con un personale politico più adeguato.
L’evoluzione tecnologica ha creato nuove mansioni e modificato, anche radicalmente, quelle che già esistevano; non prenderne atto è colpevole e foriero di problemi ben più gravi per le sorti della democrazia. A fronte della rapida evoluzione delle condizioni lavorative, il quadro legislativo spesso fatica ad andare di pari passo e si sono creati “territori grigi” nei mestieri innovativiche, sehanno creato nuove opportunità e reso più flessibile le modalità della prestazione lavorativa, hanno ampliato il numero di variabili da considerare nella definizione del rapporto di lavoro, riducendo l’efficacia del quadro regolamentare preesistente, determinando la necessità di introdurre modifiche ed adeguamenti alla legislazione sul lavoro, per approssimazioni successive, senza anatemi e con spirito costruttivo; consapevoli che i vari attori non sempre giocano la partita correttamente e che cercano di imbrogliare.
Come, infatti, è accaduto con alcune norme associate al job act, dove imprenditori disonesti e un sistema di controllo inefficiente hanno consentito, anche nella nostra zona industriale, di azzerare le progressioni economiche maturate da alcuni lavoratori impiegati nelle ditte, licenziandoli e riassumendoli con ditte fasulle grazie alle quali gli stessi soggetti o con prestanome hanno lucrato sui provvedimenti governativi a favore delle nuove assunzioni e dove il sindacato, concentrato sulla contestazione globale al governo, non è stato, al pari degli uffici del lavoro, sufficientemente attento alle truffe che sono state intentate da pseudo imprenditori dediti più alla pratica “delle tre carte” che al lavoro.
Inoltre, va preso atto che la tecnologia offre opportunità e scappatoie difficilmente controllabili, non garantendo ai lavoratori tutele adeguate, anche se in ritardo vengono introdotti dei correttivi. Per difendersi, dunque, più che urlare bisogna studiare i fenomeni e promuovere approfondimenti in un divenire che tuteli la civiltà di una società e la dignità delle persone.
Nell’ultimo quarto di secolo il liberismo ha prodotto sconquassi, con un capitalismo senza più avversari e senza più regole dove il lavoro è diventato una componente sempre più ininfluente, comprimibile, declassabile e dove la finanziarizzazione da un lato (determinando la fuga dei capitali dalla produzione), l’automazione dall’altro, hanno lasciato cicatrici profonde. La risposta non può essere quella avanzata in uno dei tanti talkshow da questi politicanti dell’ultim’ora e cioè quella di mettere fuori legge le multinazionali, dimenticando che il tentativo già è stato fatto negli stati che si autodefinirono “comunisti” dove l’ economia fu pianificata, la statalizzazione fu estesa oltremisura in tutti i settori dell’economia e i risultati, in termini di compressione delle speranze, delle libertà e delle possibilità di autodeterminare la propria vita, furono pessimi. Uguali per tutti, forse, ma pessimi.
In quei Paesi a un decente e quasi equo livello di accesso ai servizi (casa, istruzione e salute) fece riscontro un dinamismo sociale quasi nullo, depressivo, castrante per le ambizioni e la fantasia delle persone. L’eguaglianza obbligatoria generò la condanna alla mediocrità, bisogna riconoscerlo a meno di essere ciechi e sordi. La sconfitta di quei regimi e la profonda incrinatura nell’idea comunista, almeno nelle forme in cui si era concretizzata, non poteva non avere conseguenze profonde nell’organizzazione della società e così è stato; la nuova sfida è quella di tenere presenti i valori di quell’idea e declinarli in una organizzazione efficiente ed efficace della società.
Ciò che ci ostiniamo a chiamare “sinistra”, a quasi trent’anni dalla caduta del Muro, oggi si divide tra individualismi e intolleranze di gruppo che la condannano alla marginalità se non si reagisce e si resta uniti, sia pure nelle diversità, lavorando a una metamorfosi costante garantita dalle diverse prevalenze interne che si realizzano nelle varie fasi della storia come si è verificato nel partito laburista inglese.
Nel nostro paese le poche avanguardie culturali e sociali, che pure ci sono, fino a quando non troveranno gli strumenti politici per diventare grandi movimenti di massa, avranno ben poco peso. Il M5S non è nulla di tutto questo, anzi è uno strumento di dispersione di obiettivi e consapevolezza in un tripudio di contraddizioni, superficialità, semplificazioni e ribellismo che, oggettivamente, consentirà alla destra di mantenere il controllo della società. È facile sapere da che parte stare per chi si richiama ai valori della sinistra, meno facile sapere che cosa fare in una società complessa in rapida trasformazione se ci si scinde ad ogni difficoltà alla ricerca di un pensiero unico, che, nella storia dell’umanità ha prodotto solo danni e tragedie.
Oggi di fronte alla confusione e alla frammentazione bisogna tenere duro e guardare alla sostanza delle cose, lavorando per unire nelle diversità, sconfiggendo l’individualismo, causa di tanti sbandamenti nella costruzione delle comunità.
Spero che le generazioni nuove ci riescano, trovino strumenti altrettanto nuovi per costruire un cambiamento nella libertà dal bisogno e, nel frattempo, di non essere diventato troppo vecchio per capire che sta finalmente succedendo qualcosa di veramente originale.

Commenti recenti